Filo-sofia o filo-necria?

Riflessioni a partire da Pierre Hadot, "Che cosa è la filosofia antica?" 

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Filo-sofia o filo-necria?

Assai di rado si riflette su cosa sia di per se stessa la filosofia. In effetti, risulta estremamente difficile definirla. Agli studenti di filosofia si fanno più che altro conoscere delle filosofie. […] Tuttavia, la storia della filosofia non si confonde con la storia delle filosofie, se per filosofie si intendono i discorsi teorici e i sistemi filosofici. Parallelamente a questo tipo di storia c’è posto, in effetti, per uno studio dei comportamenti filosofici e della vita filosofica.

Pierre Hadot, “Che cosa è la filosofia antica?”

Pierre Hadot

Ad uno studente di filosofia dell’università, leggersi ogni tanto qualche pagina dei testi di Pierre Hadot potrebbe aiutarlo a risvegliarsi da un certo torpore, proprio di chi è ormai inevitabilmente assuefatto ad una certa forma di circolazione del sapere filosofico. Personalmente, l’impressione che mi suscita rileggere qualche pagina di queste opere è quella di credere di assaporare per brevi istanti lo spirito e la linfa da cui era invasa la Filosofia antica. Inoltre, parallelamente al riaffiorare di questa forza, i testi di Hadot mi aiutano a ricordare che quella spesso pallida ed esangue disciplina universitaria che va sotto il nome di Filosofia non sarebbe stata così chiamata dagli antichi, i quali erano soliti pensarla attraversata da ben altra vitalità e concretezza.

Ormai da secoli la filosofia è diventata solo una delle tante materie che lo Stato mette a disposizione dell’individuo per formarsi come cittadino e diventare in qualche modo utile alla sua comunità; solo uno dei tanti percorsi sottoposti alle logiche della burocrazia e delle istituzioni.

Logiche e pratiche ad essa originariamente estranee, quando non in totale contraddizione con le forze dalle quali essa era sorta, hanno da tempo stretto la pratica e l’insegnamento della filosofia in un abbraccio indissolubile e per molti aspetti mortifero.

Incastonati e resi funzionali all’interno delle logiche dei poteri dominanti, la vite dei “filosofi” di oggi non si distinguono a ben guardare in nulla da quella dell’uomo medio, e la disciplina filosofica è sempre più andata illanguidendosi fino a coincidere nei casi peggiori con discorsi tecnici inaccessibili a chi non capisce la neo-lingua parlata dagli specialisti: il filosofese. Lingua estranea agli antichi.

Socrate

La filosofia antica, invece, a partire dai sapienti prima di Socrate fino alle scuole ellenistiche, nacque e visse quasi sempre in una libera opposizione ai valori e ai poteri della polis, e, contrariamente al nostro triste scenario, Pierre Hadot ci mostra il nesso imprescindibile che vigeva nella filosofia antica tra teoria e prassi, tra discorso filosofico e vita filosofica. La scelta di un modo di vivere coerente con la propria dottrina non era considerata un’opzione tra le altre lasciata alla discrezione dell’”autore”, ma bensì il discrimine essenziale per essere considerati filosofi o sofisti:

Tradizionalmente, coloro che sviluppano un discorso in apparenza filosofico senza cercare di mettere la loro vita in rapporto con il discorso, e senza che il loro discorso derivi dalla loro esperienza e dalla loro vita vengono chiamati “sofisti” dai filosofi, da Platone e Aristotele fino a Plutarco, che dichiara che una volta che i sofisti si siano levati dalle loro cattedre e abbiano posato i libri e i manuali, non saranno migliori degli altri uomini “negli atti reali della vita”.

Pierre Hadot, “Che cosa è la filosofia antica?” 

Paradossalmente, continua Hadot, nell’Antichità la scelta di vita filosofica persino precedeva l’elaborazione del discorso filosofico stesso, il quale era considerato solo una parte, e non sempre essenziale, di questa stessa vita. Si credeva che un discorso filosofico autentico non potesse che nascere da una pratica di vita autentica, differente da quella dell’uomo comune; tale credenza si poggiava sulla banale ma oggi dimenticata consapevolezza che non si possono fare pensieri differenti se non si conduce una vita differente. Se Socrate avesse vissuto come il tipico uomo ateniese del V secolo a.C. non avrebbe potuto pensare quello che ha pensato, e le decisioni della sua vita non avrebbero fatto innamorare di lui i suoi discepoli. Gli stessi dialoghi platonici, nei quali per la prima volta appare il termine ‘filo-sofia’ nel significato attuale, non sono comprensibili se non nel contesto nella vita comunitaria dell’Accademia, nonché dall’amore di Platone per Socrate; il quale, come è noto, è considerato maestro di tutti i filosofi pur non avendo scritto nulla.

L’essenziale della vita filosofica, la scelta esistenziale di un certo modo di vita, l’esperienza di alcuni stati, di alcune disposizioni interiori, sfugge totalmente all’espressione del discorso filosofico. Ciò appare più chiaramente nell’esperienza platonica dell’amore […] affatto indicibile nella sua specificità, poiché colui che ne parla, quando l’esperienza è conclusa, non si trova più allo stesso livello psichico del momento in cui ha vissuto l’esperienza.

Pierre Hadot, “Che cosa è la filosofia antica?”

Rodin
Rodin, Il Pensatore, 1902

Abbiamo dunque detto che il discorso filosofico per gli antichi non poteva avere origine che da una vita filosofica, e che l’elaborazione di un discorso razionale non era in definitiva che una parte di questa stessa vita; solo uno degli esercizi spirituali che scandivano la vita del filosofo e delle Scuole filosofiche. Il fine della filosofia, perseguibile secondo alcuni individualmente e secondo altri solo in un contesto di vita comunitaria, non era, come sembra essere oggi, scrivere riguardo temi filosofici, ma trasformare la propria anima; solo con tale trasformazione il filosofo poteva perseguire il Bene ed essere felice:

Il discorso è solo un mezzo privilegiato grazie al quale il filosofo può agire su se stesso e sugli altri, poiché, se è espressione di una scelta esistenziale di colui che lo detiene, vi è sempre, direttamente o indirettamente, una funzione formativa, educativa, psicagogica, terapeutica. Esso è sempre destinato a produrre un effetto, a creare nell’anima un habitus, a provocare una trasformazione dell’io.

Pierre Hadot, “Che cosa è la filosofia antica?”

La vita dei filosofi, che si svolgesse solitaria oppure all’interno delle comunità, aveva dunque un timbro che potremmo chiamare iniziatico: una costante pratica di vita scandita da regole, esercizi, discorsi, che dovevano riuscire a creare una progressiva connessione tra l’io e il Logos, al fine di raggiungere gradualmente uno stato di perfetta sintonia tra teoria e prassi.

Sbaglieremmo dunque, ad esempio, ad immaginarci nelle Scuole dell’Antichità lezioni frontali come quelle a cui siamo oggi abituati; essi praticavano perlopiù esercizi spirituali di meditazione e di dialogo in cui lo sguardo interiore dei filosofi doveva esercitarsi a mantenersi volto ai principi primi della realtà: la felicità, infatti, consisteva secondo gli antichi nella vita in accordo con questi principi.

Lo stesso termine philo-sophia, nel celebre significato che Platone coniò nel Simposio, non va dunque inteso come una astratta ricerca (philo) di un sapere razionale (sophia), ma come amore (philo) per la vita saggia (sophia), l’unica a coincidere a con la vita felice.

Anche alla luce di queste fondamentali lezioni di Hadot, ritengo che la nostra disciplina filosofica potrebbe oggi tornare ad essere gravida di potere sul mondo solo se cessasse di contribuire all’idea che vi sia una separazione tra un’astratta indagine dei principi primi dell’esistenza ed i valori, i desideri, i rapporti che intessiamo con noi stessi e con gli altri. La visione della filosofia come di una materia che non abbia a che fare con l’esperienza quotidiana è la più sbagliata che ci si possa fare, ma la diffusione di questo preconcetto non è certo da imputare ai profani, quanto alla capacità degli studiosi di mettere in risalto le concretissime relazioni che intercorrono tra le Idee e la vita. La filosofia antica nacque come forma di ribellione alla suicida rassegnazione che l’individuo comune mostra rispetto ai desideri e alle ambizioni che lo guidano nelle sue scelte e nei suoi giudizi. Tale ribellione ad una determinata visione dell’uomo e del mondo, che più o meno consapevolmente vige sempre in una società, non è che la lotta alla radice dalla quale crescono le volontà e le aspirazioni inconsce dell’individuo nella sua vita quotidiana. Svelare questa radice, mostrarne i nessi con le concrete forme di vita vigenti, criticarla per mostrarne la falsità rispetto alle sue stesse premesse; tutto ciò deve essere parte essenziale della missione dei philo-sophos, missione a cui l’università come istituzione sembra avere rinunciato.

Nietzsche

Dotti dei pensieri altrui, “albini del concetto” – come li chiamava Nietzsche – spesso i nostri vecchi e giovani eruditi si aggirano invece pallidi per le stanze universitarie come fantasmi. Quasi sempre frustrati ed incapaci di produrre un effetto sul mondo celebrano spesso nella cultura ciò che si oppone alla vita, per quanto sempre rincuorati dai colleghi sul proprio valore; a chi di voi vivrà quotidianamente l’ambiente universitario capiterà di fare esperienza di quel clima di perversa autoreferenzialità propria di ogni forma di decadenza. Chiaro sintomo di quest’ultima è infatti l’evidente incapacità di diffusione del sapere nella società attraverso i giusti mezzi ed i giusti linguaggi.

Ma il sapere vissuto con tale animo, a mio modo di vedere, ha molto più a che fare con una curiosa forma di filo-necria che non con una vita filosofica così come la abbiamo con Hadot descritta.

Questo breve articolo, consapevole della complessità di questi temi e degli errori insiti in facili generalizzazioni, vuole solo ricordare, con Hadot, la potenza di quello spirito filosofico che si manifestò nell’antichità, ed indicarla come un faro di coraggio nell’epoca della stanchezza e delle passioni tristi.

 

Testi consigliati:    Pierre Hadot, Che cos’è filosofia antica?, Einaudi, Torino, 1998.

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino, 2005.

 

 

Alessandro Bartoloni Saint Omer

 

 

 

 

 

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