Esotismo, razionalità e passione: il complesso connubio delle “Lettere persiane”

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Era il 1721, era l’alba dell’Illuminismo, era la Francia che si affacciava al cosmopolitismo, che si apriva alla tolleranza religiosa e che affermava la laicità. Erano le Lettere persiane di Montesquieu, capolavoro romanzesco e filosofico che ha ancora tanto da insegnarci.

Il barone di Montesquieu è noto al pubblico soprattutto per il suo trattato di diritto ed economia politica, lo Spirito delle leggi, e, in particolar modo, egli è conosciuto per aver teorizzato la celebre teoria della separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Di minore risonanza sono invece le sue Lettere persiane: un romanzo in forma epistolare in cui l’autore, secondo la convenzione del genere epistolare settecentesco, finge di aver ritovato un manoscritto di cui egli sarebbe soltanto il traduttore e l’editore.

La vicenda narrata è quella di un giovane e ricco persiano, Usbek, che per motivi politici si vede costretto a lasciare Ispahan e a recarsi a Parigi in compagnia dell’amico Rica. La storia si struttura quindi su uno scambio di lettere tra i due persiani giunti nel mondo occidentale e una serie di personaggi rimasti ad Ispahan a cui essi scrivono e da cui ricevono lettere. Fra questi, vi sono gli amici persiani e i mollah con i quali Usbek e Rica scambiano opinioni filosofiche e si interrogano su questioni politiche e religiose, ma anche le mogli di Usbek, che vivono rinchiuse nel serraglio, dalla quale non possono aver alcun contatto con il mondo esterno e, infine, gli eunuchi addetti a vigilare e servire le donne.

Il romanzo si sviluppa quindi su due poli, occidentale e orientale, ma, spostando il punto focale dall’Europa all’Asia, Montesquieu riesce a creare un effetto di relatività della percezione unico. Infatti grazie al punto di vista ingenuo dello straniero giunto a Parigi egli può offrire al lettore una critica dei costumi della civiltà occidentale e, al contempo, aprire una finestra sul mondo esotico.

Inoltre Usbek è un giovane colto, riflessivo, ignaro della civilità occidentale, ma che ha anche uno sguardo distaccato su quella che ha appena lasciato. Egli rappresenta così il punto di vista razionale, ponderato e saggio che può al contempo svelare i limiti e i paradossi della società parigina e criticare gli usi di quella dalla quale proviene. Tanto le sue critiche alla civiltà orientale che a quella occidentale possono in realtà essere lette in entrambi i sensi: così l’invettiva religiosa diventa non biasimo della religione musulmana, ma critica verso ogni rigido dogmatismo e mettendo in ridicolo la dotta società parigina, il giudizio è in realtà diretto a tutta la superbia umana. In quanto tale Usbek rappresenta un apologia dell’uomo illuminista che fa uso della ragione, dell’ironia e del proprio buon senso contro i pregiudizi e la cecità della maggior parte degli uomini. Al tempo stesso, però, Usbek è anche l’uomo sentimentale e passionale che, pur capace di criticare le ingiustizie della politica e dei governi, diventa poi lui stesso despota e tiranno nel momento in cui la sua gelosia lo acceca e gli impedisce di dare magiore libertà alle proprie mogli.

Così avviene che, mentre Usbek piano piano incupisce nel nuovo mondo occidentale in cui non si identifica, nel serraglio in Persia la situazione inizia a sfuggire di mano agli eunuchi, fino allo scoppio della rivolta da parte delle donne. Nella sua lettera finale Roxana, la donna virtuosa, emblema delle qualità femminili, della riservatezza e della spiritualità, rivela, con uno slancio viscerale e passionale, di aver sempre amato un altro uomo e di aver provocato lei stessa la rivoluzione nel serraglio. Il romanzo, dopo aver trattato le più svariate questioni umane con toni dell’ironia, della leggerezza metaforica e della serietà scientifica, si chiude su un moto tragico e passionale: Roxana, vendicativa e sublime, si toglie la vita in nome del proprio amore ucciso.

Consuelo Ricci per MifacciodiCultura

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