Giò Pomodoro: la scultura astratta come arte senza confini

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Giò Pomodoro: la scultura astratta come arte senza confini

Giò Pomodoro

Quando la scultura abbraccia molteplici ambiti culturali, diventando espressione di disegno, pittura, poesia, scienza e architettura, ecco nascere il mondo artistico di Giorgio Pomodoro, meglio conosciuto col suo nome d’arte: Giò Pomodoro. Noto come uno dei più importanti scultori astratti del panorama internazionale del XX secolo, Giò nasce a Orciano di Pesaro il 17 novembre del 1930, nella campagna marchigiana.

Conclusi gli studi da geometra a Pesaro, inizia a dare alla luce le sue doti artistiche dedicandosi alle arti applicate e apprendendo i segreti della cesellatura. È però dopo il traferimento a Milano, nel 1955, che inizia a frequentare con assiduità e a inserirsi attivamente negli ambienti artistici cittadini, in quel momento particolarmente dinamici e vivaci. Nel percorso di Giò Pomodoro, ci sarà quasi costantemente un nome accostato al suo: quello del fratello Arnaldo, anch’egli scultore e orafo, con il quale Giò condivide alcune tra le prime mostre milanesi e, in generale, importanti scorci del proprio percorso personale e artistico. Al fianco di Arnaldo, collabora con la rivista il Gesto, per poi unirsi alle mostre del gruppo Continuità, affiancandosi così a nomi celebri come quello di Achille Perilli e Lucio Fontana.

Successivamente, Giò Pomodoro si distacca da questi artisti, dando adito ai suoi approfonditi studi sulla ricerca scultorea. Viene quindi mosso da una volontà di rappresentare razionalmente i segni, che genera appunto le prime esperienze informali sul segno. La produzione artistica di Giò, ma forse anche la sua vita, sono caratterizzate da diversi cicli, spesso derivanti da studi concettuali, materici ed espressivi, gli uni consecutivi agli altri. Si susseguono quindi periodi di segni, tensioni, contatti, soli, opere architettoniche, avvicendandosi l’un l’altro come in un climax ascendente e strettamente concatenato, espressione di un’evoluzione e una metamorfosi frutto di studi appassionati e intensi, meritevoli di aver generato opere al tempo stesso simili e differenti tra loro. In alcuni casi, questi periodi sono stati suddivisi in una maniera in un certo senso rigida anche dall’artista stesso, che si racconta con qualche testimonianza:

Dal ’54 al ’58 lavoravo come se fossi immerso dentro un blocco d’argilla. Con le tensioni modellavo l’aria stessa, era come se avessi superato l’ombra o fatto coincidere il vuoto col pieno. Lo scultore può anche provare a scolpire l’aria, ma sempre deve tornare all’erma.

Giò Pomodoro
Tensione

Siamo in una fase che si colloca fra i segni e le tensioni, riguardo cui Giò speculerà per lungo tempo. Non resta però rinchiuso nella mera astrazione, ma trasla costantemente le proprie idee nel mondo pittorico e plastico, superando quindi  in un certo senso la diatriba che si interpone tra pensiero artistico e limiti della materia. Giò Pomodoro non si è di certo mai lasciato intimorire da alcun tipo di materiale: ferro, poliestere, bronzo, gesso, materiali lapidei e marmorei, sono stati tutti sapientemente modellati dall’artista. Pieni e vuoti, luci e ombre, linee rigide e flessuose, leggiadre e possenti si uniscono per dare vita alle sue sculture. Le leggi fisiche che governano la materia, pensabili come limiti che soggiogano l’artista, vengono invece sfruttate da Giò nelle loro potenzialità. Basti pensare alle molteplici tensioni da lui realizzate, dove materiali come il bronzo e il poliestere vengono trattati quasi come fossero tessuti, pur sottostando a ciò che le leggi della fisica impongono. Gli studi sulla materia sono però testimoniati innanzitutto da profonde riflessioni poste nero su bianco in disegni ben articolati, curati sia dal punto di vista geometrico e formale sia sotto l’aspetto delle tonalità cromatiche. In alcuni casi, gli studi pittorici delle sculture di Giò Pomodoro erano così attentamente realizzate da costituire già di per sé delle opere d’arte, del tutto imprescindibili da ciò che viene poi materialmente realizzato.

La scultura e la pittura non rimangono però delle discipline avulse dalla realtà e dalle altre arti, ma abbracciano i molteplici ambiti per cui Giò nutriva una fervente passione: scienze, fisica, poesia, e politica, e coloro che in tali ambiti hanno espresso la propria genialità, diventano le muse ispiratrici di numerose delle sue opere. Prendiamo per esempio la Spirale a Padova del 1992 e il Sole a Firenze del 1997, entrambi dedicati a Galileo Galilei; la Scala Solare a Keplero, a Tel Aviv (1993); Teatro del Sole – 21 giugno, solstizio d’estate, piazza-fontana per Goethe a Francoforte (1976); il Piano d’Uso Collettivo dedicato ad Antonio Gramsci nel piccolo paesino di Ales, in Sardegna (1974).

Giò Pomodoro
Orciano di Pesaro

Queste ultime due opere, in maniera particolare, si collocano in un’ottica di interventi architettonici ed urbanistici, dove l’artista non si limita solo a realizzare semplici sculture, ma dei veri e propri luoghi scolpiti. In questi contesti, dove si tratta di opere monumentali pubbliche con annessa riorganizzazione del contesto, Giò Pomodoro si concentra sulla funzione sociale della sua arte, e sulla potenzialità che da essa deriva. Un altro esempio, quanto mai calzante in tal senso, è un’opera nel centro storico di Orciano di Pesaro, luogo che Giò lascia in giovane età pur lasciandovi le proprie radici. Nel luogo dove un tempo sorgeva la propria casa, progetta nel 1986 una piccola piazza in cui sono posizionati un Orcio e una Corda in bronzo ai lati dell’ingresso e il Sole Deposto in marmo, frutto delle sue sapienti mani. Ai piedi dell’opera, un omaggio al suo conterraneo, il poeta infinito: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle…».

Giò Pomodoro si spegne nella sua amata Milano il 21 dicembre del 2002: lascia al mondo dell’arte la fervente immagine di un artista dinamico, la cui arte non sapeva riconoscere alcun confine, sia esso materico, simbolico o culturale.

Adele Pittorru per MIfacciodiCultura

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