Due Catalogne: gli interrogativi sull’indipendenza catalana

Il documentario che riaccende gli interrogativi sull’indipendenza catalana.

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Negli ultimi decenni Barcellona è diventata una delle mete di turismo più importanti della Spagna, conosciuta come città d’avanguardia nell’arte e famosa per il suo stile di vita, visto spesso come trasgressivo. Al di là degli stereotipi, essa rimane una delle città più popolose all’interno del territorio spagnolo, seconda soltanto alla capitale Madrid. L’attrito tra le due città ha origini storiche antiche: una rivalità che non si è mai spenta e un risentimento purtroppo ancora presente nella vita sociale, e soprattutto politica, tra Barcellonesi e Madrileni.

Caratteri dell’identità storica catalana

In origine fu Barcino, città di provincia romana, coinvolta all’interno di traffici commerciali messa in ombra da Tarraco. Fu solo nel Medioevo che riuscì a raccogliere i caratteri di un’identità culturale e politica che prese il nome di Catalogna. Nel Quattrocento fu legata al destino di uno stato monarchico che finì per diventarne oppressore (esperienza verificatasi in molti territori che erano sotto il dominio spagnolo), e fino al Settecento Madrid la bandì dal commercio con le colonie americane. Da sempre storicamente sottomessa, fu presa d’assedio dopo la Guerra di Successione Spagnola da Filippo V, che rase al suolo le abitazioni per costruire la fortezza chiama Ciutadella, simbolo di odiato potere poi distrutto.

Durante il periodo del Regime Franchista fu portata nuovamente la repressione e, finalmente, alla fine degli anni Settanta la regione ritornò a riappropriarsi dei propri poteri.

La Catalogna è da sempre considerata, proprio dagli Spagnoli stessi, una regione diversa dal resto di quelle nella penisola. Più nordica,“più europea”, i Catalani furono paragonati più simili ai loro cugini francesi in alcuni tratti. Barcellona, che contiene da sola più della metà degli abitanti della regione, è indubbiamente una delle città più aperte della Spagna e dell’Europa, che ha fatto passi da gigante in pochi anni per imporsi sul territorio nazionale ed affacciarsi a quello internazionale come una delle più influenti. La Catalogna ha una propria bandiera, una propria lingua insegnata nelle scuole (il catalano, lingua romanza simile alla all’antica Lingua d’Oc di cui parla Dante Alighieri all’interno del trattato De Vulgari Eloquentia ), una propria squadra di calcio (Il Football Club Barcelona è sentito come dimostrazione di un senso d’appartenenza comune).

Infine, un fattore importante è relativo al dato economico: la Catalogna versa nelle casse nazionali più di quanto riceve.

 Il doppio volto della Catalogna, una storia controversa

A fine settembre, la piattaforma digitale Netflix ha pubblicato un documentario chiamato Dos Catalunias (Due Catalogne), disponibile solo in lingua originale con sottotitoli, che esamina attraverso una serie di docu-interviste la dualità di pensiero politico presente nella ragione spagnola. Emergono infatti i motivi della lotta tra indipendentisti e nazionalisti: i maggiori protagonisti sono infatti Carles Puidgemont, ex presidente della Generalitat de Catalunya, e Inés Arrimadas García,  deputata del partito Ciudadanos. Il documentario, che vede alla regia Alvaro Longoria e Gerardo Olivares, si pone in maniera assolutamente neutrale, raccogliendo le testimonianze e le ragioni che hanno portato poi ad un inevitabile exploit politico di ribellione e violenza all’interno della città catalana di Barcellona il 1° ottobre 2017, giorno di voto per il Referendum sull’Indipendenza.

La convocazione del referendum è sempre stata considerata illegale dal Governo Spagnolo (presieduto al tempo da Mariano Rajoy) poiché incostituzionale, referendum che fu proclamato definitivamente nullo il 17 ottobre 2017 dal Tribunale costituzionale, “in quanto lesivo della supremazia della Costituzione, della sovranità e dell’indissolubile unità della nazione spagnola.”

 

Un anno dopo il referendum: perché parlare ancora di indipendenza

L’indipendentismo catalano ha origini molto antiche, ma si è riacceso in modo vivo soltanto nell’ultimo decennio, periodo in cui è iniziato anche un processo di disgregazione all’interno dell’Unione Europea. Il referendum del 1° ottobre 2017 era illegale per lo stato spagnolo: allora perché si è intervenuti con violenza e repressione? Perché non si è semplicemente tentato un dialogo in cui, attraverso compromessi e concessioni reciproche, si potesse trovare un punto d’incontro?

La storia (e la psicologia) ci insegna che tanto una cosa viene repressa o vietata, quanto più verrà perpetrata e continuata nel tempo, fino ad espandersi.

Sempre più spesso sono proprio le minoranze a sentirsi ignorate, non ascoltate e ingiustamente rifiutate nelle loro richieste. Il senso di abbandono da parte delle Istituzioni è forte, tanto che in più casi si è cercato un distacco per conservare la propria autonomia. La rottura tra la Spagna e la Catalogna è ormai avvenuta, e ogni giorno sono tantissime le persone che cercano di richiamare l’attenzione sull’indipendenza negata alla popolazione (i risultati ottenuti furono: 2.286.217 votanti, il 43,03% degli aventi diritto con SÌ al 90,18% e NO al 7,83%, più 770.000 voti sequestrati). Questo braccio di ferro tra il Governo spagnolo e quello catalano ha portato all’incarcerazione di molti protagonisti delle campagne per l’indipendenza (che rischiano fino a trent’anni di galera) e all’auto-esilio dello stesso Puidgemont, destituito dalla carica con l’introduzione dell’articolo 155.

Il 29 settembre 2018 a Barcellona e si stava svolgendo un’enorme manifestazione a un anno dal referendum, in cui un’immensa folla sfilava per le strade con la bandiera estelada (simbolo dell’indipendentismo catalano), bloccando il traffico ovunque, e continuamente monitorata dalla polizia locale, i mossos d’esquadra. Nei giorni successivi, davanti al Palazzo della Generalitat (la sede della presidenza della Generalità della Catalogna) ragazzi giovanissimi sfilavano e sostavano, pranzavano e ballavano, con addosso i simboli della loro regione. Cartelli di protesta, persone legate davanti ai cancelli che affermano “non ci chiuderanno la bocca in questo modo”, sono sempre presenti davanti ai simboli del potere. Attraversando la città, i balconi dei barcellonesi pullulano di bandiere catalane e la vendita in strada di nastri gialli, simbolo dei prigionieri politici o esiliati, è costante sulle Ramblas.

La domanda da porsi è dunque se i nuovi regimi di austerità e la chiusura verso le minoranze non ci stiano riportando a rivivere dinamiche storiche troppo spesso dolorose.

Maria Laura Riccardi

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