#1B1W – “La città e la metropoli”: è da qui che iniziò il viaggio di Jack Kerouac

Jack Kerouac e la Beat Generation

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49 anni fa ci lasciava lo scrittore statunitense Jack Kerouac, nonché personalità esuberante e pioniere della Beat Generation. Figlio della controcultura hippie e di quell’America degli anni ’50 piena di stereotipi e contraddizioni, l’autore nato il 12 marzo 1922 a Lowell è conosciuto principalmente per il suo Sulla Strada (On the road), un vero e proprio manifesto generazionale che continua ancora oggi a influenzare lettori di tutto il mondo.

Prima di intraprendere questo lungo viaggio e capire cosa si cela dietro quell’elettrizzante voglia di andare, di sentirsi in cammino, è doveroso fare qualche passo indietro e partire proprio dal primo romanzo di Kerouac: La città e la metropoli (1950), un’opera autobiografica che descrive, attraverso una serie di personaggi, i diversi aspetti della personalità dell’autore.

Ogni membro della famiglia che vive in questa casa è avvolto nella sua propria visione della vita, e cova in sé l’avvolgente intelligenza della sua particolare anima.

Siamo a Galloway, dietro il quale pseudonimo si nasconde la città natale dello scrittore, e protagonista del romanzo è una grande famiglia della piccola borghesia: i Martin. La storia si svolge in un arco temporale di circa 11 anni dal 1935 fino ai primi giorni del secondo dopoguerra; sullo sfondo, si intuisce il contesto socio-politico dell’epoca, i cambiamenti significativi, il senso di smarrimento e solitudine. I paesaggi, descritti da una penna chirurgica e appassionata, trasmettono al lettore una sconfinata tranquillità, un’energia capace di far passare in secondo piano lo svolgimento della storia.

Era di nuovo in viaggio, attraverso il continente verso ovest, andandosene per lunghi anni da solo, lungo le acque della vita, da solo, guardando verso le luci del promontorio del fiume, verso le candele che calde bruciavano nella città, guardando giù verso la riva, ricordando la tenerezza di suo padre e della vita.

Un romanzo d’esordio melanconico per l’autore beat, una confessione a cuore aperto in cui la realtà sembra prevaricare su ogni forma di emozione. I personaggi si muovono in modo lento, pacato, anche se a tratti sembrano voler fuoriuscire da quel limbo di angoscia e monotonia. Lo stile risulta figurato, poetico, ma non manca la prosa effervescente che caratterizzerà le future opere di Kerouac; la furiosa sete di vita di quell’America urlante non è nient’altro che una metafora del desiderio di libertà, un atteggiamento canzonatorio misto a una fascinazione onirica. 

La città e la metropoli mette tutti sullo stesso piano: figli, figlie, padri, madri; ognuno di loro incarna l’essenza, nel bene e nel male, che lo scrittore sembra riconoscere nell’ineluttabile apatia della quotidianità. I dialoghi, a volte teneri e commoventi, non lasciano spazio al compromesso, evidenziano le incompatibilità sostanziali e la paura di lasciarsi andare a qualcosa di diverso. Eppure, quel qualcosa, l’autore di Lowell lo scoprirà grazie alla sua passione, grazie alla sua estrema curiosità. I sogni confusi e vagheggiati dell’infanzia hanno fatto il resto. Nonostante un equilibrio interiore instabile, nonostante la fame di chiarezza e la rovente coscienza, alla fine ha vinto la strada. Alla fine ha vinto la vita.     

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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