Carlo Verdone, o la malinconia di un’Italia piccola e popolare

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Carlo Verdone, o la malinconia di un’Italia piccola e popolare

5b20db385a-1L’accezione del termine nazionalpopolare, si sa, è essenzialmente negativa: contiene, in sé, i germi della banalità, del qualunquismo, dell’italianità un po’ becera e molto terra-terra. Ma a ben vedere, ci sono anche chiavi interpretative speculari in positivo: speculari, perché anziché il termine aggettivante qualificare il soggetto, è il soggetto a qualificare in positivo l’aggettivo. Un tanto per dire che, quando si parla di Carlo Verdone, adoperare qualche nazionalpopolare qui e lì non significa sminuire l’artista, ma rivalutare l’accezione del termine.

Tanto popolare a livello nazionale, infatti, è Carlo Verdone, che forse può sfuggire la data di nascita – il 17 novembre del 1950 – ma ben difficilmente si ignorano le basi della sua biografia: la romanità, il padre critico cinematografico, il fatto che Christian de Sica sia suo cognato (avendo sposato la sorella di Verdone, Silvia), la passione per il calcio (ovviamente, grande tifoso della Roma), la passione per la musica (ricordiamo le collaborazioni con Lucio Dalla, gli Stadio, Antonello Venditti, Vasco Rossi, ed i videoclip dei Negramaro e Alex Britti).

1113-1I suoi film, diciamolo, sono stati visti da tutti, e rientrano nella categoria di quelli che si vedono e rivedono: perché magari Verdone non ha mai accettato l’accostamento ad Alberto Sordi, men che meno in qualità di erede, ma vale per lui quello che vale per l’Albertone nazionale (appunto), ossia è sempre un buon momento per rivedere un suo film. D’altronde, l’identificazione dello spettatore medio è inevitabile e con essa l’apprezzamento e l’affezione: vero e proprio brand dall’esordio, la capacità di Verdone di identificare vizi privati e pubbliche virtù dell’italiano medio (nazionalpopolare) attraverso l’elaborazione di macchiette a prova della smacchiatura del tempo. Come Sordi, per lungo tempo fu identificato con personaggi come il vigile Otello Celletti, o con il dottor Guido Tersilli, parlando di Verdone si apre il cassettino della memoria ed emergono personaggi come il goffo Leo o l’hippy Ruggero in Un sacco bello, l’emigrante Pasquale Ametrano che torna in Italia per votare, Furio e le sue nevrosi, il candido Mimmo e la nonna interpretata dalla mitica sora Lella, il diabolico Raniero Cotti Borroni di Viaggi di nozze – e non parliamo di Ivano.

woody-allen-text-pic-1In film totalmente privi di effetti speciali, Verdone nobilita la commedia all’italiana per qualcosa come 35 anni, 25 film come regista, sceneggiatore, molti di più come attore. Come l’Italia, i suoi personaggi fanno ridere di un riso amaro e malinconico, pieno di problemi. Tanto che, oltre che ad Alberto Sordi, ci sentiremmo di accostare Verdone a Woody Allen: perché i suoi personaggi non sono solo portatori più o meno sani di quella italianità a volte greve e manigolda, ma anche vittime delle nevrosi del nostro tempo da un lato, di un Paese che non si sa bene come decodificare dall’altro. A detta di Verdone stesso, è priva di consistenza la voce sull’ipocondria dell’attore, che però ammette una forma di morbosa attrazione per malattie e medicine, che ovviamente riversa nella sua opera: come dimenticare le scene da scambio di figurine celo-manca con Margherita Buy in Maledetto il giorno che t’ho incontrato – ma sta di fatto che la malattia ha una grossa parte nell’immaginario verdoniano (Woody Allen, però, attraversa una decina di lustri di analisi di se stesso, con l’America sullo sfondo, Verdone dipinge l’Italia in cui i personaggi stanno a galla attraverso un costante ricorso all’analisi).

colpa-1Ed è una parte che ancora maggiormente riveste i panni della malattia emotiva, della nevrosi. Se è vero che l’opera sinora più matura di Verdone è Compagni di scuola, il Grande Freddo all’italiana, uno dei migliori lavori in assoluto rimane il gioiello Ma che colpa abbiamo noi, che non possiamo non giudicare il risvolto-prosecuzione di Compagni di Scuola, dove l’analisi psicologica accompagna come fil rouge tutto il film (ma anche altri personaggi di Verdone, come in Woody Allen appunto, hanno un legame a doppio filo con la psicoanalisi).

“Penalizzato” dalla propria fisicità morbida e arrotondata, nonché da una espressività facciale sotto il segno della malinconia, della tenerezza e della ragionevolezza, Verdone ha sfiorato solo in maniera tangente il dramma vero e proprio: nemmeno la grande prova d’attore in La Grande Bellezza può dirsi propriamente drammatica, per quanto vagamente tetra e malinconica (ma venata di grottesco, come d’altra parte tutto il lavoro di Sorrentino).

Premiato e pluripremiato, di Verdone ci si ricorda certamente in chiave-commedia, tanto che alcuni soloni hanno commentato che la parte nel film predestinato di Sorrentino sia stata attribuita/voluta per nobilitare una carriera fatta sì di successi, ma di sapore light: dissentiamo energicamente, vuoi perché ridendo Verdone ha castigato molti più costumi di altri pretenziosi autori, vuoi perché il dramma sarà anche nobile, ma la malinconia è intelligente.

famolo-strano-viaggi-di-nozze-con-carlo-verdone-1Soltanto l’intelligenza, unita all’attitudine naturale a spendersi con e tra la gente, peraltro, avrebbe potuto dare a Carlo Verdone la possibilità di attingere al reale come da una cornucopia: l’attore non ha mai fatto mistero di amare il mescolarsi tra la folla, ad osservare e condividere, e non ha mai negato che molti dei suoi personaggi erano prima di tutto persone da cui ha assorbito idee, gesti, fobie, tic, atteggiamenti.

I risultati si sono visti, nazionalpopolari, nell’accezione migliore del termine: come non amare Carlo Verdone?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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