La felicità? Una faccenda (anche) economica

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Un vecchio saggio disse che i soldi non fanno la felicità. Qualcuno fu abbastanza arguto da rispondere che è sempre più comodo piangere su una Porsche che in bicicletta. Ma questa fantomatica felicità si potrà raggiungere senza cadere negli estremismi dell’ascetico eremita o del viveur miliardario?

Stella polare dei nostri affanni e della nostra ricerca su questa terra, così multiforme e sfuggente da sembrare spesso fuori dalla nostra portata. Anche perché fatichiamo a descriverla persino a noi stessi. Sappiamo assaporare piccole o grandi gioie, conosciamo e ricordiamo momenti felici ma cosa sia la felicità in sé va oltre la nostra comprensione. Al contrario, il lato negativo delle nostre vite ci appare in maniera più nitida. Siamo così inclini a percepirlo che ognuno di noi saprebbe dargli un nome definitivo, con la pretesa di aver descritto un’entità assoluta.

Lo sosteneva per esempio Pietro Verri nei suoi Discorsi sull’indole del piacere e del dolore: il primo è solo un’assenza temporanea del secondo, che è la condizione ontologica fondamentale.

Parlando in un’ottica sociale, Freud  riteneva che non potendo raggiungere la felicità, l’uomo si accontenta di scansare l’infelicità.

E oggi, pur abitando in un mondo storicamente più ricco, libero e longevo, la prospettiva rimane la stessa.

Il cammino plurimillenario compiuto dalla Rivoluzione agricola all’economia dei servizi ci ha effettivamente condotti alla possibilità di una vita che sentiamo migliore? E in senso inverso, qual è la relazione tra l’idea della felicità, mutata più volte e variabile a seconda delle epoche e culture, e il progresso scientifico, tecnologico ed economico?

Da questi interrogativi parte l’avventura del professor Emanuele Felice (non poteva essere altrimenti) per riavvicinare economia ed etica: una Storia economica della felicità (edizioni il Mulino) per scandagliare il passato e gettare una luce più ottimista sul futuro. Innanzitutto, occorre una definizione se non assoluta almeno condivisibile. Quali sono i tratti peculiari della felicità?

  1. Libertà, ovvero emancipazione da costrizioni materiali e rimozione di ostacoli per esprimere sé stessi senza prevaricazioni.
  2. Relazioni sociali, ormai è assodato che stare con gli altri nella giusta misura, che siano amici, partners o solo conoscenti di passaggio influisce positivamente.
  3. Senso dell’esistenza, l’aver incastrato l’ultimo pezzo del nostro personale mosaico.

L’autore individua 3 grandi tappe, ovvero altrettante rivoluzioni che non solo hanno definito maggiormente la direzione del progresso umano ma che hanno aperto la strada a nuovi orizzonti di felicità. Eccole in estrema sintesi:

  1. Rivoluzione cognitiva. Con l’avvento dell’homo sapiens sapiens subentrano il pensiero astratto e l’elaborazione simbolica. E’ il momento in cui, come dice lo studioso Harari, l’uomo devia dalla mera biologia per ritagliarsi una storia. Proliferano cacciatori-raccoglitori all’interno di una sorta di «giardino dell’Eden». Questo non significa accettare il racconto biblico o credere nell’ingenuo mito del buon selvaggio in armonia con la natura. L’uomo viene in qualche modo plasmato dai numerosi pericoli quotidiani, sviluppando caratteristiche che nei secoli successivi si sarebbero deteriorate: una costituzione robusta, una dieta variegata, maggiore resistenza alle malattie e quantità di lavoro relativamente bassa. Resta difficile stabilire il suo ideale di felicità, ad ogni modo è in questa periodo che emergono le prime forme di animismo, una fede verso quell’affinità superiore con ogni creatura.
  2. Rivoluzione agricola. O dell’inevitabile ingresso nella «valle di lacrime». La vita sedentaria di una popolazione sempre più densa genera e impone agglomerati sociali. Necessario dunque aumentare la produttività  per garantirne l’esistenza. Una piccola parte della società si specializza in attività di comando, che sia proto-militare o ideologico-sacerdotale. Il resto si occupa dei lavori più gravosi. E’ l’alba della proprietà privata, fonte rousseauiana di diseguaglianza. Inoltre, è solo grazie a questa nuova socialità che l’uomo può concepire 3 grandi invenzioni, tanto virtuali quanto reali, che lo accompagneranno per sempre, in positivo e in negativo: il diritto, i confini e il denaro. Allora come trovare la felicità? Beh, se in questo mondo solo il potere e la violenza prevalgono, meglio confidare nell’ultraterreno. Dalle radici ciniche e stoiche dell’Occidente alle scuole buddhiste e taoiste orientali, il filo conduttore è il distacco dalla materia, un’illusione che distoglie l’uomo dal suo perfezionamento spirituale (un cammino socraticamente impossibile ma proprio per questo incessante). A coronamento di questo ideale di felicità, ecco la città di Dio prefigurata da Sant’Agostino.
  3. Rivoluzione industriale, figlia di quella straordinaria rivalutazione dell’uomo che è l’Illuminismo. Pensatori come Kant, Locke, Smith o Montesquieu nel comune intento di trasformare l’ordine esistente per una conquista della felicità pubblica qui e ora. È il paradigma della «Città dell’Uomo», di stampo liberal-democratico,che poggia sulle fondamenta della scienza, della cultura e dell’espansione commerciale e tecnologica. Buone intenzioni che ci hanno condotto ai totalitarismi, al «villaggio globale» dei consumi e a un’idea di felicità pericolosamente simile al piacere egoistico. Eppure, seguendo il paradosso dell’economista Easterlin, l’aumento dei nostri redditi ci ha procurato meno felicità. Qualcosa che non viene conteggiato nel PIL ma che oggi non può prescindere da un rinnovamento etico nei confronti dell’Altro.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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