I Grandi Classici – “Dracula” di Bram Stoker, attualità di un vampiro psicosociopolitico

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Ci sono doversi motivi per scegliere Dracula, il capolavoro di Bram Stoker, come Grande Classico da affrontare: le interpretazioni allegoriche in chiave psicologica sono sempre attuali poiché inerenti a tematiche archetipiche, e quelle relative alle similitudini storiche potrebbero dare origine a valutazioni di un certo interesse. D’altra parte, per rifarci alla stretta attualità, potremmo anche considerarlo semplicemente un doveroso omaggio al recente Oscar attribuito finalmente a Gary Oldman, già interprete di Dracula di Bram Stoker a firma Francis Ford Coppola.

Bram Stoker

Ma diciamolo subito, per una volta non ci limitiamo a suggerire la lettura del romanzo, ma anche a preferirne l’edizione Einaudi, e ciò a cagione dell’introduzione di Tommaso Pincio, scrittore italiano il cui nome altro non è che l’italianizzazione di Thomas Pynchon, che offre un’analisi di ampiezza, profondità ed esaustività di rara portata: peraltro, Pincio pone l’accento, tra le altre cose, sulla quantità e varietà di interpretazioni fantasiose ed improbabili, tra le letture forzate causate forse dal semplice desiderio di originalità del critico. Tra queste, citiamo una visione del romanzo secondo la quale ad ispirare Stoker non furono conti impalatori della Valacchia e/o leggende popolari più o meno truculente, bensì i medici, con un’interpretazione fantasiosa secondo cui il diminutivo drac usato da Stoker negli appunti andrebbe letto come doc, medico; il castello dell’ematofago conte sarebbe una metafora degli ospedali ed i vampireschi canini nient’altro che una trasfigurazione della belonefobia o tripanofobia, ossia della paura di aghi e oggetti atti a produrre sanguinamento.

La storia di Dracula, così come pure i riferimenti storici, sono più o meno noti, più o meno variabili a seconda soprattutto delle versioni cinematografiche: neppure il sopra citato capolavoro di Coppola è del tutto fedele all’originale, il quale del resto è originale in senso autoreferenziale, essendo largamente ispirato quantomeno a Carmilla di Sheridan Le Fanu, scritto nel 1872 contro il 1897 di Dracula. Nemmeno i riferimenti psicologici ed i risvolti sessuali sono oltremodo nascosti, ma è interessante scoprire che ciò che appare palese a noi, abituati ad avere in Conte nel nostro immaginario collettivo come trasposizione gotico-horror del maschio tenebroso, non lo era altrettanto neppure per la puritana Inghilterra vittoriana, alla quale Dracula apparve come un romanzo d’intrattenimento o poco più.

Al netto quindi delle interpretazioni sulla deflorazione e sullo stupro, portata a casa l’aneddotica sulla prima pubblicazione del romanzo (copertina gialla e titolo rosso vivo, editore Archibold Constable), acclarato che il successo planetario dell’opera fu tutt’altro che immediato ma che finì per vampirizzare la carriera letteraria di Stoker e non solo (anche quella cinematografica di Bela Lugosi, ad esempio), che sostenere che Vlad III di Valacchia fu la fonte di ispirazione per Stoker è operazione di fantasia quasi quanto l’opera stessa, atteso che nel romanzo vi è anche una sottile tensione ambigua che farebbe pensare ad una tematica di omosessualità latente ovvero  di più-o-meno inconscio outing (vedasi il ruolo di Harker rispetto a Mina, e si tenga conto dell’amicizia tra Stoker e Oscar Wilde), tenuto conto che negli ultimi due decenni del 1800 si vide la nascita del genere che va sotto il nome di Gotico d’Invasione e che in buona sostanza tutto il romanzo fa i conti con la situazione sociopolitica di un Impero Britannico che teme per la sua stessa solidità nei confronti di una supposta invasione proveniente da Est (timori che danno vita ad una visione fortemente manichea, per dualità contrapposte – ciò detto, ci rimarrebbe da fare qualche considerazione sulla bontà letteraria del romanzo, prima di avventurarci nelle conclusioni.

Ma la qualità letteraria di Dracula è quantomeno opinabile: interessante invece è il parere della critica secondo cui la struttura del romanzo è incerta (ed in effetti, la narrazione pare procedere quasi a caso, per “colpi di genio”, i personaggi piatti e poco sfaccettati e sostanzialmente la raffinatezza stilistica è quasi assente. Il che, invece di essere d’ostacolo, avrebbe favorito la diffusione del romanzo ed il suo ingresso nel mito, anche antropologicamente inteso. Se da un lato, insomma, leggiamo che il contenuto vampirizza la forma, dall’altro lato vediamo che tutto quanto sopra ci consegna un lavoro letterario che potremmo definire di casuale intelligenza.

E sicuramente casuale è quel che leggiamo, oltre a quanto fin qui esposto, per parlare di attualità di Dracula. Stretta attualità, dobbiamo dire: tra un riferimento ai Promessi Sposi (anche qui abbiamo un matrimonio ostacolato, in effetti), a Stevenson, a Conan Doyle, il buon Tommaso Pincio parla dell’Invasione degli Ultracorpi e della Guerra dei Mondi. «…una razza aliena proveniente dal pianeta Marte invade Londra per nutrirsi del sangue dei cittadini britannici» – e il romanzo di Welles è del 1897.

Ma allora ci è lecita una contestualizzazione, partendo dal fatto che è cosa nota che la fantascienza degli anni ’50 era infarcita di allegorie anticomuniste (o comunque antidittatoriali), e che Pincio inizia il suo saggio-introduzione con queste parole:

Vengono da sempre ascritti al regno dell’orrore e pertanto dovremmo averne timore. Eppure, soppesando con spirito pramatico le conseguenze di un incontro ravvicinato si stenta a comprendere per quale ragione i vampiri dovrebbero costituire una minaccia. Offrire il collo… non è svantaggioso né tantomeno letale… il vampiro ci priva di ciò che chiamiamo vita, è vero ma… più che ucciderci, ci infetta, ci rende simili a lui, abitanti di una terra di mezzo che non è né vita né morte.

In versione umana, Gary Oldman è Dracula per Coppola

In quanto sopra, sostituite “vampiri” con “fascisti” e avremo una magnifica descrizione dei volonterosi carnefici di Hitler e dell’onda di ritorno dei movimenti neofascisti, basati su una spontanea adesione di interesse. Perché se è vero che essere vampiri, o fascisti, non è sempre facile, «Tali disagi rappresentano però un prezzo più che accettabile».

Naturalmente, vorremmo dire, il saggio di Pincio si intitola Dracula: lo specchio segreto: perché tra un’interpretazione e l’altra, quell’oggetto magico che è lo specchio e che i vampiri tanto temono non fa altro che rimandare un’immagine, reale anche se parziale, di noi stessi. I vampiri siamo noi. Non è una bella cosa.

Dracula umanizza l’idea del male che arriva dall’esterno rendendolo così familiare che possiamo perfino toccarlo con mano.

Stephen King

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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