Distopia oggi, a ciascuno il suo: in Danimarca l’ora di empatia, da noi a breve quella di intolleranza?

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Che poi, se proprio vogliamo, ci sarebbe l’ora di religione che già potrebbe essere una sorta di succedaneo, anzi un surrogato, come la cicoria rispetto al caffè, ma sorvoliamo.  Ma voi ve l’immaginate, l’ora di empatia declinata all’italiana?

Potremmo mai avere in Italia l’ora di empatia?

La notizia è che nell’algida Danimarca, dove comunque del marcio c’era e continua ad esserci, l’orario scolastico prevede anche un’ora di empatia, detta Klassens tid. Preliminarmente, va forse detto che l’empatia si può definire come la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale; è interessante notare che vi è un parallelismo col termine tedesco Einfühlung,  immedesimazione, ma soprattutto che l’etimologia è di origine greca, unione di en (dentro) e pathos (sentimento): quindi i danesi, popolo tra i più felici d’Europa (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ritengono che sia utile dedicare un’ora alla settimana dell’istruzione dei loro ragazzi a qualcosa che sviluppi il senso del sentire comune, dell’immedesimarsi con l’altro. A farla breve, definiamo l’empatia la capacità di sentire il dolore altrui.

Esattamente quello che il popolo italiano ha perso in massimo grado tra la ggente comune, e pressoché nella quasi totalità dei propri rappresentanti, tutti uniti sotto il sol d’Italia ad odiare sempre più ogni e qualsivoglia forma di diversità. I casi di assenza totale di empatia sono innumerevoli, e tanto variegati da costituire un corpus unico di astio ed intolleranza, ma nella fattispecie ci piace rievocare i casi che riguardano i bambini, protagoniste in negativo le amministrazioni comunali di Lodi e Monfalcone, fino ad arrivare ai bimbi stranieri che occupano le nostre altalene, mirabile sentenza che illustra l’ottica di una consigliera leghista di Trento.

Trascurando ovviamente i “bambolotti”, che secondo le belve analfabete rappresenterebbero dei bimbi annegati in una sorta di captatio benevolentiae buonista, macabra e cinica; e trascurando ovviamente il fatto che l’Italia continua pervicacemente ad essere la Nazione (con buona pace dei nazionalismi) col record mondiale del turismo pedofilo. Il susseguirsi delle notizie di cronaca ed il peana che subito viene intonato ad ogni nuova nefandezza, “Ma non tutti sono così!” fanno sì che tutto possa venir metabolizzato piuttosto rapidamente ed escreto, nonché rimosso dalla quasi totalità. Assieme alle notizie sull’ora di empatia in Danimarca, sarebbe allora opportuno leggere e memorizzare tutti i casi di violenza sui bambini, specie quelli che delineano come il nuovo che avanza, inteso come nuovo apartheid naturalmente, abbia trovato un anello debole in quello che è l’anello debole per eccellenza, ossia i bambini.

Empatia versione africana

Sarebbe opportuno leggere anche Manuale per l’allevamento del piccolo consumatore, di Paolo Landi: serve a farsi un’idea piuttosto precisa di quello che costituisce l’individuo nella piramide sociale, e di come questo unico ruolo accettato e riconosciuto, quello di consumatore appunto, abbia origine fin dall’infanzia. Altro che perdere un’ora alla settimana a parlare di quello che turba gli animi in boccio, mangiando una torta preparata da loro stessi (anche qui, horribile dictu, da noi: ma è un’altra storia): si potrebbe cementare l’unione anziché le divisioni, risulterebbe evidente che i dubbi ed i problemi sono gli stessi per tutti, ci si sentirebbe uniti sotto un cielo comune, e poi hai voglia a fomentare divisioni, diversità ed intolleranze. Tutto sommato, per noi è molto più probabile che venga istituita l’ora di intolleranza: e anche questa non sarebbe un’idea originale, visto che la letteratura distopica, e in particolare Aldous Huxley, ne hanno già parlato.

Per inciso, l’ora di empatia in Danimarca è in vigore dal 1870. Difficile che noi oggi scegliamo di seguire questo esempio; ma se anche fosse, nella terra dove si vuole smettere di studiare Arte e Storia, è facile immaginare come verrebbe gestita: graduatorie, ricorsi, insegnanti non di ruolo, precariato, classifiche; stanziamenti insufficienti, aule mancanti, certificati per le torte, titoli di studio richiesti, corsi di aggiornamento. Empatia 3.0. e naturalmente prove scritte e orali, esami di empatia e divisioni tra empatici vincenti e perdenti: io sono più empatico di te, tu hai preso solo 6 in empatia, esami di riparazione empatici: la versione empatica del famoso motto di spirito sulla modestia: il Corso di Modestia sta andando benissimo, naturalmente sono il migliore e il più modesto di tutti.  A gestirla bene, potrebbe risultare un business enorme.

Contestualizziamo il Paradosso dell’Intolleranza: noi rivendichiamo il diritto a non empatizzare con i disempatici (neoconiazione recente, necessaria per non confondere costoro con gli antipatici – alias non empatici semplici – comunque migliore del grammelot fusariano, vade retro turboempatici); e anche quello di dubitare, peraltro, che l’empatia si possa insegnare, idea che ovviamente è alla base della realtà danese; sicuramente, però, l’ora di empatia potrebbe ovunque migliorare il rapporto sociale ed individuale: anche troppo, in un paese che oramai ha fatto dell’incertezza, della paura, della diversità i fondamenti della propria vita politica. Empatici si diventa? Forse in parte: ma ci preme rilevare come nell’Africa subsahariana esista un termine, ubuntu, voce di origine Bantu, che se pur traducibile letteralmente con umanità, assume un significato semantico di “io sto bene se stai bene tu”, o meglio ancora Io sono perché noi siamo, concetto usato tra gli altri anche da Nelson Mandela. Una parola analoga, nell’aulica lingua italiana, per inciso, non c’è: ma potremmo sempre coniarne una che indichi il concetto “sulle altalene prima i culetti italiani”.

La consigliera “prima le altalene italiane” ha dichiarato che non usa leggere. Se leggesse, le sarebbe potuto capitare di imbattersi in un aforisma (usiamo i termini appropriati, finché ancora non è reato) di Francis Scott Fitzgerald, che è l’esemplificazione perfetta del perché tutti gli oscurantismi ed i fascismi (intesi come regimi dittatoriali nell’accezione più ampia), compreso il nostro, ostacolino lettura e cultura con ogni mezzo, e recita «Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni».

Cioè, ubuntu: anche senza klassens tid. Nessun uomo è un’isola, insomma. Forse.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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