I grandi classici – Via dalla pazza folla, consiglio postromantico e premoderno di Thomas Hardy

Via dalla pazza folla, Thomas Hardy

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È buona norma per noi lettori, compulsivi, professionali, occasionali o ricreativi che siamo, accedere al testo prima che al video. Cioè, detto con minor prosopopea, è sempre più opportuno leggere il libro prima di vedere il film: perché si, sa, la pagina scritta, ha connaturata in sé l’arma della descrizione, e un solo aggettivo può fare la differenza, anche rispetto ad un’immagine eminentemente visiva, in quanto foriero del pensiero e del sentire dell’autore. Anche un tramonto può venire descritto in millanta modi, assumere una valenza interiore e così via: inoltre, si descrivere il tramonto universale, che ognuno però vede per sé e la propria esperienza, mentre un tramonto filmico è solo quel tramonto. Ebbene, nel caso di Via dalla pazza folla, la cautela suddetta è da tenere ancor più in considerazione, poiché ad una visione del film precedente alla lettura del testo si potrebbe, lecitamente, avere la sensazione di trovarsi di fronte ad un capolavoro della letteratura romantica.

Il romanzo nell’edizione Fazi

È solo con una lettura preliminare del testo che, nel caso del capolavoro di Thomas Hardy, il lettore può rendersi conto che, nonostante i punti di contatto tematici, con Via dalla pazza folla (edito oggi da Fazi Editore) ci troviamo davanti a qualcosa che proprio romantico non è. Certo, vi è anche da tenere conto dell’indicazione temporale, poiché Hardy confeziona la storia di Bathsheba Everdene e Gabriel Oak nel 1874 (ma stesure successive risalgono addirittura al 1901), quindi molto dopo il periodo riconosciuto come romantico. Eppure, la storia è effettivamente romantica, la storia di un amore che impiega anni ad andare a buon fine; non tanto contrastato da eventi esterni quanto dal carattere della protagonista, fiero ed orgoglioso tanto da considerare (non a torto, in assoluto nonché vista l’epoca) il matrimonio come una sottomissione non voluta. Su questo si innestano vari episodi: un rivolgimento di fortuna, che rende benestante Bathsheba e dipendente Gabriel (da una situazione di partenza diametralmente opposta); una ricca eredità; le capacità manageriali della ragazza, capace di governare al meglio una tenuta di mille acri; un innamorato altrettanto facoltoso e cavaliere; un innamoramento con un soldato mascalzone e l’omicidio di questi da parte dell’innamorato suddetto; e infine il riconoscimenti di uno stato di cose aprioristico, ossia che Gabriel Oak, il primo che l’aveva chiesta in moglie, in tutti quegli anni non aveva smesso di vegliare su di lei (aiutandola a sbrogliare la propria esistenza più di quanto lei volesse ammettere) e di amarla.

Amore e natura nella locandina originale 2015

Temi ed intreccio che si potrebbero tranquillamente ascrivere ad Austen, Bronte o Fielding, e che le riduzioni cinematografiche (1915, 1967 e 2015, diretto da Thomas Vinterberg) assecondano grazie al racconto per immagini ed al dialogo. Il testo di Via dalla pazza folla, invece, ci restituisce un Hardy ben diverso, che risente dell’Impressionismo nel senso che l’arte viene vista appunto come  un’impressione e non come un ragionamento, da cui un uso della lingua ricco di inflessioni dialettali e gergali, con un continuo riferimento (nell’opera complessiva, che comprende anche il noto Tess dei d’Ubervilles). La novità linguistica, invece, è la rinuncia al dialogo e al monologo: il ricorso costante è al narratore esterno e onnisciente, con un effetto pertanto, ancora una volta, cinematografico e oltremodo “moderno”.

 

Ritratto di Thomas Hardy

Nondimeno, per quanto moderna, interazione uomo – Natura, oltremodo importante, risente ancora di una visione romantica in chiave pessimista: in assenza di forze creatrici “buone”, l’uomo è in balia di un destino sostanzialmente ostile che si innesta su una Natura leopardianamente indifferente, che si contrasta grazie ad una generica “volontà di vivere”. Quantomeno, è destinato al fallimento qualsiasi tentativo di rotture del binomio con la natura, e lo stesso titolo del romanzo è segno della simbiosi ideale che l’uomo dovrebbe avere con lo stato di natura. Via dalla pazza folla, infatti, è citazione tratta dall’ Elegia scritta in un cimitero campestre del poeta cimiteriale Thomas Gray, e riflette l’idea dell’esistenza ideale da perseguire, appunto Via dalla pazza folla, a prescindere, onde evitare il contrasto tra la vita ideale desiderata da un uomo e quella reale e squallida che egli era destinato ad avere, secondo l’ottica hardiana.

Del resto, visto il connaturato pessimismo di Hardy, la scelta comportamentale è quasi sempre quella dell’astensione, dell’isolamento, perché qualsiasi interazione comporta sofferenza: «Essa decise, entro di sé, di non disturbare mai più, né con un segno né con uno sguardo, il tranquillo decorso della vita di quell’uomo, ma la decisione di evitare un male raramente prende corpo prima che il male non sia tanto progredito da rendere impossibile evitarlo».

Via dalla pazza folla, quindi, è anche un titolo preconizzatore di quella che sarà una realtà, tematica e non, della letteratura post-industriale, dell’isolamento urbano, delle tematiche della psicoanalisi, dell’esistenzialismo, della pop art e quant’altro.

Via dalla pazza folla, è un consiglio, e un augurio. Come non condividerlo? E anche se ci è impossibile attenercisi, come non agognarlo?

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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