Il politically correct ci seppellirà: visioni distopiche di un futuro silente, scorretto e permaloso

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L’origine del mondo di Courbet: offensivo e da censurare?

I Power Rangers sono figli del politically correct. Già questo dovrebbe essere sufficiente a capire la potenzialità dei danni che questa visione del mondo è in grado di causare, una serie di produzioni sub-artistiche, che contro ogni logica naturalistica e afflato artistico pretendono di narrare senza urtare la suscettibilità di nessuno: quindi, in un’artefatta visione di tutela della diversità e delle minoranze, tutte queste ultime devono venire rappresentate, da cui l’esigenza di avere un Power Ranger caucasico, donna, asiatico, afro-americano, e solo esigente strettamente pratiche ci han salvato dalle rispettive combinazioni, altrimenti non sarebbe bastata una guarnigione a rappresentarle tutte.

Ci sono più Power Ranger nella tua filosofia…

La riflessione sul politically correct sorge spontanea dalla fortunata circostanza di aver potuto ascoltare Paolo Flores d’Arcais ospite del Festival del Coraggio tenutosi a Cervignano del Friuli nei giorni scorsi, occasione nella quale il direttore di Micromega è partito proprio dall’ultimo numero della rivista, programmaticamente intitolato Contro il politicamente corretto. Argomento che d’Arcais affronta da par suo, mentre purtroppo noi dovremo limitarci a farlo da par nostro: nondimeno, riconosciamo che è giunto il momento di prendere posizione verso questa corrente di pensiero che modifica il linguaggio ma non la sostanza, tanto che in nome di un fittizio rispetto bisogna trovare un nuovo nome al netturbino (chi non ricorda la terrificante definizione di “operatore ecologico” coniata negli anni ‘80’), mentre per quanto riguarda retribuzione e tutele lavorative possiamo senza dubbio soprassedere.

Un atteggiamento ipocrita, direte voi. Meglio di no, poiché anche “ipocrita”, assieme a “schifo” è nella lista distopica delle espressioni da abolire, perché gli analfabeti funzionali (o gli ipocriti che fingono di esserlo per un proprio tornaconto politico) sono giunti a ritenere, in nome appunto del politically correct, che definire ipocrita qualcosa, sia esso un individuo o un comportamento, è già assimilabile ad un’offesa, e quindi foriero di un  possibile turbamento. Al contrario, dalla libertà di espressione andrebbero omesse solo quelle espressioni effettivamente ingiuriose o calunniatrici rispetto a violazioni delle leggi: ma non è questo che si vuole far credere alle torme di analfabeti funzionali (o peggio).

Perché il problema, o presunto tale, è appunto questo: cassare, elidere, in una parola censurare, tutto ciò che può turbare. Chiunque. Da qui, la nostra necessità di prendere posizione, poiché è evidente che qualsiasi cosa potrebbe causare turbamento, e poco importa che a farne le spese (a causa verosimilmente di problematiche patologiche o religiose con la sessualità) sono opere d’arte come L’origine del mondo di Courbet, che d’Arcais non a caso utilizza  – coraggiosamente – in copertina su Micromega. Ma si illuderebbe chi pensasse che censurando opere esplicite come Courbet la follia savonaroliana si placherebbe: non va sottovalutato il potere degli stolti in grande numero, ed essi sono legione, e pronti, favoriti da decenni di degrado culturale e scolastico, e dal potere distorsivo dei media (vedi Malcom X) e della Rete, ad indignarsi per qualsiasi cosa.

Paolo Flores d’Arcais

Il politically correct, così, viene a favorire un’orgia di fraintendimenti ipocriti che pare essere la tendenza alla guida della Società: si fa la guerra ai poveri e non alla povertà, ci si indigna per la foto del bimbo annegato e non per le cause del suo annegamento. Siccome non ci si prende affatto cura delle persone, lasciandole tranquillamente affogare, o morire di fame, ci si impegna almeno a dimenticare che queste brutture esistono. Le polemiche sulla non-culturalità del nostro articolo su Ferragni e l’acqua minerale sono parenti strette della pruderie politically correct, ed hanno il solo scopo di silenziare le opinioni diverse? Diverse da cosa? Da qualsiasi cosa il soggetto non pensi hic et nunc, quindi una forma di censura addirittura peggiore di quella di un nazismo, che quantomeno una direttiva paraculturale grossomodo l’aveva. Qui siamo, culturalmente parlando, a livello di Caligola o Pol Pot.

Non è difficile vedere che la conseguenza ultima del perseguire lo scopo fasullo del non turbare (che è del tutto diverso dal primum non ledere) la sensibilità di nessuno, significa mettere il bavaglio a tutto anche, e soprattutto, in campo artistico e culturale. L’arte deve turbare, la scienza deve rassicurare (ma vediamo che oggi anche la scienza è messa pesantemente in discussione), diceva Georges Braque. L’arte, quindi, non può, per definizione, essere politicamente corretta, quindi va rimossa. Se non altro perché il turbamento implica pensiero ed emozione, e noi invece veniamo guidati verso una società huxeliana, un progetto verso un Mondo Nuovo che ci fa orrore, privo di cultura, umanità e radici. Corollari di tutto ciò, la negazione della competenza e della preparazione, il disprezzo per l’opinione altrui mascherato da difesa della sensibilità individuale, che realizza invece proprio la negazione totale dell’individualità stessa.

Considerazione ineccepibile

È iniziato l’assalto al giornalismo, come abbiamo visto, alla Storia, alla scuola, all’Arte (che si cerca di confondere da lustri con l’intrattenimento): in questo assalto, il politically correct è un’arma subdola e potentissima, di natura solo apparentemente culturale ma in realtà eminentemente politica, che potremmo definire informatico-epica.

Il politically correct è un trojan horse.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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