Gianni Rodari e l’arte (Fantastica) di inventare storie

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La fiaba è un modo di parlare del mondo, di parlare delle cose; è un modo di entrare nella realtà anziché dalla porta, dal tetto, dal camino, dalla finestra.

Disegni autografi di Gianni Rodari

Le fiabe, le favole, le storie diventano uno strumento essenziale con cui i bambini iniziano a fare esperienza del mondo, creando un magico ponte tra realtà e fantasia. Una fantasia che ha bisogno di essere continuamente coltivata, stimolata, liberata per permettere al bambino di diventare un buon adulto. Gianni Rodari (Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980) dedicò la sua vita a cercare di dare una forma al mondo fantastico dei più piccoli, divenendo una pietra miliare della narrativa per l’infanzia, un interprete dell’immaginazione e un fine teorico dell’arte del raccontare storie.

Rodari nasce sulle sponde del lago d’Orta, sulle Prealpi piemontesi, un paio d’anni dopo la fine del primo conflitto mondiale. Le sue prime esperienze giovanili fecero in un primo momento pensare ad un futuro al servizio della politica, da funzionario o come intellettuale organico. Il giovane di Omegna crebbe infatti tra le fila di Azione Cattolica fino al 1943, quando imboccò la via della Resistenza che lo avrebbe condotto, durante e dopo la guerra, tra le file del PCI. Non diventò tuttavia un militante, né la carriera politica sembrava essere la sua principale aspirazione. Seppur di orientamenti marcatamente comunisti, Rodari seppe costantemente districarsi da posizioni ideologiche troppo severe. L’intellettuale piemontese riuscì a mantenere uno sguardo lucido e vivace sul reale che gli permise di cogliere la varietà del mondo e le infinite possibilità del linguaggio umano.

Si dedicò dunque alla scrittura, coniugando l’attività di giornalista non organico (Unità, Paese della Sera) con quella di scrittore per l’infanzia. Dagli anni Sessanta cominciò la sua collaborazione con Einaudi diventando popolare assieme ai suoi bizzarri personaggi e alla sua poesia camuffata da filastrocca per bambini.

Rodari, tuttavia, non si limitò a raccontare. La sua riflessione andava oltre, inserendosi all’interno del particolare contesto di riforma degli anni Sessanta-Settanta. Erano gli anni in cui la Scuola italiana aveva iniziato a riflettere su sé stessa e sul proprio ruolo, sulla necessità di rinnovarsi e di farsi centro di ricerca continua e di scambio, in cui il bambino non fosse semplice spettatore, ma attore attivo e libero. La libertà era pensata da Rodari come l’elemento indispensabile alla felicità del bambino. In un mondo fatto di regole e in cui sbagliare è proibito, lo scrittore stravolge la norma e invita non solo a commettere errori, ma a trasformarli in qualcosa di nuovo, creativo e perfino fantastico. L’errore che diventa opportunità, poiché «in ogni errore giace la possibilità di una storia».

Da queste riflessioni prese vita un ultimo capolavoro di Gianni Rodari, diverso per certi aspetti dalla produzione precedente. Si trattava di un saggio, un’opera pedagogica fondamentale. Una vera e propria Grammatica della fantasia, dedicata a

 

chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia un posto nell’educazione; […] a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. “Tutti gli usi della parola a tutti”, mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siamo artisti, ma perché nessuno sia schiavo.

Grammatica della fantasia – G. Rodari – Einaudi Ragazzi

Una grammatica come Introduzione all’arte di inventare storie, come precisa il sottotitolo. Il progetto aveva iniziato a prendere corpo già nel 1972, l’anno precedente la pubblicazione del saggio, quando Rodari venne invitato dal comune di Reggio Emilia a tenere un ciclo di incontri di formazione per le insegnanti delle scuole dell’infanzia. Un ciclo intitolato Incontri con la Fantastica, riprendendo un’espressione del poeta tedesco Novalis, che segnò profondamente l’immaginario dello stesso Rodari: «Se noi avessimo una Fantastica, come abbiamo una Logica, avremmo scoperto l’arte di inventare».

Lo scrittore partiva da questi presupposti per sviluppare una sorta di sistema, pensato in evoluzione continua, per inventare storie. Grazie a questo saggio, l’arte di inventare diventava teoria, regolata da norme elencate in una serie di brevi e brevissimi capitoli: una sorta di manuale usufruibile da tutti, rivolto non ai bambini sta volta, ma a coloro cui spettava il compito di educarli, genitori e maestri.

Attraverso espedienti quali il “Binomio Fantastico” o le potenzialità creative dell’errore, Gianni Rodari si propose di porre al centro il bambino e la sua esperienza. A ogni figlio, a ogni alunno veniva riconosciuto il diritto di creare e modificare le storie, partecipando alla loro creazione e imparando a plasmare la realtà, attraverso le parole e la fantasia.

 

È difficile fare

le cose difficili:

parlare al sordo

mostrare la rosa al cieco.

 

Bambini, imparate

a fare le cose difficili:

dare la mano al cieco,

cantare al sordo,

liberare gli schiavi

che si credono liberi.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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