I grandi classici – “I racconti di Pietroburgo”, il brodo primordiale della letteratura moderna

Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Vasil’evic Gogol’

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L’arabesco è uno stile ornamentale, caratterizzato da motivi geometrici, calligrafici o vegetali. Origine dello stile e del nome dello stesso, l’arte orientale, costretta a puntare su questo tipo di grafica dal divieto maomettano che proibisce la rappresentazione della figura umana. Racconti di Pietroburgo, invece, è il titolo della più importante raccolta di racconti di Nikolaj Vasil’evic Gogol’, e che comprende La Prospettiva Nevskij, Il naso, Il ritratto, Il cappotto e Le memorie di un pazzo: ma Il cappotto, di cui abbiamo già parlato a parte, ed il Naso, costituiscono un’aggiunta successiva agli altri tre, che erano precedentemente raggruppati dall’autore in una raccolta intitolata, appunto, Arabeschi.

Arabeschi

Racconti di Pietroburgo è una delle opere fondamentali di Gogol’, una vera e propria suite dedicata alla città fortemente voluta dallo zar Pietro il Grande, costruita su paludi al prezzo della vita di migliaia di schiavi – a pensare a Latina verrebbe da trovare un fil rouge di psicopatia edilizia che lega i totalitarismi, per non parlare di Cuzcotopia (vedi, Le follie dell’imperatore). Ma prima di addentrarsi per le vie dei Racconti di Pietroburgo, vien fatto di chiedersi perché la primigenia raccolta fosse intitiolata Arabeschi: forse perché la ripetizione continua del motivo di base dell’arabesco, pensato per trasmettere bellezza e serenità, può altrettanto bene rappresentare una situazione cristallizzata, un’immobilità solo apparentemente mobile? Perché una larga superficie arabescata può facilmente trasformarsi all’occhio in un labirinto senza apparente via d’uscita? Arabesco come metafora della coazione a ripetere?

Una ripetitività ossessiva è propria di molti tratti psicotici: Racconti di Pietroburgo è costituito da 5 “pezzi” (Five easy pieces, almeno rispetto alle Anime Morte), diversissimi tra loro, nei quali in realtà il protagonista e uno solo, e cioè proprio Pietroburgo. Sappiamo che Gogol’ aveva le proprie frustrazioni da ex burocrate mediocre; sappiamo anche che la sopra citata fondazione della città era stata voluta dallo zar per farne il baricentro di una organizzazione burocratica monolitica sul modello militare: da qui, la visione di una Pietroburgo come Città Infernale, un vero e proprio Pandemonio fatto di regole alienanti, rigida suddivisione in caste (burocratiche, ma sempre caste), un ballo derviscio di convenzioni e gerarchie sociali.

È cosa nota che Dostoevskij disse «siamo tutti nati dal “Cappotto” di Gogol’»

. A ben vedere, questa pur lusinghiera affermazione è forse limitativa, poiché nei Racconti di Pietroburgo è contenuto ben più di un credito potenziale verso la letteratura russa. In dimensioni relativamente contenute troviamo relazioni con il ritratto di Dorian Gray, con tutta la letteratura (e i fumetti) relativi alla figura del travet, troviamo tracce horror e analisi socioantropologica, troviamo in potenza Kafka, il surrealismo, i Vinti e, naturalmente, tutta ma propria tutta le letteratura “urbana”.

Dal punto di vista stilistico, quella di Gogol’ è una scrittura “sporca”, ricca di divagazioni e di proposizioni incidentali, su cui si innestano sia la propensione russa alla ripetizione condizionata del nome completo dei personaggi, sia quella buro-russa alla coazione a ripetere il grado gerarchico, che finisce per coincidere o addirittura a sopravanzare la persona che lo dovrebbe semplicemente “portare”. Gli stilemi di Gogol’ sono ricchi di ogni ben di Dio, linguisticamente parlando: dai giochi di parole ai neologismi, dai nonsense all’uso di nomi-calembour, fino ad un uso fonetico ed eufonico delle parole.

La Prospettiva Nevskij oggi

Tutto questo è funzionale al tratteggio di un’umanità brulicante e disperata, alienata senza la minima autocoscienza, che passa attraverso delle corde brulicanti di grottesco come la Prospettiva Nevskij brulica di gente di ogni tipo e risma: e Gogol’ propone una così sorprendente varietà di tipi umani che, alla fine, finiscono per diventare tutti uguali, solidificarsi, fondersi, e rimanere solo Pietroburgo.

Blade Runner 2049, la Pietroburgo – megalopoli del futuro

Una città-Moloch, brulicante di vita propria, fondamentalmente malvagia come se fosse costruita non tanto sulle paludi come nella realtà, ma su un cimitero indiano come nella tradizione horror-kinghiana. Davvero, consapevoli o no, siamo tutti figli di Gogol’: anche un Bret Easton Ellis e le angosce maniacali di Patrick Bateman per i biglietti da visita sono figlie dell’ossessività pietroburghese per la forma delle basette, per le fogge dei cappellini, per le decorazioni al merito. Nonostante la suddivisione in cinque parti ben distinte, in fondo Racconti di Pietroburgo è un’opera unitaria, quindi, che presenta sfaccettature di una medesima visione d’insieme, anticipando persino le distopie e le loro megalopoli degradate.

In un gioco di specchi, Pietroburgo degrada le persone, e queste con la loro indole e le loro persversione e superficialità degradano la metropoli. Pietroburgo come la megalopoli di Nirvana.

O di Blade Runner. Siamo tutti figli dei Racconti di Pietroburgo.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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