È indiscutibile, l’Arte non va discussa: i rischi del pensiero unico

Arte e Libertà

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L’Arte e Libertà. Arte é Libertà, di pensiero e non solo.

Ci dichiariamo preliminarmente seguaci di Bertrand Russell: è un dato di fatto reale, ma ci dichiareremmo tali anche se non fosse vero in assoluto, ma anche solo limitatamente alle sue posizioni, condensate spesso i aforismi di facile reperimento, riguardo alla dissidenza ed alla libertà di pensiero. Perché in queste lande sempre più desolate, immagine allegorica per teste sempre meno abitate dal pensiero, serpeggia l’idea (sulla scorta del deleterio politically correct, ultima vittima Apu Nahasapeermapetilon) che il giudizio sia offensivo. Qualsiasi forma di giudizio. E quindi, con un non sequitur da manuale (di psichiatria, ovvio), viene aborrita sui social e non solo il giudizio sull’opera d’arte.

Dissentire, presupposto per l’arte

Intendiamoci, anche l’altro nostro nume tutelare Arthur Schopenhauer valutava con estrema diffidenza l’apporto della critica all’opera d’arte: ma intendendo con ciò la pericolosa tendenza del critico di professione alla solipsistica equiparazione di sé con l’artista – cosa del tutto insensata, come è evidente. Ossia, il punto di caduta della critica professionale è il gusto individuale, che non può mai essere negato in valore assoluto, ma solo, al limite, ricondotto in un alveo di minoranza statistica, purché in modo argomentato.

L’opera d’arte non deve essere discussa, quindi, è un’affermazione da social e Università dell’Osteria che non può trovarci e non ci trova d’accordo: anzi, entro certi limiti ed in certa misura, naturalistica per così dire, troviamo necessario anche il pregiudizio. Al netto della necessità, costante e non risolvibile, di definire l’arte, questa va comunque discussa e valutata, contestualizzata e decontestualizzata, nel rispetto delle sue prerogative e in una continua analisi delle stesse. Il rischio, in assenza di questo diuturno processo di pensiero, è il caso: uno-vale-uno, Teomondo Scrofolo e Vermeer a confronto, ma anche materia e opera d’arte: ritenere un lavoro artistico perché realizzato con materiali insoliti porta a confondere arte e artigianato, arte e decorazione, come nel caso della Salt Queen Bettina Werner.

Certamente, nessuno penserebbe che l’arte del Pensatore di Rodin sia costituita dal bronzo di cui è fatta la scultura. O no? Il fatto è che l’arte è una materia di sfuggente definizione, che va dalla rappresentazione dell’archetipo al ritratto di una situazione umana contingente, e va giudicata sia in chiave collettiva che strettamente individuale. E proprio qui sta la necessità della discussione continua, instancabile ed indefessa: la tendenza naturale infatti per l’individuo è quella di esteriorizzare il proprio pensiero e trasporlo negli altri.

Pensare, arte e sull’arte

E nell’opera d’arte, che “ci piace” nella misura in cui riconosciamo qualcosa di noi, qualcosa che tocchi le nostre corde. Si opera il transfert, continuamente, che nel migliore dei casi porta alla Sindrome di Stendhal e nel più deleterio alla Sindrome dell’Influencer. In entrambi i casi, opera l’identificazione, che è il processo che ci fa credere che l’artista parli di noi (mentre parla di sé, sempre), ma anche che vestendo in un determinato modo, o comperando quella determinata automobile acquisiremo le doti di chi l’ha usata, progettata, pubblicizzata. È una delle basi della pubblicità, del marketing, e del pensiero primitivo, vedasi Hallpike: la base del pensiero che porta a guidare un’automobile molto veloce o a mangiare il fegato del nemico ucciso in battaglia è, sostanzialmente, la stessa.

Quindi, l’opera d’arte va discussa, per evitare terribili fraintendimenti e non già per dar da vivere ai critici. Perché guardando il pensatore di Rodin siamo naturalmente portati a chiederci che cosa stia pensando, Il Pensatore, ma soprattutto, per la proprietà transitiva, siamo in fondo portati a sentire che lì dentro abita il nostro pensiero, e quindi a ritenere che Auguste Rodin abbia raffigurato un uomo nell’atto di pensare i nostri eccezionali e importantissimi pensieri.

L’artista si siede dalla parte del torto, sempre

E così tutti, tutti noi: e il Povero Pensatore di Rodin viene accreditato di pensare allo scudetto che manca da troppi anni, all’automobile da cambiare, alle protesi di silicone da impiantarsi, all’ermeneutica e all’entropia. E magari anche agli stranieri da espellere, a quelli da lasciar annegare, alla superiorità della razza bianca, al fatto che non stupreremmo quella donna perché non se lo merita, se siamo il neopresidente del Brasile, o ai muri da costruire sul confine del Messico. Come venti di tempesta girano idee talmente limitate da non potersi neppure definire tali: come l’idea che un’immagine simbolo possa essere utilizzata soltanto relativamente alla situazione rappresentativa della sua creazione, o che l’artista possa essere esposto e commentato solo nel suo contesto di origine.

Le conseguenze di tanta limitatezza sono, potenzialmente, devastanti: potremmo parlare di Fidia solo nell’Attica, o di Banksy e Basquiat solo in strada (di mostre, su questa scorta, non se ne parla nemmeno): fino, naturalmente, a non poterne parlare affatto, essendo lecite alla discussione (che quindi non sussiste) solo ed esclusivamente le condizioni della produzione primigenia – cosa impossibile a meno di essere in grado di viaggiare all’indietro nel tempo. Conseguenze evidenti, una limitazione terrificante della diffusione del messaggio e fraintendimento arbitrario della volontà dell’artista, in nome di una correctness stupidamente autolesionista.

Arte, parlare, e parlare d’arte

Sottile è il discrimine tra ciò che si è capito dell’arte (qualsiasi cosa questo possa significare) e ciò che si crede di aver capito. Il tentativo anticulturale, propaggine tumorale dell’epoca culturale che vuole l’abolizione della Storia e dell’Arte dagli insegnamenti scolastici, di limitare, confinare la discussione sull’arte, non tiene conto di Bertrand Russell e del suo invito al dissenso (per inciso, questi filoni di pensiero ci impedirebbero anche di usare Russell in un contesto di discussione artistica, che non era l’oggetto principale del pensiero del filosofo): vale a dire, non tiene contro dell’arte stessa, che per sua natura è fiducia da un verso, ma dissenso dall’altro.

L’arte è rifiuto di vedere le cose in un solo modo, imposto dall’esterno, opposizione tenace a vedere il mondo da un solo punto prospettico; fate una bella cosa, anche se non lo capite, non cercate di imbrigliarla. E ridateci Apu, stolti.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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