I Grandi Classici – “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini, le piccole storie antifasciste di quartiere

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Vasco Pratolini

C’erano una volta bei tempi: erano tempi di parole che correvano da sole (cit.), e se per caso si fosse potuto digitare su un motore di ricerca, alla parola Vasco sarebbe comparso Vasco Pratolini (al limite, Da Gama). E di parole ne ha scritte molte, Pratolini, suddivise in cicli o trilogie, in storie o cronache che dir si voglia, parole tradotte anche in venti lingue ed esportate in tutto il mondo (atteso che per “parole” intendiamo un fluire sintattico e logico, e non qualche sostantivo circondato da interiezioni): come nel caso della trilogia di cui fa parte Metello, o di Cronaca Familiare, o, meglio ancora, di Cronache di poveri amanti, verosimilmente la sua opera migliore.

Vasco Pratolini si dà alla narrazione col piglio dell’entomologo, con la lucidità dello storiografo più attento, e la sua capacità è tanto più ragguardevole quanto più pensiamo alla quantità di autobiografico vi è in Cronache di poveri amanti, romanzo ambientato quasi interamente in Via del Corno a Firenze, negli anni 1925-1926, da un autore fiorentino di nascita, educazione, cultura, legatissimo alla sua città da affetto e affetti. Cronache di poveri amanti viene pubblicato nel 1946, ma il suo progetto risale a dieci anni prima, lasciato in animazione sospesa a causa delle avverse condizioni politiche. E i personaggi sono quelli consueti del repertorio pratoliniano (almeno, “consueti” aveva un senso quando Pratolini era una figura familiare del panorama culturale italiano, tra successo editoriale, premi e riconoscimenti, mentre attualmente non è tanto che Pratolini sia scomparso dall’Orizzonte degli Eventi culturali, quanto che l’Orizzonte in sé è pressoché scomparso).

Un’edizione del romanzo

Una via, quindi: centro e scena del romanzo, multipla e sfaccettata seppure unitaria, tra Palazzo Vecchio e Santa Croce. Qui, si affollano appunto gli eroi di Pratolini, che vivono storie personali e “comuni”, al borde della banalità, giovani popolani di bassa estrazione sociale, alle prese con esperienze sentimentali e con la durezza della loro difficile condizione sociale, famiglie della cerchia antica che devono fronteggiare il mutare del vento. Stante la precisa collocazione temporale, infatti, lo sfondo del pulviscolo delle storie è quella della Storia che incombe: si vede a distanza, ma non troppo, lo scenario della Firenze nei primi anni del fascismo, una città in lotta per l’affermazione di ideali politici e umani contrastanti di cui viene descritto sconvolgimento della realtà popolare legando la storia di Firenze alle drammatiche vicende italiane.

Cronache di poveri amanti è qui, è tutto qui: come in Bassani, l’ambientazione storica è la cornice esterna di storie soggettive e di vicende sentimentali, e consente al lettore di entrare in contatto con un periodo ormai trascorso e di riviverne l’atmosfera e gli umori, che comunque sono filtrati da una freschezza di sentimenti caleidoscopica dovuta alla lente di ingrandimento, e distorsione, del ricordo adolescente, commosso e commovente. Naturalmente “tutto qui” è una locuzione ampiamente limitativa: il critico Asor Rosa disse

Nell’intrecciarsi continuo delle vicende, nel contrappunto tenace e paziente delle osservazioni, nel susseguirsi dei casi lieti e tristi, sorprendenti e comuni, la cronaca di via del Corno trova la sua schietta, semplice vita e la sua innegabile verità.

La locandina del film

Cronache di poveri amanti ebbe nel 1954 una riduzione cinematografica, per mano del regista Carlo Lizzani, con un magnifico Marcello Mastroianni nei panni dell’antifascista Ugo; ma le pagine di Vittorini grondano anche riferimenti visivi diversi, magari estemporanei ma precisi come il ricordo di un odore, come un mercato di Guttuso, o sonori: viene in mente la Via Margutta di Luca Barbarossa, ad esempio, o l’atmosfera pre-crepuscolare del quartiere descritta nella bellissima quanto negletta Una donna normale dei Pooh. Quest’ultima, peraltro, parla e fa del “quartiere” un personaggio prima ancora che un’ambientazione, così come le Cronache di poveri amanti si svolgono in un quartiere che è stato definito “un’unità topografico-sentimentale” (e non dimentichiamo che Il Quartiere è esattamente il titolo di un altro romanzo di Pratolini):

Parlavano a bassa voce, sempre più piano via via che si faceva silenzio sulla strada: un bisbigliare fitto di due cuori, provenienti da opposte direzioni, tanto distanti che dapprima sembrò a loro stessi impossibile potersi incontrare. Ma lentamente si avvicinavano, scorgendosi appena sotto la scorza delle diverse esperienze, che a poco a poco cadevano come la borraccina raschiata dalla pietra, ed apparivano le loro anime, che erano ugualmente senza peccato.

Cronache di poveri amanti può a buon diritto venire inserito sia tra i Grandi Classici che tra gli imprescindibili dell’antifascismo (e le due cose spesso coincidono), sebbene non sia tra i romanzi che salgono automaticamente alla memoria riguardo al tema della lotta contro le dittature e le disuguaglianze. Nondimeno, vi è in Vittorini anche un afflato programmatico, che affida al letterato un preciso compito sociale, che lo rende isolato e imprescindibile, così come il suo romanzo:

Cambiar pelle non si può: occorre una volontà riservata a pochi. Solo i santi vi riescono, e qualche volta i poeti. Coloro, cioè, che credono veramente in qualcosa di eterno

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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