Stefano Cucchi e gli altri: abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi

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I carabinieri hanno esagerato, non si fanno queste cose. Ma Cucchi era un santo? È solo una delle tante frasi, letterale ma che non merita nemmeno il virgolettato, che si legge sui social sempre più asociali: una frase della rappresentativa ggente perfettamente rappresentata da politici che negano perfino l’evidenza delle confessioni (senza che a nessuno colga il dubbio di cosa mai possano essere capaci, se riescono a ribaltare un’evidenza rea confessa). E così Stefano Cucchi muore più e più volte, perché non lo hanno ucciso le botte, perché era uno spacciatore eroinomane, è meglio che sia morto. Altra citazione letterale, che non merita né il virgolettato, né che ne nomini l’autore, questa volta un Consigliere Comunale.

Un rappresentante delle istituzioni. Un altro. Un altro che svuota di senso addirittura il termine istituzioni, ché la Nazione Italia si sta rapidamente avviando non solo ad essere un Paese di nuovo fascista, ma un paese in cui il concetto di istituzione diventa sovrapponibile a quello di privilegio e di abuso di potere. Con la connivenza di milioni e milioni di volonterosi carnefici, che invocano eresie come la pulizia sociale: in base al principio che comunque colui che la invoca ne sarà escluso, anche a costo di essere l’eccezione. Quello che il benpensante social vuole, infatti, è esattamente essere l’eccezione: l’italiano medio vuole regole certe e severe, dalle quali essere escluso, per diritto o per artificio (meglio il  secondo caso, che lo fa sentire astuto).

Questa non è epilessia

Con le migliori intenzioni, assieme al caso di Stefano Cucchi, ovviamente, sono stati ora riesumati tutti quelli relativi a morti sospette di persone in custodia alla forze dell’ordine; nel contempo, si sono scomodati commentatori di ogni tipo e genere, anche improvvisati, che hanno scomodato ironia e satira, “Gesù morto di freddo” e Magritte, e naturalmente il De Andrè di Un blasfemo, complice anche il doveroso e ottimo film sulla storia di Stefano Cucchi, Sulla mia pelle. Del quale, altrettanto ovviamente, è stata recepita a livello di massa la battuta già iconica Quando le scale smetteranno de menacce.

I versi di De André

Nulla di male, di per sé. Ma il rischio è, ancora una volta, quello di sottovalutare, minimizzare: derubricare, per usare un termine di sapore legale. In questo momento dove la confusione, vuoi spontanea vuoi calcolata, di confusione generale, si sproloquia in modo ultracrepidarian di poteri e di rapporti, ma in realtà il livello di educazione civica è tale per cui il Rechtsstaat, parola della dottrina giuridica tedesca che XIX secolo che identifica una forma di Stato (con la maiuscola, vi prego) che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, potrebbe essere più facilmente confuso con un centravanti teutonico che con una locuzione sulla bocca di tutti, Stato di Diritto.

Dal che, pare evidente che molti, troppi in realtà, non siano in grado di comprendere il concetto di custodia presso le forze dell’ordine: custodia, attività del custodire, “sorvegliare un luogo, curare e assistere persone o animali”. Non “deprivare della libertà e trattare a piacimento secondo l’impulso dei momento o i propri giudizi personali”, che sarebbe un ottimo testo di legge per un regime dittatoriale assoluto, che di testi di legge non avrebbe bisogno. Non abbiamo chiaro il concetto di Stato di diritto, di custodia: non abbiamo nemmeno chiaro che un Ministro non deve chiedere scusa per aver insultato la sorella di un giovane picchiato a morte: ci dissociamo da coloro che vorrebbero le scuse dei vari Mattei Salvini et similia ad Ilaria Cucchi. Un Ministro non chiede scusa per un simile comportamento, “scusa” si chiede per aver rovesciato il vino sulla tovaglia buona della nonna: un Ministro prende atto di non ricoprire degnamente la propria carica istituzionale e si dimette.

Ma bisognerebbe aver chiaro il concetto di Stato di Diritto, appunto. Di Istituzioni, di Nazione, di Custodia. Allora, al di là dell’attendere il termine dell’iter legale nei suoi gradi di giudizio, vedremmo che il caso di Stefano Cucchi è, eticamente, semplice: al netto di qualsiasi considerazione o valutazione, basata su fatti reali o calunniosi, in un consesso umano che voglia dirsi civile la morte di Stefano Cucchi non può trovare forma di giustificazione alcuna, in nessun caso.

Sembra semplice.

Ma non è così. Basti vedere le minacce e gli insulti, per i quali registriamo addirittura un’escalation, rivolti ad Ilaria Cucchi, alla quale evidentemente viene attribuita la colpa di voler vedere giustizia e verità. Una colpa reale, nel Paese delle Eccezioni che abbiamo tentato di descrivere, perché la logica conseguenza dell’eccezione è la devastante omertà, un codice del silenzio che non va violato.

Malcom X e tutte le libertà che non possono aspettare

E non aveva ragione Malcom X, o almeno l’aveva solo in parte rispetto ad una contestualizzazione attuale. Oggi, non sono i media che ci fanno amare gli oppressori ed odiare gli oppressi: parafrasando Joseph Conrad, l’italiano razzista, violento, xenofobo e corrotto non ha bisogno di alcun media per esercitare tutte le sue variegate forme di intolleranza e discriminazione, essendo capace da solo di ogni nequizia.

Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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