I grandi saggi – “I nemici intimi della democrazia”, pericolosi paradossi vs. vita reale dalla penna di Tzvetan Todorov

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Ti capita di definire il concetto di politically correct, come una sorta di Cavallo di Troia, inteso sia come oggetto dell’epica classica che come virus informatico; poi capita di leggere I nemici intimi della democrazia di Tzvetan Todorov, e allora ti fai cogliere dalla sindrome di Carducci: lo vedi, Erminia, che non sono un cretino? Perché la tesi che il filosofo di origine bulgara (naturalizzato francese) sostiene è proprio questa, ossia che mentre per la stragrande maggioranza degli individui ritiene oggi che i maggiori pericoli per la democrazia continuino a venire dall’esterno, in realtà essa viene minata dal suo interno.

Tzvetan Todorov

Per pericoli esterni, è piuttosto ovvio, intendiamo gli assalti dei regimi totalitari, prima quelle belle dittature nazifasciste che oggi molti rimpiangono, e aggiungiamoci in chiave più recente i fondamentalismi religiosi e il terrorismo (accompagnati dalle dittature a sostegno di entrambi). Attraverso I nemici intimi della democrazia, Todorov sostiene una posizione scomoda: non esistono più avversari esterni, i rischi per la democrazia vengono da un individualismo spinto alle estreme conseguenze, dal neoliberismo e dal populismo. Il saggio, peraltro, è del 2012, quindi Todorov (peraltro scomparso a Parigi nel 2017) non ha evidentemente nemmeno avuto la possibilità di tenere presente lo stato dell’arte della democrazia italiana ver. 2018.

Da un punto di vista della struttura, I nemici intimi della democrazia non è probabilmente il miglior lavoro di Todorov. Lascia perplessi l’ampia parte centrale che possiamo definire “storica”, nella quale il filosofo compie un ampio excursus sulle origini del pensiero e della pratica democratica, partendo dall’accoppiata Pelagio – Agostino per arrivare a Constant, passando per Montesquieu, Condorcet e numerosi altri pensatori e punti di vista: operazione sicuramente interessante e di sicuro valore, ma che allontana dalla focalizzazione del problema sullo status quo.

«Inizialmente, avevo creduto che la libertà fosse uno dei valori fondanti della democrazia; ora mi rendo conto che un determinato uso della libertà può rappresentare un pericolo per questa forma di governo. Ne sarebbe un indizio il fatto che oggi le minacce incombenti sulla democrazia provengono non dall’esterno, da parte di coloro che si dichiarano suoi nemici, ma dall’interno, da ideologie, movimenti o macchinazioni che affermano di difenderne i valori? Un altro indizio potrebbe essere il fatto che i valori in questione non sono sempre i migliori?». L’incipit di I nemici intimi della democrazia è decisamente in medias res, e parte dall’esperienza personale, essendo Todorov nato a Sofia nel 1939: parla perciò di una situazione in cui ogni attimo della nostra esistenza era sorvegliato, il minimo scarto rispetto alla linea imposta esponeva al rischio di denuncia.

La differenza, rispetto a quello che propone David Lyon ne La società sorvegliata (in determinati passaggi), e la tendenza della realtà presente, è che l’assenza di libertà vissuta da Todorov era palesemente imposta dall’esterno, mentre la dominante neoliberista democratica ha portato le masse a chiedere in prima persona la riduzione della propria libertà. Le fake news, la diffusione dell’incertezza, la politica dell’induzione di paura ed intolleranza, la costruzione del nemico: tutto ciò ha portato alla scomposta richiesta di una diminuzione della libertà individuale in cambio di un percepito ma illusorio aumento della sicurezza collettiva.

Sono i paradossi della libertà, titolo del primo paragrafo del libro: conosciamo già il paradosso dell’intolleranza, che in precedenza abbiamo parafrasato in un paradosso dell’empatia. A partire da quello della libertà, Todorov mostra come la democrazia sia intimamente connessa a questa “figura retorica” dal micidiale impatto sulla vita reale. Sono I nemici intimi della democrazia: in Bulgaria «la parola “libertà”, naturalmente, era autorizzata e perfino valorizzata, ma, come gli altri elementi della propaganda ufficiale, serviva a dissimulare – o a colmare – un’assenza: in mancanza della libertà concreta, almeno ne restava il concetto»; nel 2011, Todorov nota come in Europa il termine libertà sembra ormai essere un elemento distintivo per partiti politici di estrema destra, nazionalisti e xenofobi, citando l’alleanza tra Popola della Libertà e Lega Nord.

La democrazia cela al proprio interno forze minacciose e la novità della nostra epoca è che tali forze sono più potenti di quelle che l’attaccano dall’esterno. Combatterle e neutralizzarle è più difficile, in quanto a loro volta esse si richiamano allo spirito democratico e appaiono dunque legittimate». E Todorov non tiene nemmeno conto, pur parlando della comunicazione come fondamento della democrazia, delle rivendicazioni neo-illiberali a diffondere qualsiasi tipo di messaggio, anche xenofobo, misogino o omofobo, in nome della democrazia, pratica quanto mai e sempre più invalsa proprio sui social e sul web.

È, appunto, il paradosso della democrazia: il neofascismo rivendica in nome della democrazia il diritto ad assumere, propagandare e perseguire fini violenti e del tutto antidemocratici. in questo pantano, Todorov si dibatte e si districa, esattamente come facciamo tutti noi al presente momento. Mancherebbe soltanto una per noi doverosa citazione del sempiterno Pogo di Walt Kelly, già usata e che useremo purtroppo in futuro, Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi.

Nondimeno, è pur vero che la situazione di estremo pericolo che sta vivendo la democrazia, e di conseguenza tutti noi, è appunto determinata da un paradosso: il che giustamente Todorov individua come un punto cruciale. Per una volta, però, vediamo un barlume di speranza proprio nella natura del paradosso, come si può evincere dal paradosso per antonomasia, ossia il paradosso di Achille e della tartaruga proposto da Zenone. Il paradosso, etimologicamente, va contro l’opinione corrente: e contro la pratica, poiché Achille, ignaro di essere sul punto di divenire il paradosso per antonomasia, accelera e supera la tartaruga.

Paradossalmente, la soluzione del paradosso, di per sé irrisolvibile, è estremamente semplice: basta non tenere conto del paradosso e accelerare.

Superando la tartaruga.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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