La libertà di Delacroix in una bandiera palestinese: ma dobbiamo seguire una bandiera di libertà o la libertà dalle bandiere?

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Le bandiere, quelle vere e non quelle del Torneo dei Borghi, hanno un difetto: possono essere realizzate e sbandierate, appunto, da chiunque. E diventare comunque un simbolo: concetto che siamo abituati a considerare connotato da una valenza positiva, metafora di un ideale e sineddoche di un popolo o una Nazione. Ecco quindi che una bandiera diventa, a prescindere, motivo di discussione, argomento, soggetto, tema. Succede dagli albori della Storia e della narrazione, storica e letteraria: sin da Omero si cantano le insegne, poi vennero gli araldi, quando le guerre erano tanto terribili quanto formali. E via, di bandiera in bandiera, sino ad arrivare prima alla Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, e oggi al giovane palestinese ritratto in uno scatto tanto pittorico quanto fortunato, che pare sovrapporsi proprio al quadro del 1830.

La libertà che guida il popolo

Si sovrappone, l’immagine del fotografo Mustafa Hassouna, realizzato per l’agenzia turca Anadolu, quasi perfettamente. Ma quasi. Si intitola 13th attempt to break the Gaza blockade by the sea, 13esimo tentativo di forzare il blocco di Gaza via mare, e il “soggetto” ritratto è il 20enne A’ed Abu Amro. Che si sovrappone quasi perfettamente alla Libertà di Delacroix. Quasi.

Il quadro di Delacroix rappresenta, appunto, la libertà, anzi, la Libertà, un concetto circondato da concetti, come le figure che rappresentano, appunto, il popolo da guidare. E come la bandiera francese, che richiama i valori della rivoluzione del 1789. La figura che regge la bandiera è Marianne, che rappresenta la Francia, un’astrazione. Uno degli aspetti notevoli del quadro, peraltro, è la struttura piramidale, che mostra come la Libertà poggi su qualcosa, e nella fattispecie dei morti, aspetto che nella foto di Hassouna manca, giocoforza.

La bandiera USA ad Iwo Jima

Chissà, forse l’opera di Delacroix è l’ultima in cui viene ritratto un concetto, politico nella fattispecie, senza la necessità della spettacolarizzazione e soprattutto della personalizzazione. Su una bandiera si piange, con una bandiera si avvolgono le bare dei soldati caduti, ma con una bandiera sventolata al momento giusto si raggiungono anche i propri giusti e reclamati quindici minuti di fama (più passa il tempo, e più il genio preconizzatore di Andy Warhol si impone con veemenza): infatti sappiamo i nomi dei soldati russi che issarono la bandiera rossa sul Reichstag, quelli dei marines che reggono la stars and stripes a Iwo Jima. È un’esigenza superficiale e ossimorica quella di non poter vedere un simbolo, pur cercandone in continuazione come bussole impazzite, senza dover assolutamente sapere informazioni falsamente personali ed accessorie di chi il simbolo incarna – come se fosse fondamentale venire a conoscere che John Bradley amava i pancakes ma senza sciroppo d’acero. O come se interessarsene fosse meritevole.

Intervistato, A’ed Abu Amro ha dichiarato che la bandiera che impugna è quella che porta con sé in tutte le manifestazioni: cosa aggiunga questo alla questione palestinese non è dato sapere né capire. Aggiunge un tassello alla nostra fastidiosa ed inquietante percezione di una ricerca a livello mondiale di personaggi più che di persone, di eroi a tutti i costi a cui  dare un volto al fine di ottenere identificazione ai fini del marketing. In positivo e negativo: alcuni anni fa, vi fu polemica per una canzone di Roberto Vecchioni, Marika, in cui non solo masse di stolidi vollero vedere un’esaltazione del terrorismo, ma addirittura un’identificazione specifica di “Marika” con l’autrice di UN particolare attentato, per una evidentemente endemica incapacità di astrazione (caratteristica dell’analfabetismo funzionale).

La foto di Hassouna è meravigliosa, da un punto di vista estetico, tanto perfetta che sembra frutto di una posa, e atteso che la bellezza anche del soggetto è un fattore di disagio, per noi, più che di ammirazione (ma il discorso qui si allargherebbe troppo), non ci interessano paralleli con le controversie sul Bacio di Doisneau o le foto ritoccate di Steve Curry: in ogni caso preferiamo le immagini sfocate di Robert Capa e l’anonimato del miliziano, quelle della ragazza con la Leica Gerda Taro e della miliziana anonima che si addestra. Solo Salgado e pochi altri uniscono bellezza formale, sapienza tecnica e contenuto che giunge al profondo dell’anima, ma questo è un altro discorso.

Qual è il soggetto centrale di questa foto iconica?

Non stiamo parlando, naturalmente e non a caso, della valenza dell’immagine di Mustafa Hassouna e del gesto di A’ed Abu Amro rispetto alla tragedia della questione israeliano-palestinese in generale e della Striscia di Gaza in particolare. A ben guardare, la questione non è nemmeno la similitudine o la discrasia tra una Libertà che guida il popolo o un popolo che guida se stesso alla ricerca della libertà. Anche perché dell’immagine, più che la bandiera, a noi interessa la fionda, immagine biblica (ma il riferimento non è, ancora una volta, importante) assurta ad icona della lotta impari, di ogni Davide contro Golia, e immagine già vista anche per illustrare, senza bisogno di parole e di personalizzazioni dal sapore di marketing, la natura di un conflitto esecrabile.

Ancora la fionda protagonista dell’immagine

Come ogni conflitto. La questione, infatti, non dovrebbe essere tanto quella di far prevalere una bandiera sull’altra, ma quella del non aver più bisogno, infine, di bandiere nazionali per far prevalere quella, unica ed imprescindibile in un mondo ideale, dei diritti umani.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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