I grandi classici – “Arancia meccanica”, perché leggerlo se pensare non è cosa da cervelluti?

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Perché prendersi la briga di leggere Arancia meccanica, quando si può vedere il film di Stanley Kubrick? Perché d’altronde prendersi la briga di vedere il film? Perché prendersi etc. di vedere un qualsiasi film di Stanley Kubrick, o leggere un lavoro di Anthony Burgess, o un qualunque romanzo distopico, che son cose pesanti? Come dice Alex De Large, «il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’aspirazione».

Ed ecco che appare, il motivo per scaraventarsi a leggere il romanzo che ha dato fama imperitura a Burgess, a vedere il film che ha contribuito a consolidare quella di Kubrick e via ribattendo, magari senza suggere l’opera omnia dello scrittore britannico (oppure sì, va bene comunque) ma facendosi fuori una libreria di titoli distopici: perché la distopia la stiamo vedendo & vivendo, e che il pensare sia da stupidi è proprio uno dei pensieri (sic) che l’aspirante establishment sta cercando di inculcare. O pensa, di inculcare, ché di default le élite si riservano il diritto di fare tutto quello che le masse non possono, ivi compreso il pensare.

Posto che non serve sinossi, per parlare di Arancia meccanica, puntiamo allora l’attenzione sul piacere della difficoltà della lettura, invero ardua parecchio, drughi, trattandosi di una sorta (ma non proprio) di flusso di coscienza innestato su linguaggio gergale/settoriale, e ricco di quasi-neo-coniazioni da glottoteta (il che, il drugo Burgess era, non che questo ce lo renda particolarmente simpatico). Ardua ma di soddisfazione, ed efficace in sommo grado per rendere l’ambiente protagonista del romanzo. Già perché il vero protagonista del romanzo non è tanto Alex De Large in quanto individualità (o individuo), ma il milieu che rappresenta (anche se in modo esemplare, da campione in senso cavalleresco, per così dire).

Alex, insomma, che narra in prima persona, parla il Nadsat – ben diverso dal Grammelot – lingua inventata da Burgess ma che in sostanza è inglese unito a termini russi, parente stretto della “lingua franca” di Blade Runner (e di chiunque viaggi in una metropoli). Allo slang cockney invece si deve ascrivere l’origine del titolo: nel gergo londinese si usa “sballato come a clockwork orange”, ma Burgess su ciò innestò un fraintendimento, essendo all’epoca residente a Giava dove orang significa “persona”. Burgess, perciò, pensava che l’espressione a clockwork orange potesse indicare una persona che reagisce meccanicamente. Nel romanzo, a differenza del film, viene inoltre più volte precisato come A Clockwork Orange fosse il titolo del testo a cui stava lavorando lo scrittore vittima della visita a sorpresa, episodio fondamentale del ciclo eroico di Alex, ma anche punto di circolarità della narrazione che ritorna come una nemesi dopo la Cura Ludovico.

La locandina del film di Stanley Kubrick

A tal proposito di innesta un’altra serie di considerazioni: del resto, Burgess ebbe poi a dire che «il titolo sarebbe adatto ad un racconto sull’applicazione delle leggi di Pavlov, ovvero meccaniche». In realtà, meccanico non è forse il termine corretto per riferirsi agli studi pavloviani, che vertevano sul riflesso condizionato, cosa che è esattamente quello che accade ad Alex a seguito della Cura Ludovico a cui viene sottoposto dallo Stato per inibirne gli istinti asociali.

Siamo così giunti al punto centrale del racconto: la natura dell’aggressività, la triade razza-ambiente-momento, il discrimine tra intervento e condizionamento, la tortura di Stato, il libero arbitrio: tutto questo, e qualcos’altro ancora, costituisce il nucleo tematico e la riflessione di Burgess. Il quale, peraltro, non ha molti dubbi, all’atto pratico di giudicare la Cura Ludovico, dichiarando di preferire comunque una violenza per libera scelta ad una bontà indotta artificialmente.

Naturalmente, le cose non sono così semplici, nemmeno per Burgess: «Ma il vero peccato sta nell’intenzione esistenziale. Un uomo che non può scegliere cessa di essere un uomo», è una delle idee di Burgess che si evincono non solo da Arancia Meccanica, ma appunto dall’opera omnia: Burgess riflette sull’arte («L’arte e la morale hanno poco da dirsi. L’arte è pericolosa, è una delle sue attrattive: quando cessa di essere pericolosa, tu non la vuoi») e così spiega la ragione etica della pornografia di Arancia Meccanica, e sulla politica ed i rapporti con l’individuo, sempre alla luce del diritto di critica e della libertà di scelta: «Solo i malvagi e gli stupidi possono accordare fedeltà totale ad un partito» è una frase che rende Burgess autore atemporale e terribilmente attuale in un momento in cui la cultura viene vista come un nemico, la mancanza di libertà una difesa e la condanna alla violenza un mero slogan demagogico.

Anthony Burgess e la sua opera

Come è ovvio, Arancia meccanica non dà risposte alle domande che pone, men che meno a quelle sulla natura del male e, appunto, della libertà di scelta. A meno che non si voglia, e non è cosa poi tanto peregrina, considerare alla stregua di una risposta quella che, formalmente e grammaticalmente, è una domanda, il punto nodale di tutto il romanzo (e delle nostre vite?):

«Devo forse essere soltanto un’arancia meccanica?».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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