Di paura il cor compunto – «I will cause fear»: la condanna di Frankenstein

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La nostra rubrica sulla paura in letteratura si occupa oggi di uno dei capolavori della letteratura inglese: il celeberrimo Frankenstein, o il moderno Prometeo (Frankenstein; or, the modern Prometheus) scritto da Mary Shelley (Londra, 1797 – Londra, 1851) e pubblicato nel 1818. La storia di Frankenstein è probabilmente tra le prime che possono venire alla mente se si parla di letteratura dell’orrore.

Frankenstein

Il testo dell’autrice inglese si situa all’interno del genere gotico, sebbene alcuni critici considerino le atmosfere di Frankenstein già lontane da quelle propriamente definite “gotiche”, essendo, volutamente, realistiche e lontane dal soprannaturale. Difatti, in questo romanzo, ciò che fa scaturire l’inquietudine non è l’imprevedibilità di qualche avvenimento soprannaturale; è, al contrario, la mancanza di controllo sulle conseguenze delle azioni umane. In questo caso, l’azione è partorita nel campo della scienza, intesa come intervento dell’uomo sulla natura.

Dobbiamo notare come la paura, nel lettore del romanzo, non si genera nei momenti in cui il protagonista, Victor Frankenstein (che, è bene ricordarlo, è lo scienziato, non il mostro), si reca nei cimiteri per studiare il corpo umano: nonostante il luogo particolare, non accade nulla di soprannaturale, poiché tutto è spiegabile con la conoscenza scientifica. Si rimane dunque a un livello di sinistra inquietudine.

La paura irrazionale arriva invece dopo il vero e proprio esperimento, quando Victor Frankenstein scopre di essere andato troppo oltre se stesso, di non avere ponderato bene i pericoli della propria impresa e di non riuscire più a gestire le conseguenze del proprio intervento sulla natura. In questa storia è l’uomo che, con la hýbris (superbia) tipica di Prometeo (come è sottolineato dalla stessa autrice nel sottotitolo), varca i propri limiti grazie alla conoscenza per cercare di imporre un nuovo corso alla natura. E, in particolare, per riuscire a creare la vita con metodi artificiali.

Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817

Nel mito greco, Prometeo è il titano che plasma l’uomo, animandolo con il fuoco divino: si arroga dunque una funzione di divinità. Similmente agisce il dottor Frankenstein, che, dopo anni di studio presso l’Università di Ingolstadt, decide di mettere in pratica le proprie intuizioni, creando un corpo umano con resti di cadavere e dandogli vita con una scarica di corrente elettrica. Fino a questo punto, l’esperimento è stato programmato nei minimi dettagli. Ma il dottor Frankenstein, tutto preso da questioni di anatomia e scienze naturali, non aveva pensato alle implicazioni etiche della propria azione, e principalmente non si era posto questa domanda: come si sarebbe dovuto rapportare con la propria creatura?

Il primo memorabile momento di terrore segue la suspense generata dal dubbio sulla riuscita dell’esperimento: ebbene, l’esperimento riesce, ma ben presto si scopre che la creatura che ha appena preso vita è deforme, orribile a vedersi, semplicemente ripugnante. Victor Frankenstein, geniale studioso, ha sì scoperto il segreto della vita, ma di una vita imperfetta e innaturale; quel che è peggio, è che egli dimostra immediatamente tutta la sua pavidità fuggendo, abbandonando la creatura da lui stesso plasmata, desiderata, cercata. Frankenstein, nella folle fuga dalle proprie responsabilità, nega alla creatura persino un nome, come se volesse cancellarla dalla memoria, facendo finta che non sia mai nata.

La paura di Frankenstein, dell’uomo che sa di aver commesso un’azione irreparabile, si compone di molteplici sfumature: è il terrore del fallimento, scoprendo il vero aspetto di quella che lui considerava suo capolavoro e opera prediletta; il timore della responsabilità che avrebbe avuto da quel momento in poi nei confronti della creatura; l’angoscia della consapevolezza dei pericoli e dei rischi dell’esperimento, che però lo coglie troppo tardi.

Frankenstein
Il film del 1931

La creatura, tuttavia, nonostante l’aspetto anomalo che la differenzia dagli altri esseri umani, è in realtà molto simile all’uomo in qualcosa che lo scienziato non si cura minimamente di sondare: le emozioni. Venuta al mondo, la creatura vorrebbe abbracciare suo padre, e invece lo vede fuggire in preda al disgusto; vorrebbe intessere relazioni con gli esseri umani che incontra lungo la sua strada, poiché si sente sola e abbandonata, eppure, tutti, nessuno escluso, la rifuggono. Persino il padre di una bambina salvata dall’annegamento proprio dalla creatura, la vede solo come un mostro pericoloso, che viene isolato sempre di più, facendo montare la sua disperazione e la sua rabbia.
La  condanna alla solitudine e all’assenza di calore umano porta la creatura alla seguente conclusione:

If I cannot inspire love, I will cause fear!

Se non riesco ad ispirare amore, allora provocherò il terrore!

Illustrazione dalla copertina interna dell’edizione di Frankenstein del 1831

È in quel momento che la creatura si trasforma in un vero e proprio mostro di odio, iniziando a tormentare la vita del suo vile creatore, distruggendone la famiglia e gli affetti. Si finisce allora in un vero e proprio cortocircuito di orrore e violenza, generato in prima istanza dalla mancanza di fiducia di Victor nei confronti della propria creatura. Era lo scienziato, infatti, che l’avrebbe dovuta educare e guidare alla vita, assumendosi la propria responsabilità di creatore.

La grande colpa di Vicotr Frankenstein è stata quella di voler dare origine alla vita senza amore, ovvero senza essere preparato a interfacciarsi con una nuova individualità da lui dipendente: incapace di prendersi le responsabilità di padre, obnubilato dai propri sogni di gloria, troppo tardi si rende conto di essersi comportato non da demiurgo, ma da semplice meccanico della materia inanimata, rapportandosi con l’Altro come se fosse un semplice oggetto e non un vero e proprio individuo. È l’inettitudine emozionale di Frankenstein a condannarlo a una vita di terrore: ha voluto creare una persona isolata che lo ripaga con la stessa glaciale e desolante solitudine. Non a caso, il paesaggio finale di questo romanzo epistolare non è altro che l’immensa distesa ghiacciata del Polo Nord.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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