La grande post-epoca: cosa fare dopo la fine di tutto?

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La cultura non è solo un patrimonio da custodire, ereditato dai nostri antenati. La cultura è anche una mappa che collega sentieri già tracciati verso nuove destinazioni. O almeno, dovrebbe esserlo. Invece, nell’epoca del post imperante, la post-epoca appunto, persino la prima nozione, quella più classica, stenta a sopravvivere.

Nell’attuale clima di (poche) speranze e (molte) frustrazioni, ci siamo abituati a “postizzare” qualsiasi campo, qualsiasi pensiero. Le grandi narrazioni del Novecento si sono scontrate con un ordine globale talmente rumoroso e disorientante che è difficile distinguere una voce. Tranne probabilmente quella del consumo a portata di clic, figlia di quella mutazione antropologica prefigurata da Pasolini oltre 40 anni fa.

Abitiamo nel mondo dopo la fine della storia, direbbe lo studioso Francis Fukuyama, cioè nel mondo inaugurato dal crollo del Muro di Berlino, quello che potrebbe essere definito come post-epoca. Le superpotenze che avevano in mano le sorti di un pianeta spaccato a metà, schierate su fronti ideologici opposti, hanno deciso di ricompattarlo per restituirgli un senso. Come se lo Spirito hegeliano avesse attraversato ogni ostacolo per compiersi nella sua forma finale. Una forma che però sarebbe ardito descrivere come perfettamente razionale.

L’impressione è che tutto ciò che si poteva fare sia stato fatto: nulla da aggiungere nella post-epoca.

Amiamo etichettare noi stessi oltre i soliti schemi concettuali, quelli che un tempo avevano almeno la parvenza di un senso. Destra e Sinistra sono categorie ormai logore, roba da museo della politica, in cui sempre meno persone nutrono fiducia. E sempre meno fiducia riscuote la democrazia stessa, divenuta un meccanismo oligarchico, condizionato dalle lobby multinazionali che può contare su un elettorato scettico, disincantato ma disinteressato: aspetti regressivi riemergono nel presente, in quella che Colin Crouch definisce post-democrazia.

La parabola discendente che stiamo vivendo nella post-epoca riguarda anche i media e le nostre capacità di rapportarci con essi. L’esplosione digitale ha sconvolto i nostri filtri di percezione della realtà (la quale, per l’appunto, non è mai im-mediata). Una volta ci si appellava all’ipse dixit televisivo. Un oggetto veniva in qualche modo calato dall’alto di uno schermo e nessuno poteva contestarne la verità. In questi anni si è affiancata un’altra autorità, forse ancora più potente perché nutrita dagli imbecilli tanto cari a Umberto Eco, ovvero il web 2.0.  Un’arena che ha sostituito l’argomentazione e il controllo delle fonti con l’hate speech e le fake news. E’ la post-verità: distinguere vero e falso passa in secondo piano quando si vuole far breccia nell’opinione pubblica.

Tutti questi concetti rielaborati in chiave post suonano come formule di una storia culturale defunta, piena di buone intenzioni ma fallimentare.

«Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene» diceva Woody Allen, distruggendo in una sola frase le due grandi promesse di riscatto dell’umanità.

Anche diversi intellettuali, per assurdo, hanno decretato i fallimenti (se non la morte) della ricerca intellettuale. Blaise Pascal abbracciò la fede giansenista  per superare gli auto-inganni delle certezze filosofiche e scientifiche, nel nome dell’intuizione e del sentimento. Kierkegaard e Schopenhauer furono pionieri delle correnti irrazionaliste. Adorno vide in Auschwitz il punto di non ritorno della filosofia, dell’arte e della cultura in generale: scrivere una poesia dopo l’orrore nazista sarebbe stata una barbarie. Martin Heidegger, dal canto suo, considerava il dominio tecnico come il vero volto della metafisica occidentale.

I nuovi pensatori si annidano nei talk show o tra le pagine facebook dei vip. Nel frattempo, gli accademici si preoccupano più della storia della filosofia che non della filosofia in sé. Si celebrano le spoglie dei grandi maestri ma senza quel passo in più che ogni allievo dovrebbe compiere. Come pretenderlo, quando le nostre capacità di attenzione, lettura e comprensione diventano sempre più rarefatte, in balia di una società ipervisuale? Come pretenderlo, laddove l’istruzione diventa una transazione commerciale con studenti-clienti, con basse aspettative, che poco ha a che fare con l’educarli?

Un esercito di mediocri ripetitori di pensieri altrui che sta uccidendo romanzi, mostre, monumenti e partecipazione politica. E sta uccidendo pure il Genio, la creatività, parola talmente abusata da essere appannaggio di stilisti e pubblicitari.

Ma non tutto è perduto in questo scenario post-apocalittico. A dire il vero, l’apocalisse è stata annunciata talmente tante volte lungo la storia che facciamo fatica a crederci. Quando arriverà davvero, non ce ne accorgeremo. Perché la mente è sempre proiettata dietro il fenomeno, oltre l’effetto visibile. Nemmeno l’idea della morte si arrende semplicemente alla fine di tutto. C’è sempre una causa, una meta che avvertiamo con ostinazione e speranza. Non ci prenderemmo la briga di scrivere articoli, leggere saggi, ascoltare canzoni o ammirare opere se non fosse per questa meta dopo la fine. Tutti indizi che testimoniano una volontà di rinascita, persino nell’inferno che ci costruiamo.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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