“L’origine degli altri”: il concetto di razzismo spiegato da Toni Morrison

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Negli ultimi anni la parola razzismo è tornata ad essere al centro dell’attenzione. Gli eventi politici, i flussi migratori verso il Nord, la risposta protezionista di molti stati occidentali (cara Italia, ahimè, inclusa) hanno portato alla ribalta il concetto spaccando le nazioni e i popoli fra coloro che si definiscono “non razzisti, ma…” e coloro che difendono a spada tratta l’uguaglianza del genere umano. La parola razzismo è stata talmente tanto denigrata, rifiutata, ripudiata, calpestata da aver assunto quasi lo statuto di un disturbo, come spiega Roberto Saviano nella sua bella prefazione a L’origine degli altri, la traduzione italiana del volume di Toni Morrison, scrittrice statunitense esperta di cultura afroamerica.

Ma ripudiare la parola razzismo come fosse una malattia è di fatto negare la sua esistenza, svuotarla del suo significato, renderla inaccessibile e impensabile. E questo è proprio il problema maggiore di una società razzista: non pensare, non riflettere, non autoanalizzarsi. Invece, approfondire questo concetto, comprendere il perché della sua esistenza e coglierne le dinamiche è il primo passo per fare nostra la parola razzismo, accettare la sua esistenza e liberarci così dalla sua presenza ingombrante. Quello che emerge dal libro di Toni Morrison è proprio il fatto che il razzismo è un’attitudine totalmente umana: inventare categorie disumane dell’Altro permette di rinforzare il nostro senso di sicurezza e appartenenza alla società. Escludiamo gli altri per non essere esclusi noi stessi e per rassicurarci sulla nostra identità.

Non è quindi affatto sorprendente che in una società come quella italiana, che sta vivendo un periodo acuto di stress e di insicurezza in campo economico, politico e societario, e in cui manca da sempre un concetto forte di identità nazionale, lo straniero sia percepito maggiormente come un pericolo. Proprio per questo il fenomeno non va affatto sottovalutato, ma dobbiamo lavorare sin da oggi per creare unione e dialogo. L’unico modo che abbiamo in mano per attenuare la paura e infondere tolleranza è quello di creare culture, intessere comunità, incrementare gli scambi tra il vecchio mondo “sicuro” e il futuro “incerto”, ma che grazie all’impegno civile può diventare migliore. Insegnare ai giovanissimi la storia, la letteratura, far amare loro la cultura, fare nascere in ognuno di loro una domanda, il desiderio di comprendere e la certezza di poter cambiare.

Toni Morrison nel suo libro fa proprio questo. Ci parla di storia. Ci parla, ad esempio, di “drapetomania”: una malattia inventata all’epoca della schiavitù americana per indicare la tendenza degli schiavi a fuggire. Come si può considerare l’anelito alla libertà e il desiderio di una vita migliore, una malattia? Questo è quello che si chiederebbe ogni bambino oggi, eppure, comprendere un fenomeno come questo ci può aiutare a capire anche cosa succede nel nostro mondo proprio ora. Per coloro che schiavizzavano la popolazione africana negli Stati Uniti il fatto che questi fuggissero era forse tanto scandaloso quanto lo è oggi per un cittadino italiano il fatto che suo figlio debba dividere il banco di scuola con un extracomunitario. Solo comprendendo che la nostra percezione può deviare dalla realtà e solo approfondendo il nostro rapporto con ciò che ci circonda potremo superare questi conflitti e gli atteggiamenti di tipo razzista.

La storia e la letteratura ci mostrano come il rapporto con l’Altro è da sempre difficile e tortuoso: in campo giuridico questo può aver dato vita a vere e proprie leggi che sanciscono la “diversità” degli altri proibendo la promiscuità, ma anche in campo letterario, il linguaggio può comunicare una dicotomia tra un “noi” e un loro. Ad esempio, Toni Morrison mostra che nei romanzi di Faulkner ed Hemingway spesso quando gli autori fanno riferimento ad una persona dalla pelle nera usano solo l’aggettivo “nero”, mentre quando si parla di una persona dalla pelle bianca viene usata tutta una gamma di aggettivi in cui la parola “bianco” non è mai pronunciata, ma sempre sottintesa, data per scontata.

Siamo noi, la cultura che ci plasma e che noi stessi plasmiamo a creare i concetti di identità, di alterità, di diverso, di razzista: ridefinirli è un passo fondamentale per poter vivere bene nella società – multiculturale- che ci si prospetta davanti.

Consuelo Ricci per MifacciodiCultura

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