#Ontheroad 途中 – Tokyo: Akihabara, il quartiere che non dorme mai

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Allora sayonara, in questa notte blu: non è sbagliato domandarsi quale sia il senso del ritrovarsi improvvisamente catapultato in un quadro notturno, con un insieme di luci rosa e ragazze dalle minigonne in tinta con gli ombrellini. Non è sbagliato concedere a se stessi di lasciarsi andare dinanzi allo spettacolo del “campo delle foglie autunnali”, che è il significato letterale di Akihabara (秋葉原), abbandonandosi ad un quartiere in grado di tramutare lo stordimento entusiastico avvertito a Shinjuku in un caleidoscopico benvenuto serale nell’Assurdo.

E allora mi chiesi: “Perché la realtà è così distante dal mio cuore? (Haruki Murakami)

E’ difficile esprimere a parole le sensazioni che si provano. Tutti ci provano in tanti modi, ma quasi nessuno ci riesce. (La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie)

Sembra di piombare in una tela non più vergine, in cui uno scienziato eccentrico abbia inforcato una tavolozza bizzarra, dando il via al riempimento di cartelloni bianchi con dei tratteggi più impensati, le cui tinte sono state rubate ai colori della sera inoltrata, con quei riflessi opachi tipici dei grigi grattacieli dormienti. Akihabara è il punto estremo in cui si timbra il biglietto verso gli effluvi della Notte, e alla stregua della scalinata del film The Truman Show è un trampolino di separazione, che non permette di riemergere prima della sei di mattina. Incredulità è indubbiamente un termine troppo banale, eppure il più sincero che chiunque, giovane o saggio, utilizzerebbe spontaneamente per etichettare il quartiere. Akihabara è un grande manga luminoso e scalciante che sfavilla gagliardo nell’antro della notte portando con sé chi si ritrova lì di passaggio, promettendogli una visione luccicante che ricorderà per tutta un’esistenza.

La mia visione è avvenuta di notte, quindi ciò che ricordo all’uscita del treno giallo della Sobu Line (ci si arriva anche con la Hibiya Line e con la Shinjuku Line) è una rappresentazione ben nitida e uniforme di ombrelli trasparenti (li hanno tutti e tutti uguali!) che uno sciame di giapponesi e  non, tra cui io- si era fiondata ad acquistare nel negozietto d’occasione in vista della pioggia imminente. E di seguito, la camminata è proseguita  lungo la via principale, in un percorso diritto nei meandri nebulosi del grumo serale delle 22:30, con la concentrazione rivolta istintivamente a quella macchia assurda e diversamente intricata di colori accesi, che ricordano le connessioni elettriche dei grandi palazzi in disuso. Chi è habituè lo sa, conosce la magia, ma gli ospiti di passaggio, ben riconoscibili, se ne restano con gli occhi strabuzzati a osservare la luna di là degli edifici e la pioggia settembrina che le fa da accompagnatrice, pur rimanendo in contemplazione estatica anche delle strade quaggiù.

Di nuovo pensai che per sei anni avevo vissuto con lei sotto lo stesso tetto, ma non l’avevo mai capita. Allo stesso modo in cui la gente ogni sera guarda la luna, ma della luna non sa un bel niete (Haruki Murakami, L’assassinio del commendatore)

Ragazza maid in giro per Akihabara

Per gli appassionati di manga e anime (otaku おたく/オタク), Akihabara è letteralmente la realizzazione vivente di un sogno che gli occhi hanno già inventato in ogni singola mente con la lettura o visione di scene passate, sogno che magari è stato soddisfatto in parte a qualche Lucca Comics ma che qui non trova più parole e rimane esterrefatto: basta solo andare avanti a camminare, c’è davvero tutto.  Per chi invece Sailor Moon, Doraemon e Hayao Miyazaki li ha solo sentiti nominare, o proprio per nulla, non resta che rimanere ugualmente esterrefatti dinanzi a una realtà che a suo modo legittima l’estraniante garantendogli una notte che non riposa mai.  Si intercetta un frastuono a intermittenza tra i grattacieli plumbei, che la fantasia suggerisce in dialogo continuo, con scambi di consigli sugli ultimi prodotti di una certa marca, trasmissioni luccicanti dell’ultimo anime o rimandi al Mandarake Akihabara, in cui è possibile scovare quel manga del passato (con protagonista un ragazzo dai capelli neri e un’adolescente con una mini, c’è da giurarci). Si fa notare anche il Don Quijote, il centro commerciale in versione nipponica della Rinascente italiana. È un’immersione totale nel frastuono, dominato da sghiribizzi parlanti che non stanno mai in silenzio e pullulano l’aria di idee in movimento, endorfine viventi dalle tonalità intermittenti.

Akihabara è anche il quartiere dell’elettronica, in cui tutte le novità si possono trovare da Yodobashi Akiba e gli ultimi videogame acquistare in uno dei negozi del ClubSega. Inoltre, i maid cafè sono sponsorizzati in tutta la via principale dalle ragazze con gli ombrellini, le quali sventolano fieramente i volantini di questi caffè a tema in cui vengono serviti biscotti a forma di animaletti colorati.

La realtà era qualcosa di molle e pesante come la sabbia, chiuso in una scatola di cartone, impossibile da afferrare. (La fine del mondo e il paese delle meraviglie)

Con la sensazione di essere entrata in universo strampalato con le sembianze di una Blade Runner moderna, mi sono sentita come un’ospite del passato che, vestita con i colori accesi rosso e azzurro del Kanda Myojin shrine, un tempio vicino ad Akihabara, fosse piombata d’improvviso in un presente dalle mille tinte animato dai i prodotti d’ultima generazione. Camminando per la via principale, ero come un corpo nudo anacronistico, felice comunque di trovarmi in quella realtà. Andare ad Akihabara significa accettare di essere catapultati su un ottovolante che è un trip esplosivo e fugace, che si proietta a quella velocità siderale entro un cielo cosparso di stelle settembrine argentate, psichedeliche e irreali. Quella sera, tornando verso l’hotel con la Tozai Line, ho assaporato realmente cosa significhi l’euforia: un gioco tra sensazioni forti che si sostengono tra loro, con gli elementi dell’eccitazione e del contrasto costanti. Essere felici vuol dire proprio questo, riscoprirsi in movimento continuo e sapere che il giorno che si conclude col lampo rosa shocking di Akihabara, tra otto ore si risveglierà in una città che è parte di un mondo che tira avanti a modo suo, mondo che si desidera scoprire nella sua stramba esistenza. Murakami docet:

«That’s what the world is , after all: an endless battle of contrasting memories»
(1q84)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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