True Detective, cattivi eroi in un mondo assurdo

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Attenzione, contiene spoiler.

Ci sono serie tv che scopriamo casualmente, di cui guardiamo solo una manciata di puntate sparse. Ci siamo fatti due risate, o forse abbiamo pianto un po’ per qualche scena, ma senza essere catturati dalla storia.

E poi ci sono serie come True Detective. Un formato antologico (cioè ogni stagione racchiude storie e personaggi diversi) di genere thriller che per il momento è arrivato alla seconda stagione. Ma è stata la prima a imporsi come cult nel panorama televisivo.

Louisiana, 1995. Il corpo di una ragazza violentata, Dora Lange, viene trovato in una radura. In ginocchio, con le mani legate, strani disegni e corna di cervo a mo di copricapo. C’è chi pensa a un sadico divertimento sotto effetto di qualche sostanza. Ma al nuovo arrivato detective Rust Cohle, alias Matthew McConaughey, basta osservare più da vicino per avere la certezza che non è stata una follia improvvisata. L’assassino ha eseguito un macabro rituale che pianificava da tempo, con l’intenzione di mettere mostra il proprio operato. Marty Hart, che ha le fattezze di Woody Harrelson, dovrà fare coppia con Rust per scoprire la verità.

La sintonia non è delle migliori, come si percepisce dai primi scambi di battute in auto. Il tenebroso Rust chiarisce subito la sua posizione di realista e pessimista («Non sono uno spasso alle feste») per poi lanciare un drastico giudizio sull’umanità:

Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti

Rust

Marty, dal canto suo, può solo rispondere dicendo che al posto suo non andrebbe in giro a «sparare queste stronzate». Perché né lui né la gente della zona la pensano così. Dopotutto Marty è un uomo equilibrato. Il tipico bravo lavoratore che alla sera vorrebbe solo staccare dall’ufficio, magari bersi una birra coi colleghi e tornarsene a casa da moglie e figli. Specialmente dopo una giornata fra delinquenti, cadaveri e interrogatori. Come il borghese delineato da Kierkegaard, colui che supera l’evanescenza esistenziale del seduttore per uno stile di vita stabile.

Marty con la moglie Maggie

Nulla di più distante da Rust. Un’indole cupa e solitaria di stampo hard boiled unita a brillanti conoscenze (di criminologia, antropologia e non solo) lo rendono pressoché perfetto nel suo mestiere, al punto da sfiorare l’ossessione quando segue una pista. Nonostante sia consapevole della fondamentale inutilità di queste fatiche in un mondo assurdo, destinato a ripetere le stesse malvagità. Un eroe alla Camus nell’eterno ritorno nietzscheano.

Tuttavia, col procedere delle indagini, il divario tra le personalità dei due protagonisti diventa meno netto. Il tranquillo quadretto famigliare di Marty verrà irrimediabilmente incrinato da un impulso autodistruttivo che finora sembrava emergere solo da Rust, in quanto nichilista ex alcolizzato. Un impulso che l’ha spinto a costruirsi una relazione parallela alla sua “vita etica”, almeno fino a quando l’amante, soffocata dalla sua gelosia morbosa e aggressiva, decide di spifferare tutto alla moglie. Del resto, Kierkegaard lo aveva già capito: Aut aut, una vita esclude l’altra.  E al passionale e confuso Marty, meditando su un tale casino a distanza di anni, non resta che «Questa sensazione che la vita ti sia scivolata tra le dita come se il futuro fosse alle tue spalle».

Non che la visione di Rust sia diventata più rosea, anzi. Nemmeno dopo la chiusura del caso Lange, con l’uccisione di due spacciatori adepti di una setta esoterica molto ramificata nel mondo rurale della Louisiana. Nel 2002, durante un interrogatorio, un criminale qualunque rivela a Rust che il re giallo, il vero responsabile, è ancora a piede libero. Era lui la mente dietro quell’omicidio così come di altri omicidi che portano la stessa firma occultista. Ulteriore conferma del mito di Sisifo, per dirla con la parole di Camus. O per usare l’espressione non meno filosofica di Rust, ecco «la trappola della vita»:

Un attempato e trasandato Rust Cohle dopo un’infinità di alcol e sigarette: il prof di filosofia che tutti abbiamo sognato

Questa profonda certezza che le cose saranno diverse, che ti trasferirai in un’altra città… e conoscerai persone che ti saranno amiche per il resto della tua vita, che ti innamorerai e sarai realizzato. Vaffanculo alla realizzazione e alla risoluzione

L’unità investigativa non è disposta a supportare Rust, scambiando i suoi sospetti per paranoie. Nauseato da una tale incompetenza, decide di licenziarsi e proseguire le indagini per conto proprio. Dopo anni trascorsi come un reietto, dovrà rivolgersi a Marty per scovare il vero assassino. Una coppia di cattivi, o forse semplicemente uomini ma di cui il mondo ha bisogno per fermare gli altri cattivi, impegnati nell’eterna lotta contro l’oscurità.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

 

 

 

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