L’intramontabile cantore Pablo Neruda e la poesia della (e nella) contraddizione

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Pablo Neruda fu (ed è) poesia. In questa semplice formula si può sintetizzare chi è stato Ricardo Eliezer  Neftalì Reyes Basoalto, vero nome di Neruda, poeta cileno nato a Parral il 12 luglio 1904 e morto il 23 settembre del 1973. La sua poesia ruppe totalmente con quella tradizione che trascinò fino a fine Ottocento un formalismo ed un’aulicità stantia. Neruda decise prima di tutto di scrivere di sé e di ciò che lo circondava. La natura e le passioni umane sono infatti fortemente presenti nei sui componimenti. Anche se ad oggi sono maggiormente famose le poesie di carattere amoroso, la sua sensibilità ed empatia lo portarono a centrare la sua poetica su un sentimento d’amore universalistico, verso l’intero creato, mostrando uno spiritualismo che lo portava vicino a quel pensiero cristiano al quale non aderì dogmaticamente in quanto ateo ed anticlericale. La sua produzione è amplissima, ma come emblema della sua poetica può essere considerato ad esempio il componimento Ode alle cose.

Pablo Neruda (1904-1973)

La banalità delle tematiche va a braccetto con la forma, tanto semplice quanto sorprendente: il verso libero ed un linguaggio popolare (e persino la banalità dei sui titoli) rendono la poesia nerudiana alla portata di tutti. Primo atto rivoluzionario in ambito artistico. Ma allora c’è da chiedersi quale sia la marcia in più che ha consentito alla sua poesia di essere lodata dalla critica (vinse il premio Nobel nel 1971), ma anche invocata dalla gente meno acculturata: la risposta è nell’evocatività della parola nerudiana. La scelta delle parole e la loro collocazione nel verso conferiscono ai componimenti la capacità di ammaliare il lettore, trasportandolo in luoghi ameni, isole felici, quasi come se chi legge avesse davanti agli occhi un quadro, soltanto suggerito da Neruda, e fosse accompagnato per mano dal poeta. La poesia entrava nella realtà della vita e nella carne delle persone.

Ma tutto ciò fu solo una faccia della medaglia. Questa poesia, tanto concreta e viva, sembra riacquisire una specie di irrealtà nel momento in cui si mette a fuoco lo sfondo, la realtà storica nella quale Pablo Neruda compose, dove continue delusioni e dolori lo segneranno profondamente.

Pablo Neruda alla cerimonia del Nobel per la Letteratura nel 1971

La sua partecipazione alla guerra civile spagnola (1936 – 1939), a favore delle milizie antifranchiste, è la genesi di quell’attivismo politico che farà da contraltare alla professione artistica. Esperienza nella quale provò il dramma della morte dell’amico e poeta Garcìa Lorca. Le vicende spagnole lo porteranno ad abbracciare il pensiero comunista, anche pubblicamente con l’iscrizione al partito comunista cileno. L’infatuamento per la grandezza di Stalin nella giovinezza si trasformerà in seguito in disillusione. Il rapporto con l’amata patria fu contrastato: da un lato i numerosi incarichi istituzionali quale console, dall’altro il voltafaccia nel 1946 del neopresidente Gabriel Gonzalez Videla (di cui sosterrà attivamente la campagna elettorale per il Partito Radicale) che lo renderà un esule, protetto da amici sparsi per il mondo che ne riconoscevano la grandezza (tra cui anche italiani come Alberto Moravia, Elsa Morante e Renato Guttuso). Tra il 1951 e il 1952 infatti soggiornerà a Capri, episodio da cui Massimo Troisi trarrà ispirazione per Il postino. Il calvario finì col ritorno in patria grazie alla caduta di Videla e all’ascesa nel 1970 dell’amico Salvador Allende. Ma il destino gli riserva un’ultimissima amarezza. Il trauma della perdita dell’amico Lorca si ripresenterà al termine della sua vita: il colpo di stato di Pinochet porterà anche all’uccisione di Allende nel 1973, appena dieci giorni prima del decesso di Neruda, avvenuto il 23 Settembre a Santiago del Cile.

Le commoventi pagine che Neruda dedicherà agli amici scomparsi rappresentano il lato oscuro di quell’arte che fu utilizzata, forse anche inconsciamente, come valvola di sfogo delle continue amarezze che il poeta fu costretto ad affrontare nel suo percorso di vita personale, posto in una realtà cruda, dove è difficile trovare ripari. Ma Pablo Neruda sembra indicare il cammino verso una dimensione di serenità, la rotta verso tante piccole isolette felici quante sono le sue poesie, che paradossalmente a loro volta descrivono un pezzo di quella dimensione del reale, crudele e vile, che ci porta nuovamente alla fuga schizofrenica nella poesia. Il dolore e l’amore, la realtà ed il sogno si confondono nel mondo così come nell’esistenza di Neruda, rendendo la sua una poesia della (e nella) contraddizione.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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