#Ontheroad 途中 – Tokyo, l’arrivo nella sfavillante Shinjuku

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Può darsi che avere in mano il simbolo della propria libertà dia una felicità superiore a quella di possedere la libertà vera. (Murakami, Kafka sulla spiaggia)

Mi sono sempre domandata cosa passi per la testa della gente quando è in procinto di partire per il Giappone. Non tanto quando acquista il biglietto, di solito a mesi di distanza, ma la curiosità è rivolta a indagare cosa si muova spontaneamente nelle menti e faccia sghiribizzo tra i sentimenti quei due giorni prima di prendere il volo. Euforia? Ansia? Curiosità?A settembre, implicitamente la domanda era rivolta anche a me stessa, e credo che la mia risposta al quesito siano state le parole simil malinconiche di Consequence dei The Notwist, un gruppo tedesco che giusto una settimana prima di partire mi è capitato nelle cuffiette per caso, intrappolando la mia attenzione.

Perchè una mente che da anni aveva deciso che il suo sogno consisteva nel raggiungere in qualsiasi maniera il Sol Levante avesse deciso di fissarsi su un testo di tale entità, non certo euforico o dai toni particolarmente allegri, proprio non riuscivo a spiegarmelo. Stavo veramente per andare, là in quella città colorata e misteriosa creata da chissà quale Dio passato e immortalmente presente, eppure dentro di me non provavo un Waku Waku totale (sensazione di felicità imminente) bensì un insieme di impulsi contrastanti, più simile al Doki Doki (il suono del cuore che batte, emozione mista a paura).

“You’re the color, the movement and the spin”

Ero come intrappolata in uno strano sogno, nel quale una maschera stava giocando a ping pong con se stessa entro le sue mura, consapevole che là fuori stava per succedere qualcosa di estremamente importante ma, conscia di questo, preferiva attendere lì l’arrivo dell’evento senza decidere il proprio stato d’animo. Mi sentivo alla stregua di quei personaggi dei libri di Haruki Murakami, che se ne stanno fermi ad osservare il tempo che si accorcia prima che scocchi l’ora fatidica, senza sapere cosa stanno provando realmente.

 

Ma la canzone a una certa strofa annuncia “You’re the movement and the spin”, e così il movimento di un aereo in pieno settembre ha preso il volo, ha salutato la maschera, il ping pong con le sue mura e, passando anche per Charles de Gaulle, è decollato alla volta di Tokyo. Un viaggio leggermente traumatico dovuto alla presenza, per dodici ore filate, di un bambino vicino, ma a parte questo inconveniente Airfrance ha contribuito a rendere il tutto confortevole: uno schermo non mi ha fatto mancare film (da Edward Shissorhands a How I met Your mother), una coperta mi ha riscaldato, anche se non è bastata a colmare la cella frigorifera che sarebbe diventato l’aereo dopo qualche ora, e infine una mascherina per dormire ha contornato il tutto. Alle 08:20 di mattina, con una precisione da far paura, Narita Airport ci ha accolto. Qualche controllo, impronte digitali e passaggi burocratici più rapidi del pensato, passaporto dentro e fuori ogni due minuti e un piccolo inferno, data la non conoscenza dell’inglese da parte degli orientali, per prendere un pocket Wi-fi (assolutamente da acquistare, se non si vuole lasciare giù un patrimonio) ma poi, finalmente, davanti a noi c’era Tokyo!

Se riesco a scrivere dei libri è perché in un paesaggio vedo cose diverse da quelle che ci vede un altro, sento cose diverse e scegliendo parole diverse riesco a costruire storie che hanno una loro originalità.
Haruki Murakami, intervista

Il mondo giapponese su di me ha avuto un effetto simile a quando si riesce a riappropriarsi di un ricordo che per lungo tempo è stato assente alla consapevolezza: come un deja vu rianimato e nuovo, l’uscita di Shinjuku Station ha avuto l’impatto devastante di un’occhiata crepuscolare rivolta a un tripudio di colori tecnologici. Che intendo con questa definizione di Shinjuku (新宿区)? Un puzzle ben congegnato di simmetrie precise, e diverse tra loro, in un’armonia garantita dal contrasto profondo delle luci di ogni singolo edificio, una montagna russa composta da insegne e lampi di colore: blu, nero, scritte rosse, flash bianchi di cartelloni enormi, segni comprensibili e kanji a libera interpretazione. L’idea che mi si è creata ritrae una Shinjuku  in cui ogni singolo visitatore, occasionale o pendolare, può arrogarsi di proiettare il proprio stato d’animo. Non c’è giusto né tantomeno sbagliato, solo una definizione spontanea, di proprietà legittima e transitoria di ognuno.

Nella mia testa pulsavano chiare e tonde le parole del maestro Haruki Murakami, e in qualche maniera in quel momento settembrino le avevo recuperate per confrontarle con la scena reale. Mi ci rispecchiavo:

Gli piaceva guardare la stazione JR di Shinjuku. Ogni volta che ci andava, comprava al distributore automatico un biglietto di accesso e saliva di solito al binario 9 o 10. Era lì che arrivavano i treni rapidi della linea Chuo. Treni a lunga percorrenza, diretti a Matsumoto e a Kofu. (…) Andava a vedere le stazioni come gli altri vanno ai concerti o al cinema, a ballare, allo stadio, o a guardare le vetrine. (…) Poteva passare giornate intere in quel modo

Ma c’era di più, qualcosa che si estendeva oltre quelle verosimili parole di un personaggio immaginario: si può studiare il Giappone inquadrandone i distretti su una cartina – immensa-, è auspicabile crearsi una descrizione dettagliata grazie agli anime oppure correre alla velocità delle pagine di un manga, ma trovarsi sul posto non ha eguale immaginazione o congettura mentale che possa eguagliare quella sensazione. Si è lì e basta, il resto è semplicemente un disegno sfumato formatosi e fornito dal magheggio immaginario di idee sommarie.

Ma in quel momento, in quell’incrocio di Shinjuku, variopinto di taxi nero/oro e latte/menta coi loro pizzi, nella fugacità dei corpi di ritorno da qualche parte per poi partire di nuovo, molteplici erano le visioni, centinaia di sguardi sullo stesso palazzo, milioni gli stati d’animo rivolti alla stessa insegna e migliaia le persone che pensavano in contemporanea allo stesso oggetto. In preda allo Stupore, Shinjuku era pronta a varcare le porte della Notte, per intraprendere un viaggio birichino tra le luci che si rincorrevano sugli edifici, per varcare fugacemente le porte di qualche owl shop – negozi dove si può interagire coi gufi-  per poi deviare nel luccicante Golden Gai. Un fascino retrò e indubbiamente bohemien sfavilla nei vicoli di un quartiere che è riuscito a farsi strada nel tempo, tra gli svettanti palazzi, senza perdere la propria ombra di personalità sfarzosa e intima che da sempre lo caratterizza.

Quartiere Golden Gai, a Shinjuku

Pare che da Shinjuku si possa vedere il Fuji (富士山), ma questo non lo saprò mai, visto che in quel momento era notte e di giorno il Monte di Hokusai raramente è visibile perchè quasi sempre contornato da pennellate di bianco. L’arrivo a Shinjuku altro non è stato che una risposta a quel sentimento contrastante che mi aveva investita nel pre partenza, in cui le maschere si alternavano a ping pong tra euforia e stordimento, con un concentrato abbastanza alto di incredulità.  La verità è che c’erano sempre state entrambe, ancora prima di salire su quell’aereo.

Shinjuku si stava facendo garante di legittimare le contraddizioni che guazzabugliavano dentro di me da giorni. Gli stava dando un’identità, per poi permettergli di volteggiare sopra la città al tramonto, entro uno sfondo lattiginoso con tinte rosate. Il fatto che nel mondo esista una città come Tokyo capace di far vivere tale stordimento entusiastico, simile a una bella donna ubriaca che tenta di trovare le parole per comunicare all’amante il proprio amore autentico, a pensarci è pura follia: eppure, proprio come qualunque follia, anche Tokyo esiste davvero.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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