I grandi saggi – “Il tennis come esperienza religiosa”, provare a riconciliarsi con la vita attraverso una pallina di feltro, di David Foster Wallace

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Naturalmente, Il tennis come esperienza religiosa non parla di tennis. O meglio sì, ma è evidente che ne parla in quanto metafora, allegoria. Se sperate di trovare qualcosa di illuminante sul moderno gioco della pallacorda, siete in errore: anche se David Foster Wallace, che è l’autore dei due saggi raccolti in  questo volume, di tennis se ne intendeva, essendo stato a sua volta una discreta promessa a livello juniores, e ne parla con competenza. Ma se DFW stesso mette in guardia circa la differenza tra tennis televisivo e tennis live, cosa possiamo dire del tennis scritto? Che la cosa è carica di ben poco senso? L’ex sindaco di New York David Dinkins ebbe a dire Il tennis non è questione di vita o di morte. È molto di più, ed è in quest’ottica che ha perfettamente senso leggere Il tennis come esperienza religiosa. Dove sì, di tennis si parla tanto. E sono le parti meno importanti.

La copertina dell’edizione Einaudi

Quindi ha senso leggere questo saggio, come tutto quello che ha scritto DFW, nella cui opera omnia peraltro il tennis permea pagine su pagine di romanzi basilari, a partire da Infinite Jest passando per Tennis, Tv, Trigonometria e Tornado (ma non solo). Uno dei ricordi più spassosi di un’esistenza spesa a contatto coi libri è la definizione di letterariamente insignificante con cui un conoscente si sentì in diritto di apostrofare David Foster Wallace, uno di quelli che lui “è del ramo”, sorta di operatore di settore, di quelli che letterariamente ritengono significativa la lanugine del proprio ombelico. DFW parla con lingua inimitabile ed immaginifica, segue sentieri di pensiero rigorosi come le linee di un campo da tennis ma anche parabole come traiettorie che lo proiettano nel pensiero laterale: ed in grazie di tutto ciò, ci illustra in pagine memorabili come il tennis non sia questione di vita o di morte.

Il tennis come esperienza religiosa consta di due testi distinti, Democrazia e commercio agli US Open e Federer come esperienza religiosa: il primo incentrato maggiormente su un’analisi sociologica alquanto cruda del cittadino newyorchese medio (o statunitense tout court: esemplare il modo di illustrare la mania statunitense per individuare tutto secondo i punti cardinali), che si amplia fino ad abbracciare la vera natura, economica, dello sport professionistico. DFW prende in considerazione gli US Open 1995, che già paiono una nicchia di mercato rispetto ad un movimento economico di portata globale, dove lo sport sembra essere il core business dei soli atleti, e nemmeno in quel caso del tutto, visto che la maggior parte degli introiti di questi deriva dalle sponsorizzazioni. È il 1995, non è ancora stato coniato il termine sportainment ma già se ne vedono le avvisaglie: dagli spettatori che acquistano biglietti per posti talmente lontani dal campo che non riusciranno a vedere la partita, ma sono presenti e possono ingozzarsi di hot dog e acquistare gadget, al potere degli sponsor che non solo partecipano dell’evento ma ne cambiano addirittura la denominazione. Snaturandolo? A voi il giudizio.

Non è solo il lessico, frutto di accostamenti imprevedibili, neologismi e una struttura sintattica incredibilmente articolata, a colpire nello stile narrativo di David Foster Wallace, che pure qui dovrebbe attenersi ad un registro saggistico o addirittura giornalistico. A risultare letteralmente stupefacente, in Democrazia e commercio agli US Open, è l’uso delle note a piè di pagina: frequentissime e spesso di estensione inusitata, tale questa da occupare intere pagine e essere articolate in più paragrafi, tanto da costituire una sorta di narrazione nella narrazione. Una scelta stilistica non necessaria, e quindi significativa, che rifà quasi il verso ai testi universitari, unico altro tipo di comunicazione scritta che vede un uso analogo della nota. E dalle note a piè di pagine alle note di colore sul pubblico sguaiato dotato di cappellini portabirra si passa alle note sulla corruzione implicita e necessaria, come nella miglior tradizione italica peraltro, per accaparrarsi il diritto alle sponsorizzazioni, i migliori punti vendita e monumentali appalti come quello per la costruzione del nuovo stadio centrale.

Immagine iconica di David Foster Wallace

Con Federer come esperienza religiosa si compie un salto temporale; è il 2006, e anche se non è prevedibile ciò che lo svizzero sarebbe diventato degli anni successivi, nondimeno Federer è già nella leggenda: non solo per i risultati sin allora ottenuti, ma per qualcosa di indefinibile che DFW cerca di definire. E parte dalla descrizione dei Momenti Federer, quegli attimi in cui lo spettatore “dal vivo” ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di quasi irreale, che sfida le leggi della fisica e della logica. Stato di grazia, trance agonistica, ma anche cinestesia: argomentazioni tecniche che non danno conto delle capacità, nel senso più ampio del termine.

Roger Federer

Ovviamente, il senso di Il tennis come esperienza religiosa non è nemmeno tutto qui: la scrittura di David Foster Wallace, as usual, è poesia in prosa, e nel contempo analisi socioantropologica («Per motivi non del tutto chiari, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore»). Vede il tennis come estetica, DFW: «Impossibile descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse… meglio arrivare alla questione estetica per vie traverse, girarci intorno o, come faceva Tommaso d’Aquino con il suo soggetto ineffabile, cercare di definirla in termini di ciò che non è».

Più avanti, Il tennis come esperienza religiosa diventa allegoria della scrittura. Più avanti ancora, metafora della vita, a partire dalle considerazioni sul pensiero consapevole: «Eppure, una risposta efficace al servizio dipende da una vasta gamma di decisioni e aggiustamenti molto più partecipi ed intenzionali che battere le ciglia… aggiustamenti minuscoli, incessanti, e un senso degli effetti di ogni singolo cambiamento che si acuisce al progressivo allontanarsi della normale consapevolezza… Ma del resto il tennis si gioca sui centimetri».

In una nota, verso la fine del testo, che come una grande partita di tennis si vorrebbe non finisse mai, David Foster Wallace scrive: «Diverse cose di tipo interiore emergono tutte assieme e si confondono. Una è la sensazione del profondo privilegio personale di essere vivo e di assistere a tutto questo». L’occasio è una partita di Federer, naturalmente: ma come non vedere una disposizione d’animo benevola nei confronti della vita stessa? Disposizione transitoria, naturalmente: e purtroppo, ché David Foster Wallace perse la sua personale partita contro la depressione il 12 settembre di due anni dopo; quando dopo, aver corretto delle pagine de Il re pallido e scritto una lettera di addio lunga due pagine, decise di impiccarsi ad una trave del soffitto di casa sua.

DFW conclude Il tennis come esperienza religiosa scrivendo: «Il genio (Federer) non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto veder da vicino la potenza resa vulnerabile dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in un modo fugace, mortale) riconciliati». Eppure, prima, in una nota (ancora le note a margine), emerge come proprio questa riconciliazione sia pressoché utopia:

«Sono tante le cose brutte dell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno?».

No, nessun dubbio.

Game, set, match.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura.

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