Antonio Canova: la scultura come armonia e compostezza

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Canova
Le Grazie (particolare), 1817

Un’esistenza straordinaria, dedita alla perfezione nell’Arte ed all’amore per la Cultura classica.
Sembrerà una frase altisonante, ma non c’è nessun’altra espressione capace di sintetizzare meglio la vita e l’opera di Antonio Canova, scultore nato il 1° novembre 1757 a Possagno (vicino a Treviso).

Figlio di uno scalpellino, sin da subito si dedicò all’attività creativa facendo prima un apprendistato a Venezia e trasferendosi poi a Roma nel 1779. Qui risiedette praticamente per tutta la vita, eccetto per viaggi in Francia ed Austria per determinate commissioni. Infatti Canova fu fortemente corteggiato per la sua bravura da numerosi nobili romani e veneti, nonché da Napoleone e dagli Asburgo d’Austria, che volevano sfruttare le sue capacità al fine di fare propaganda per il proprio potere politico o economico.

Amore e Psiche, 1793

Non a caso l’artista visse in un periodo storico di grande passaggio, in cui le sue opere fecero da testimonianza dei cambiamenti culturali in corso: morendo il 13 ottobre 1822 a Venezia, riuscì ad assistere alla Rivoluzione Francese, alla seguente ascesa imperialista di Napoleone ed infine al suo declino, presenziando persino al Congresso di Vienna del 1815 in qualità di ambasciatore culturale dello Stato pontificio (per richiedere la restituzione dei dipinti e delle sculture classiche sottratte dallo statista francese).

Stato Pontificio che fu per la maggior parte della sua vita la sua unica casa e terreno in cui poteva ispirarsi sia ai capolavori dell’epoca classica, sia agli ultimi lavori di tipo barocco del Bernini. Da questa unione tra influenze antiche e moderne è nato uno stile scultoreo decisamente riconoscibile, fondato sulla levigazione più fine possibile del marmo (materiale prediletto dall’artista, perché usato molto in epoca romana) per raffigurare allegorie mitologiche. Una scelta estetica che fu a posteriori definita come prettamente “neoclassica“, perché fondata sul principio dell’armonica bellezza e della pace razionale dei sensi. Mutuando un’espressione dello storico dell’Arte tedesco Johann Joachim Wincklemann:

Edle Einfalt und stille Größe.

Nobile semplicità e quieta grandezza.

L’esempio che viene subito in mente a tal proposito è quello del capolavoro forse più conosciuto di Canova, Amore e Psiche (1793). Un’opera straordinaria che cattura perfettamente un attimo del racconto omonimo delle Metamorfosi di Apuleio, in cui Amore sta per essere risvegliata da Psiche dopo essere stata addormentata da Venere per l’apertura del vaso di Proserpina. Il momento effigiato è proprio l’istante prima del bacio, in cui l’afflato erotico di Psiche è visibile dall’avvicinarsi delicato del suo corpo a quello recumbente di Amore. Una raffigurazione che risulta ancora più armonica grazie alla sua peculiare geometria compositiva, con un chiasmo curvo tra i due personaggi e la cura dei dettagli levigati nel marmo da ogni angolatura.

Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, 1805

Il tutto nella piena quiete e compostezza, all’insegna dei dettami neoclassici: una costante nella cifra stilistica di Canova, fino alle ultime opere ottocentesche. Infatti in queste ultime ci fu uno spostamento verso tematiche più irrazionali e lugubri, con risoluzioni iconografiche più “espressioniste”. Basti pensare al Monumento funebre a Maria Cristina d’Austria (1805): commissionato dal principe Alberto di Sassonia per commemorare la moglie defunta, consiste in un podio a tre livelli, con varie figure antropomorfe e zoomorfe dirette verso una piramide con una porta bassa. Un gioco di luci (con la contrapposizione tra la lucidità del marmo e l’oscurità profonda della camera sepolcrale) accompagnato da una serie di allegorie come la Felicità, la Beneficenza, la Fortezza e la Pietà. Il tutto in un’aurea di fatalismo, segno di un avvicinamento di Canova all’estetica della poetica sepolcrale incipiente in quegli anni.

Anni di fallimento della Rivoluzione Francese e di forte tendenza reazionaria, a cui volle rispondere con la candida sicurezza della bellezza classica.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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