Dostoevskij e “L’idiota”: come la bellezza salverà il mondo

Dostoevskij

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Chiunque abbia acquisito coscienza piena di ciò che l’universo artistico di Fëdor Michajlovič Dostoevskij rappresenti, chiunque abbia, seppur marginalmente, un ricordo vago, impreciso delle sue parole, ma forte nell’intensità colle quali esse si manifestano nei momenti di solinga riflessione, allora possiamo affermare senza remore che egli, l’individuo, destinatario inconsulto dell’arte,  può finalmente godere appieno dell’appellativo di essere umano. E lo scrittore, l’artista in generale se vogliamo, ha adempiuto magistralmente il suo compito.

Le vicende umane e i travagliati dati biografici di Dostoevskij sono ben noti a tutti.

Ciò che invece è poco noto dello scrittore, è quell’insondabile passione per la bellezza e del suo opposto. Quell’ineffabile pulsione drastica per la verità e per tutto ciò che parimente la nega che lo spinge sovente ad elaborare e analizzare personaggi di complessa struttura psicologica. In tal senso, questa ricerca spasmodica lo conduce alla creazione di un romanzo che risulta imprescindibile per chiunque aspiri a comprendere l’essenza artistica dello scrittore: L’idiota. Vi sono veramente pochi esempi nell’arte, degni di essere considerati, in grado di rappresentare al massimo grado un’anima profondamente buona, pura, come ne L’idiota. Immune dal male recondito, insito della natura umana, portatrice di verità e compassione.

Scritto tra il 1859 e il 1860, il romanzo narra le vicende del principe Myškin, che fa ritorno a Pietroburgo da un lungo periodo di cure in Svizzera per combattere l’epilessia. Apparentemente guarito, è accolto fra le cure benevoli ma distaccate della famiglia Epacin con cui ha un remoto vincolo di parentela. Si ritroverà alla fine invischiato  in orditi d’amore e travolgenti vortici passionali. Questi vedono coinvolte  Nastasia Philippovna, impegnata in varie relazione sentimentali, donna eccentrica, pregiudicata e disonorata, amica del generale Epancin e Aglaja Epancin, ultima figlia del generale, per le quali il principe si sentirà legat,o più che dall’amore, da un forte senso di pietà.

L’intricato groviglio amoroso troverà l’epilogo con la morte della prima, ad opera del suo futuro marito, Rogozine, il quale in preda a un parossismo d’ira, conseguenza di numerose umiliazioni e oltraggi subiti, la trafigge con un coltello. Questo provoca il trauma psicologico che trascinerà il principe in un stato perenne di catalessia.

Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato. Anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. 

Condizione necessaria per la comprensione del romanzo, oltre l’immenso epistolario pervenutoci, è certamente un dato biografico dell’autore, ovvero il suo iniziale orientamento politico. Dostoevskij frequenta infatti un circolo culturale di orientamento socialista, e per questo nel 1849 viene condannato a morte. La pena verrà commutata in prossimità della fucilazione in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Questa esperienza viene riversata nell’affresco realista e intimista, Memorie dalla casa dei morti: ivi descrive le condizioni di miserie e crudeltà dei prigionieri e costituirà inoltre il caposaldo della prima parte del romanzo, che vede il principe Myškin raccontare la storia di un uomo che ha avuto un’esperienza assai simile.

Il tema del valore della morte e della compassione, quest’ultimo altro elemento distintivo, fanno da apripista a una triplice e più complessa struttura ideologica. Da un lato, il travagliato rapporto tra il vero e il bello, in cui la dimensione esistenziale dell’individuo è stravolta e collima con una profonda riflessione morale sulla vita e su un modello etico da seguire. Dall’altro la questione sociale della Russia, ossia lo scontro ideologico tra slavofili e occidentalisti, tratto sottile, ma che emerge evidente proprio nelle ultime righe del romanzo. E per ultimo, ma non meno importante, la dimensione cristologica in cui l’opera è calettata.

Tra le varie figure della letteratura a cui potremmo accostare il personaggio del romanzo, v’è senza dubbio l’impavido Don Chisciotte e il gioviale Samuel Pickwick: minimo comune denominatore tra essi risulta essere la loro salda e imperturbabile costituzione morale, quella intrinseca bonomia di spirito che caratterizza le loro esistenze. Prodotto di una salda formazione spirituale e di un’inflessibile integrità d’animo, è in tal senso la ricerca costante e certosina della verità. Ma come accennato poc’anzi v’è un elemento in più ne L’idiota: l’intento di Dostoevskij d’individuare il punto di intersezione tra la verità e la sofferenza che da essa scaturisce. E non poteva far ciò non rivolgendosi al Cristo.

Dostoevskij fa ciò elargendo a Myškin l’anima del Cristo scevra però della consapevolezza redentrice: in altre parole, mentre Gesù carica su di sé le sofferenze e i peccati del mondo, conscio di una missione salvifica dell’umanità, il principe Myškin agisce, seppur simile a lui, senza uno scopo particolare. È spinto piuttosto da una pulsione inconscia, insita della sua natura umana plasmata a modello del figlio di Dio.

Tuttavia, possiamo rintracciare in questo il genio dostoevskijano: citiamo un passaggio fondamentale per la comprensione del testo, le parole di Ippolit, un nichilista malato di tisi, che esprime il suo pensiero dopo aver ammirato una copia del dipinto di Hans Holbein il giovane, Il corpo di Cristo morto nella tomba (1521) :

In quella sera, una sera che annientava tutte le loro speranze e forse anche tutta la loro fede, coloro che seguivano Gesù dovettero provare un’angoscia senza nome. Atterriti, si dileguarono. Sostenuti soltanto da una grande idea, un’idea che nessuno avrebbe più potuto togliergli o cancellargli: se il Maestro, alla vigilia del supplizio, avesse potuto vedere la propria immagine, sarebbe salito lo stesso sulla croce? Sarebbe morto nel modo in cui morì?

Ciò fa da filo conduttore al triste epilogo della vicenda. Myškin, avendo l’anima di un Dio reso uomo sulla terra, possedeva contemporaneamente le caratteriste dell’io, dell’individuale e quelle della pluralità, dell’universalità. Quando Myškin vede Nastasia distesa esangue sul letto, il corpo tumefatto, l’algore del corpo immobile, vede in realtà se stesso. Vede l’umanità intera soccombere alla morte. Ed è in quel preciso istante che la fede gli viene meno; istanza che Dostoevskij accoglie condannando il principe ad un’eterna flagellazione.

Un’eterna passione, senza concedergli né la redenzione della morte, né tanto meno la grazia della resurrezione.

Angelo De Sio per MIfacciodiCultura

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