Altrove − I ritratti di alienati di Géricault: un viaggio negli abissi della psiche

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Altrove − I ritratti di alienati di Géricault: un viaggio negli abissi della psiche

Alienata con la monomania del gioco (Parigi, Louvre)

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento cambia l’approccio medico nei confronti dei disturbi psichici: se ne cercano le origini senza appellarsi a possessioni demoniache o a malefici, se ne documenta il decorso clinico e si cercano cure. Letteralmente la psichiatria è la disciplina che si occupa della cura dell’anima. Parallelamente alla nascita della moderna psichiatria, il Romanticismo affronta in varie forme artistiche l’irrazionale, lo spirituale, il patriottismo, l’erotismo. Théodore Géricault (Rouen, 1791 – Parigi, 1824), pochi anni dopo La zattera della Medusa (1818-19) e in circostante non ben definite, eseguì alcuni ritratti di pazienti psichiatrici affetti da monomanie, termine in disuso che indica manifestazioni di delirio dovute all’attaccamento ossessivo ad un pensiero o comportamento.

Di questi ritratti di alienati se ne conoscono cinque su dieci. Poco si sa sulla loro origine: la datazione è incerta (probabilmente furono eseguiti tra il 1822 e 1823) e non è chiaro se siano stati eseguiti su commissione oppure come “auto-terapia”. Secondo il critico Louis Viardot, l’artista li avrebbe dipinti per Etienne-Jean Georget, medico del manicomio parigino Salpêtrière. Con Géricault l’arte entra in manicomio.

Alienato con la monomania del furto (Gand, Museum voor Schone Kunsten)

Géricault ritrae gli internati a mezzobusto, focalizzandosi sulle espressioni del volto con un intento, si potrebbe dire, fisiognomico. L’artista immortala la monomania senza intento metaforico, con acutezza e sensibilità. È una rappresentazione “clinica” che scava nella persona, tra le pieghe del volto e nelle pupille, che non mortifica la trasandatezza e lo sguardo allucinato. Questi cinque soggetti con la monomania dell’invidia, del furto, del comando militare, del gioco e del rapimento dei bambini sono ritratti con colori cupi e acidi, immersi in uno sfondo che ne sottolinea il colorito grigio, lo sguardo fisso, la solitudine e l’aria inquieta.

Ma perché rappresentare i “moti dell’animo” di maniaci, di pazzi?

Leggenda vuole che Théodore Géricault soffrisse di depressione. Seguendo il luogo comune che accosta genio romantico e follia, l’artista francese viene incluso nel club degli artisti maledetti. Già con La zattera della Medusa aveva dimostrato un vivo interesse per l’orrido, per le teste mozzate, i corpi mutilati e i cadaveri in putrefazione che studiò dal vero. La pittura romantica si insinuò con una nuova sensibilità nei bassifondi e nella precarietà della vita, nelle passioni estreme, in ogni manifestazione psichica: incubi, terrore, deliri. La pittura di Géricault oscilla tra il valore di testimonianza e l’esagerazione. I cinque ritratti di alienati rappresentano una condizione, una patologia, e non hanno niente di idealistico: documentano l’esistenza di una realtà di esclusione e di miseria, in cui il tormento divora l’individuo tanto da fissarsi nei lineamenti del volto e nelle pose.

Alienato con la monomania del rapimento di bambini (Springfield, Massachusetts, Museum of Fine Arts)

I monomani di Géricault sono bloccati in un pensiero fisso che li distanzia dalla realtà, il loro sguardo si perde lontano. Le espressioni stupite e quasi maliziose, la trasandatezza del vestiario e della pulizia, sono sintomi di una scarsa reazione agli stimoli esterni. Gli occhi sono incavati, arrossati, acquosi, le rughe profonde, la fronte corrugata coperta dai capelli spettinati. Lo sguardo imbambolato o cupo, colmo di una strana tristezza, si perde in chissà quali pensieri segreti. L’ossessione deforma i pensieri e rende drammatica l’esistenza.

Il pittore coglie con sguardo acritico gli effetti esteriori dell’alterazione psichica, senza mai togliere dignità al soggetto, partecipando silenziosamente alla sua bellezza e alla sua peculiarità di essere umano.

Sono donne e uomini affetti da disturbi psichici che si cullano nel limbo di un’incolmabile solitudine. La malattia che offusca i loro pensieri non è necessariamente pericolosa, e soprattutto non è contagiosa. Non è una colpa da punire. Non sono mostri da evitare.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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