#Ontheroad – Viaggio nella Russia di porcellana di Dostoevskij

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«Invano il sognatore rovista nei suoi vecchi sogni, come fra la cenere, cercandovi una piccola scintilla per soffiarci sopra e riscaldare con il fuoco rinnovato il proprio cuore freddo, e far risorgere ciò che prima gli era così caro»: parole d’amore eppure rivolte a qualsivoglia moto d’azione, un impulso stimolato da forze primordiali e sostenuto dalla ragione pensante che continuamente riflette sui suoi garbugli interni.

Non c’è nulla di utopico quando si parla di sognatori, perché chiunque, dai buoni ai cattivi in ogni storia, vuole rievocare un mondo che di per sé esisteva e ora, momentaneamente o forse per sempre, non c’è più.

Sogna vagabondando nella neve in quel di Pietroburgo il protagonista di Dostoevskij ne Le notti bianche (1848), invaghito della sera e delle sue finezze nascoste in qualche vicolo buio o in un orlo rosato che gira l’angolo. Un presentimento tutt’altro che ballerino, dalle connotazioni fredde come il periodo dell’anno in cui il sole fa capolino dietro uno dei tanti cristalli ghiacciati custoditi momentaneamente sulla terra.

Marcello Mastroianni e Maria Schell in “Le notti bianche” (1957) di Dostoevskij

«Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede» afferma lo scrittore russo. Fredde ma di quel candore che solo i pallidi volti russi hanno, un incarnato ancestralmente simile alle porcellane di lusso, in una visione angelica di un’apparizione bellissima al limitar della città. Una sensazione d’importanza, una premonizione di un’epifania nelle parole di Dostoevskij che sembrano molto spesso quadri di Brassaï.

Perché per punire un uomo di avere ucciso lo uccidono?

Pietroburgo è anche lo sfondo perfetto per Delitto e castigo (1866), che prende avvio però entro un’inquadratura afosa di un’estate particolare. Omicidi, condanne, ammissioni di consapevolezza e negazione, considerazioni personale di animi umani che prendono decisioni scardinate dalla logica ferrea. C’è uno scopo, è chiaro, è intenzionale, ma fino a che punto il tutto è realmente deciso dagli artefici degli omicidi? Quanto conta la società e che rilievo rivestono le persone accanto agli assassini? In una visione esistenzialista, emergono le dinamiche ingegnate in sequenze complesse e studiate, concetto chiaro: chiunque soffre, alcuni di più altri di meno, ma non ci si può salvare da soli, occorre avere fede e parlare sinceramente con sé.

“Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l’infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra”

La città «più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre» è il background entro il quale si articolano le vicende di Memorie dal sottosuolo (1864). Non c’è via di scampo in queste pagine, Dostoevskij le presenta sono una condanna che sancisce che il destino dell’uomo, il suo presente e il mondo al di là dell’oggi come ogni ieri, sono inevitabilmente segnati dalla sofferenza esistenziale. Si tratta di una consapevolezza ineluttabile, non c’è via di guarigione possibile o auspicabile, l’uomo è inetto e nessun pensiero positivista potrà mai astrarlo per sempre dalla bassezza decadente che gli governa l’anima.

Se il protagonista di Memorie dal sottosuolo non riesce a elevarsi nemmeno al livello di un insetto, ne I fratelli Karamazov (1879) «Un solo filo d’erba, un solo scarabeo, una sola formica, un’ape dai riflessi d’oro… testimoniano d’istinto il mistero divino». Un libro che espone le dinamiche interne di una famiglia, in cui quattro fratelli vivono un rapporto nevrotico con il padre tiranno, tanto da arrivare all’omicidio dello stesso. Interessante è il disvelarsi delle colpe e delle attribuzioni, con attacchi diretti oppure con tranelli più finemente architettati, nulla è come sembra e nemmeno la vita è sicura, perché potenzialmente può finire da un momento all’altro senza permettere di chiudere qualsiasi programma, libro o piano si stia pensando. Secondo Dostoevskij ci si può affidare a Dio, certo, o ai sofisti della società che a quell’epoca imperversavano inni al positivismo convinti di trovare in esso la risposta a ogni dubbio.

“Passeranno ancora altri anni, a loro seguirà una triste solitudine, arriverà la vecchiaia barcollante sulle grucce e poi l’angoscia e la tristezza. Impallidirà il tuo mondo fantastico, svaniranno, appassiranno i tuoi sogni, e cadranno come le foglie gialle dagli alberi.”

Nemmeno quattro mesi dopo la pubblicazione, Dostoevskij sarebbe morto e con sé la magnifica stesura di tutti i dubbi esistenziali che molti pensano ma che pochi sanno raccontare. Si tratta indubbiamente di uno degli scrittori più famosi del mondo, una persona animata da mille interrogativi ben organizzati in scritti, con sognatori che vagabondano ma forse sanno dove vanno oppure intricati nelle dinamiche della società per ottenere delle risposte ai tanti dubbi.

Dovunque si voglia andare, l’importante è continuare a farsi sempre domande, non per trovare una risposta che il più delle volte per gli interrogativi significativi non esiste, ma perché raccontare i propri dubbi non può che allontanare l’uomo da quello stato di «nemmeno insetto» di cui tanto ha paura lo scrittore russo, nel suo mondo di porcellane e realtà modernista.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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