Zygmunt Bauman e l’Olocausto: uno sguardo critico

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Zygmunt Bauman e l’Olocausto: uno sguardo critico

imagesLa morte di Zygmunt Bauman (Poznan, 19 novembre 1925- Leeds, 9 gennaio 2017) ha lasciato un profondo vuoto nella mia formazione di essere umano prima che di studente universitario. La sua disamina profonda e coerente della modernità liquida si inscrive in quei processi di incertezza e fragilità che contraddistinguono la vita a ogni livello, dal lavoro alle relazioni interpersonali. Tuttavia, in questa sede, intendo occuparmi delle origini ebraiche di Bauman e della sua influente riflessione sull’Olocausto, contenuta nel saggio Modernity and the Holocaust (1989, trad. it. Modernità e olocausto, 1992).

Bauman non è il primo pensatore ebreo che si confronta con l’eredità della Shoah e col suo significato: prima di lui era stata la celebre filosofa tedesca Hannah Arendt (Hannover, 14 dicembre 1906 – New York, 4 dicembre 1975) a confrontarsi con la questione nel celebre saggio La banalità del male (1963). Eichmann tratta l’Olocausto come un qualcosa di ineluttabile: egli ha rispettato gli ordini ricevuti dall’altro, né più e né meno, plasmato dal senso del dovere luterano-kantiano.

Zygmunt Bauman e l'Olocausto: uno sguardo criticoOltre ad Arendt c’è un altro testo che influisce direttamente sulla riflessione baumiana: Dialettica dell’Illuminismo (1947) dei filosofi della Scuola di Francoforte Theodor Adorno e Max Horkheimer. Sintetizzano i filosofi francofortesi che la razionalizzazione prodotta in Occidente dall’Illuminismo non ha avuto i risultati sperati: se il secolo dei lumi doveva rischiarare le menti ha finito per produrre l’esatto contrario, con un’eccessiva burocratizzazione, catalogazione, controlli più stretti, di cui l’Eichmann di Arendt è il triste risultato.

Qui si innesta la riflessione di Bauman: l’Olocausto è il prodotto del cogito cartesiano e dei processi di ingegneria sociale, che cercano sempre un capro espiatorio quando non si è in grado di risolvere i problemi di casa in altro modo. L’argomentazione di Bauman si sviluppa anche attorno  al problema del negazionismo: nonostante l’immensa mole bibliografica sull’eliminazione degli Ebrei, esistono ancora, nel mondo, soggetti politici o extraparlamentari che fanno dell’antisemitismo un loro elemento caratterizzante. A giudizio del sociologo anglo-polacco la memoria storica dell’Occidente si è assolta dal genocidio e la politica, nonostante le annuali commemorazioni, non fa abbastanza per evitare che la Storia si ripeta (e non posso dargli torto: l’Iran ha avuto fino a non pochi anni fa un presidente negazionista).

Sintetizza ancora Bauman che la società rischia di produrre nuovi massacri, perché non ha afferrato il significato profondo dello sterminio: non a caso si continuano a costruire campi profughi e, agli stessi rifugiati, sono attribuiti dei numeri come agli Ebrei ad Auschwitz e nei troppi lager della Germania hitleriana. La Storia, come sentenzia giustamente Gramsci, insegna, ma non ha scolari.

Unknown-2Parallelamente a Bauman, anche un filosofo italiano ha riflettuto fecondamente su questo tema: si tratta di Giorgio Agamben, autore, nel 1998, del testo L’archivio e il testimone: quel che resta di Auschwitz. Agamben individua nell’Olocausto la fine della società occidentale e dei suoi valori etici e morali. I campi di concentramento sono esempio dello stato di eccezione, dove le regole della civiltà e della comunità non valgono, dove gli internati hanno perso la loro natura di essere umani. Bauman e Agamben sviluppano, seppur in tempi e in circostanze diverse una medesima argomentazione: l’Olocausto è sempre alle porte, perché il mondo vive, da troppo tempo, in un perpetuo stato di eccezione, senza reagire e senza prendere gli opportuni provvedimenti per risolvere questo problema. Se in passato sono stati gli Ebrei a essere rastrellati, oggi sono i vari profughi che scappano dalla guerra e che i politici di casa nostra vorrebbero rispedire a casa loro.

Forte è il lascito morale e culturale di Bauman: il male è sempre dietro l’angolo e spetta noi tenerlo a bada. Ricordiamocelo oggi celebrando il Giorno della Memoria: che non sia soltanto vuota retorica, ma sia un modo per ricordare i tanti olocausti contemporanei.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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