Nietzsche e Adorno. Il dominio della forma e il ruolo della poesia

Forma e poesia tra Nietzsche e Adorno

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Il dominio della forma e il ruolo della poesia: Nietzsche e Adorno. 

Essere rivoluzionari significa sperimentare forme nuove. Idee rivoluzionarie in forme tradizionali esibiscono implicitamente la loro sottomissione all’universale che criticano e che invece vorrebbero ri-formare.

Nietzsche e Adorno furono degli sperimentatori di forme. La loro riflessione filosofica fu intrinsecamente legata alla sperimentazione di stili e forme letterarie. I loro pensieri, che volevano scardinare le ideologie dominanti partendo proprio dalle forme a queste connaturate, dovevano essere espressi in stili e generi coerenti con questo scopo.

Nietzsche

Già a partire dal suo primo breve scritto filosofico, Su verità e menzogna in senso extra morale, Nietzsche sviluppò la sua critica alla filosofia tradizionale attraverso una genealogia della sua prima ed essenziale forma espressiva: il linguaggio. In questo testo, se da una parte il linguaggio è pensato da Nietzsche come il più sofisticato strumento che l’uomo abbia creato al fine di dominare la natura e conservare la propria specie, dall’altra esso si rivela un mezzo assolutamente incapace di forare l’umana prospettiva delle cose e rivelarne l’essenza. Per sua stessa natura infatti, scrive Nietzsche, il linguaggio nasce come un insieme di convenzionali designazioni delle cose (i nomi), arbitrariamente stabilite da una comunità per riferirsi univocamente agli oggetti indicati. I nomi ed i concetti sono quindi semplici astrazioni nelle quali vengono sussunte le esperienze singolarissime e particolarissime che l’individuo continuamente fa attraverso i suoi sensi. Il concetto di “foglia”, ad esempio, raggruppa, identificandoli tra loro, tutti quegli enti in realtà differenti ed unici che vengono chiamati con questo nome. La stessa operazione avviene per i concetti che indicano qualità morali: azioni “oneste”, “disoneste”, “buone”, “cattive”, “giuste”, “ingiuste” etc. nessuna di queste qualità esiste in natura, ma il nostro bisogno di dominarla ordinandola linguisticamente, ci porta ad unificare azioni di per sé differenti all’interno di un’unica fatti-specie, di un’unica forma.

In quanto essere sociale-razionale, l’uomo ha così posto la sua esperienza sotto il dominio del concetto: le diverse sensazioni e stimoli che riceve dal mondo vengono continuamente sussunte sotto astratti e omologanti concetti che formano magnifici schemi e costruzioni concettuali, di cui il più magnifico esempio è la scienza. L’uomo ha in questo modo creato un mondo fittizio fatto di generi e specie (uomini, animali, alberi, azioni giuste e ingiuste etc.), astratte forme create allo scopo di sostituire l’ineffabile e caotico mondo delle impressioni sensibili con uno più dominabile e più stabile, regolare, sicuro.

A partire da Socrate, la filosofia tradizionale metafisica ignara di questa genealogia del linguaggio, ha pensato di poter cogliere i principi primi della realtà – ossia il presunto mondo Vero che si cela dietro quello dei sensi – introducendo termini come quelli di Essere, Principio, Causa, Effetto etc. non considerati come astratti concetti utili al dominio della natura ma come enti realmente esistenti, anzi i più importanti tra questi. Coerentemente con queste premesse, il genere letterario che la filosofia tradizionale ha da sempre prediletto è stato il trattato sistematico. Per costituzione infatti il trattato sistematico pretende attraverso la logica e le astrazioni concettuali di esprimere l’universale prospettiva sull’oggetto di cui tratta, servendosi di un’argomentazione logico-deduttiva che deve essere capace di intrappolare il particolare all’interno delle premesse universali che pone. Queste forme, che raggiungono la loro massima espressione con Hegel, poggiano sul presupposto fondamentale della metafisica, ossia l’assoluta capacità del linguaggio di esprimere l’essenza del mondo: logica e realtà combaciano perfettamente.

La genealogia di Nietzsche, invece, nata con il dichiarato intento di dimostrare la falsità di questo presupposto, negò qualsiasi efficacia epistemologica al linguaggio. Questo suo scetticismo, e quindi questa sua convinzione sull’impossibilità di dimostrare una qualche relazione necessaria tra pensiero ed essere (pensiero di cui il linguaggio è segno) fu il vero filo rosso di tutta la sua filosofia. Tuttavia, come Adorno mezzo secolo dopo, Nietzsche fu anche consapevole che ogni critica al linguaggio non possa che servirsi del linguaggio stesso, e pertanto l’unica arma di Nietzsche nei confronti di questa intima e insuperabile contraddizione, fu quella di sperimentare magistralmente generi letterari e stili di scrittura diversi da quelli usati dalla filosofia tradizionale, come l’aforisma, la poesia, il poema etc. Forme non sistematiche e senza pretesa di coerenza interna, capaci di irruzioni volte alla critica e alla decostruzione.

Il filosofo Theodor Adorno (Francoforte sul Meno, 1903 – Visp, 1969)

Chi nel ‘900 visse consapevolmente e tragicamente la stessa contraddizione di Nietzsche fu Theodor Adorno. Riprendendo la genealogia nietzschiana, obiettivo della filosofia di Adorno fu mostrare la radice comune dei diversi valori e categorie storiche che hanno caratterizzato la civiltà umana: la ratio dell’illuminismo razionalistico.

La qualità più propria di questa ratio, di questo primigenio rapportarsi dell’uomo al mondo, è stata la progressiva trasformazione di tutti gli enti naturali in cose utilizzabili come funzioni o merce. Oggi, nell’epoca del completo disvelamento della ratio illuministica, la metafisica razionalista che gli è propria tende strutturalmente all’abolizione delle religioni storiche e delle ideologie alternative, in quanto “mitologie” che propongono un diverso rapporto tra l’uomo e il mondo, non segnato esclusivamente dall’uso e dal dominio. L’illuminismo razionalista dichiara infatti insensata qualsiasi domanda che cerchi propriamente un senso e un significato che travalichi la pura materialità e fattualità degli enti. Quella stessa ragione che nell’illuminismo storico aveva avuto il carattere liberatorio ed emancipante rispetto alle forme di dominio mitico-religiose si è trasformata a sua volta in una totalitaria ideologia fondata sul mito della pura fattualità ed evidenza logico-matematica: tutto ciò che non è registrabile, calcolabile matematicamente, evidente secondo i canoni della logica e delle scienze naturali, è negato in quanto in-sensato, non-ragione, e in quanto tale eccedenza rispetto ai criteri posti dalla ragione stessa.

Per queste ragioni, questa forma di ratio era agli occhi di Adorno la massima espressione della dinamica del dominio dell’uomo sulla natura, e, come Nietzsche, sostenne che la struttura di questa dinamica si esibisse nelle universalizzazioni omologanti proprie del linguaggio – che falsificano l’ente per meglio dominarlo – e negli stili e nei generi letterari propri della filosofia tradizionale, che Adorno infatti rifiutò completamente.

Per quanto riguarda il genere, la forma prediletta da Adorno fu il saggio. Il saggio come forma era capace ai suoi occhi di poter criticare aspetti del falso universale dominante senza porsi a sua volta come nuovo universale (e quindi perpetuare la dinamica del dominio). Proprio del saggio, almeno nella sua forma “pura” – che Adorno indica nei saggi di Walter Benjamin – è infatti fare uso di concetti non per identificare l’oggetto con altro da esso, quanto per “penetrarlo nella sua profondità”. Il saggio per costituzione non vuole andare al di là delle mediazioni storiche ma cerca i contenuti di verità considerandoli storici; i concetti espressi non rivelano il loro significato rifacendosi ad un qualche principio trascendentale ma puramente attraverso il loro raffrontarsi. Il saggio insomma non pretende, secondo Adorno, di esaurire tutte le prospettive possibili riguardo all’oggetto che analizza, non mira a farsi sistema, ma si pone come necessariamente parziale e adatto alla “dialettica negativa” del filosofo.

Per quanto riguarda invece lo stile di scrittura (tanto elitario da toccare i limiti dell’incomprensibile), Adorno chiamava il proprio metodo “costellazione” o “paratassi”, un metodo che faceva uso di una serie di proposizioni spesso solo coordinate tendenti a fornire diverse argomentazioni e prospettive sul medesimo oggetto; le definizioni erano ridotte al minimo (definire significa identificare, e quindi ridurre falsamente quell’ente particolare ad una sua specie astratta) e sono frequenti l’uso di chiasmi e le tautologie.

Alla luce di queste considerazioni di Nietzsche e Adorno, qui solo brevemente richiamate, vorremo invitare a riflettere di più di quanto oggi non avvenga sul fondamentale rapporto che intercorre tra le forme ed i contenuti espressi. Pensiamo inoltre che il genere che più oggi potrebbe avere un potenziale emancipatorio e ri- formante rispetto al razionalismo ancora oggi imperante descritto da Adorno, sia la poesia.

La poesia come forma espressiva si pone infatti agli antipodi rispetto al rapporto che l’uomo ha con il mondo nella società della mercificazione totale della natura, ed è anche alla luce di questo motivo che se ne può spiegare la scomparsa dalla formazione e dal gusto del consumatore comune.

Giorgio De Chirico, ll poeta e il filosofo, 1915
Giorgio De Chirico, ll poeta e il filosofo, 1915

La poesia, contrariamente al linguaggio logico deduttivo, non nasce come espressione della volontà di dominio dell’uomo sulla natura, ma come volontà di esprimere quell’unicità e ineffabilità propria di quelle esperienze che intende rievocare.

Per dirla nel linguaggio filosofico di Adorno, la poesia è una forma di mediazione diversa tra soggetto e oggetto, diversa da quella reificante propria del dominio razionalistico. Nella poesia la natura cessa di essere propriamente cosa, i confini tra soggetto ed oggetto si sfumano nelle sue espressioni più belle, e non è possibile definizione che riesca a definire completamente ciò che essa esprime, poiché vi è sempre qualcosa che eccede. La poesia non è totalitaria, sfugge come forma alle dinamiche del dominio

A termine de La Gaia scienza, che non a caso si apre e si conclude con alcuni versi poetici, Nietzsche arriva alla paradossale conclusione che sono l’arte e la poesia, più che la scienza e la filosofia logico-deduttiva a poter descrivere meglio l’umana, “troppo umana”, prospettiva delle cose. L’arte non pretende di forare l’umana prospettiva del mondo ma si accontenta di rappresentarla creativamente. Non esiste infatti “un albero” o “l’albero”, ma solo alberi particolari, oggetti delle nostre emozioni e dei nostri pensieri che l’arte e la poesia riescono a svelare meglio del riduzionistico linguaggio concettuale o logico-matematico.

Questa paradossale conclusione ha ribaltato completamente la fede della filosofia tradizionale metafisica che vedeva nel linguaggio logico-deduttivo il mezzo più adatto attraverso cui l’uomo fosse in grado di giungere alla Verità; poiché Verità e rappresentazione coincidono.

Tra le forme letterarie, la poesia è quella che con più forza oggi permette di fare esperienza del peso ma anche della fragilità della ragnatela concettuale della società contemporanea; essa ne dimostra infatti tutta la sua innaturalità. Invitiamo dunque a ripensare in profondità il rapporto tra la nostra società, le sue forme espressive dominanti, e la poesia, per capire al meglio la carica ri-formatrice e quindi rivoluzionaria che questo genere letterario potrebbe oggi avere.

Alessandro Bartoloni Saint Omer

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