Fire Challenge e rane bollite: autolesionismo e bullismo, tra la ricerca del sé e quella del consenso per sé

Fire Challenge: adolescenti che si danno fuoco

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La moda del momento è il Fire Challenge, adolescenti che si cospargono  parti del corpo di liquido infiammabile e si danno fuoco. Lo scherzo sta nel riuscire a spegnere le fiamme prima di ricevere danni irreparabili, cosa che ovviamente può non riuscire sempre. Infatti sembrerebbe che questa nuova sfida abbia già mietuto una vittima, oltre che causare lesioni ben più gravi di quanto ipotizzato dallo “sfidante”.

Hikikomori, adolescenza e disagio vanno spesso assieme

Di per sé, la cosa non desti più di tanto stupore, sebbene sia angosciante; senza voler fare della psicologia da rotocalco, fa parte della natura umana la ricerca dei propri limiti, il che addirittura non riguarda nemmeno l’età adolescenziale ma inizia ben prima, con comportamenti “di sfida” che servono a testare, a livello inconscio, la risposta genitoriale. La Fire Challenge, naturalmente, non è assolutamente né la prima né l’ultima manifestazione di questo interesse archetipico a trovare il proprio range comportamentale. D’altra parte, se ci si prende la briga di leggere un po’ di antropologia e provare a contestualizzarla, vediamo che il riti di passaggio esistono da sempre nella storia dell’uomo. E che comportano dei rischi: selfie in condizioni proibitive, abuso di alcoolici, sostanze allucinogene, tatuaggi, uccisioni di animali o nemici, periodi solitari in condizioni proibitive, tutto questo ed altro passando dall’antica Grecia all’Amazzonia.

Verrebbe da dire che, rispetto ad un passato anche relativamente recente, attualmente questa ritualistica viene enfatizzata, aggravata e, secondo alcuni, generata dall’esibizionismo connesso ai social: cosa non vera e anche superficiale, poiché i riti di passaggio hanno un pubblico, diretto o indiretto. Poco conta che ad assistere alla nostra impresa sia il villaggio o il villaggio globale, il concetto di esposizione resta tale, che sia mediatica o meno. Quello che cambia, e che con la Fire Challenge è ovviamente emerso ancora una volta, è il fenomeno degli haters; che ci siano adolescenti e preadolescenti che mettano in gioco la propria vita rattrista e spaventa, ma a rigor di termini non dovrebbe indignare: che ci siano adulti che si accaniscono con commenti di una violenza belluina nei confronti di quelli che, per definizione e anche per individualità sono soggetti particolarmente fragili, dovrebbe questo sì destare indignazione e preoccupazione.

Anche il fenomeno degli hikikomori, che abbiamo già analizzato, può in fondo essere assimilato a quello della Fire Challenge e di tutte le altre sfide per crescere: anche qui, quando la “notizia” viene data in pasto ai social si sprecano i commenti, che inneggiano all’imbecillità, alla selezione naturale, allo sbarazzarsi delle persone inutili (ricorda qualcosa, il concetto di inutilità riferito a categorie di persone?). Su questa scorta, non è difficile cogliere un parallelo con quanto appena accaduto nei confronti di tre adolescenti che hanno avuto l’ardire di contestare il Ministro dell’Interno. Anche qui, i commenti nei confronti delle tre studentesse si sono sprecati, tra insulti sessisti, auguri di violenza carnale e incitamenti alla morte violenta, previa tortura: ma la cosa grave è che tutto ciò è stato generato da una gogna mediatica messa in piedi dallo stesso Ministro, che ha esposto le tre giovani donne alle reazioni inconsulte dei suoi followers.

La contestazione fa parte anch’essa di un percorso di crescita

C’è un fil rouge che lega hikikomori, Fire Challenge e Ministro dell’Interno: la ricerca del limite. Ad uno dei dicasteri più importanti di ogni Nazione abbiamo un individuo che a più riprese sta testando ovviamente non la solidità di un genitore, ma la tenuta dello Stato e delle Istituzioni democratiche, come abbiamo visto a più riprese. Ciò avviene con la continua assunzione di atteggiamenti, decisioni e proclami di natura antidemocratica, che si pongono addirittura al di fuori del contesto di ogni civile convivenza (per tacere dell’empatia minima necessaria alla definizione di essere umano). È l’esperimento della rana bollita così ben sintetizzato da Chomsky: lo sperimentatore osserva, in sostanza, quando la rana finalmente dovesse tentare di uscire dalla pentola di acqua bollente.

Il caso di specie, il gettare tre giovani donne in pasto alla gogna mediatica, con tutti i rischi del caso, ree di contestazione, è fatto di portata clamorosa. Di fatto, sancisce che il ruolo di Ministro dell’Interno è ricoperto da una persona che si pone al di fuori del ruolo istituzionale operando in maniera personalistica distinzioni di merito su un agire lecito. È un agire che va oltre il limite del bullismo, e un azione non degna di un rappresentante delle Istituzioni, che per definizione dovrebbe essere garante delle libertà di tutti e non solo della propria parte. Nell’ottica del parlare di idee più che di persone, in base a fatti concreti, in ossequio alla già citata idea espressa da Eleanor Roosevelt, non nominiamo il Ministro: diciamo anche però che, siccome le parole definiscono la realtà, non ci sentiremmo mai obbligati ad usare l’aggettivo Onorevole (ma sarebbe oggettivo, ad esempio, usare i sostantivi Senatore o Deputato) in riferimento a persone che tradiscono il ruolo istituzionale per i propri fini personalistici e propagandistici.

Una sindrome sociale, quella della rana bollita

La differenza fondamentale tra il Ministro dell’Interno italiano ed i ragazzi che cercano i propri limiti con azioni pericolose in senso autolesionistico come la Fire Challenge è naturalmente enorme e fondamentale: un adolescente compie la propria ricerca in maniera inconscia, e le ricadute delle sue azioni sono essenzialmente autodirette. La ricerca di autodeterminazione del Ministro dell’Interno è un agire politico, con fini individualistici ma ricadute pesantissime a livello sociale e politico di portata quantomeno  nazionale. Ma per permettere la crescita ai soggetti immaturi bisogna porre dei limiti educativi. Sperando di essere in tempo.

Ma la rana non sembra aver ancora percepito la temperatura dell’acqua.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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