I grandi classici – “Il processo”, un eterno castigo senza delitto, di Franz Kafka

“Il processo” di Franz Kafka

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Se qualcuno dovesse mai chiedervi di portare un esempio a chiarimento del concetto letterario di incipit in medias res, il nostro suggerimento sarebbe il seguente: «Qualcuno doveva aver calunniato Josef K, poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato». Tecnicamente parlando, non di tratta del primo paragrafo, che invece dura circa una pagina; è però il primo periodo, e questa è la sola cosa che ci fa capire, a parte la nostra sommaria conoscenza della biografia di Franz Kafka, che l’autore non ha seguito un corso di scrittura creativa, possibilmente negli Stati Uniti, il che lo avrebbe indotto ad un “a capo”. Ovviamente, l’incipit (come tutto il resto), de Il Processo, è assolutamente perfetto anche così, e foriero di enormi riflessioni.

Il Processo, versione Orson Welles

In poco più di una riga, infatti, Kafka pone le basi di un intero romanzo: e lo fa delineando subito la posizione del narratore, che è onnisciente poiché ci informa subito che Josef K. non ha fatto nulla di male. Quindi noi sappiano da subito che si tratterà della storia di un’ingiustizia, e ciò ci dispone immediatamente in uno stato d’animo particolare, e fa del protagonista, anche qui verosimilmente inequivocabile, il nostro eroe positivo, quello in cui probabilmente ci identificheremo e per cui soffriremo e parteggeremo. Abbiamo anche il concetto della calunnia, atto che universalmente tutti identifichiamo come particolarmente odioso, e che di solito, causando addirittura di per sé un arresto, viene apprezzato nei regimi dittatoriali o comunque oppressivi. Inoltre, il tutto avviene al risveglio di Joseph K., il che ci rimanda ad un altro incipit kafkiano (in entrambi i sensi dell’aggettivo), ovverosia quello de La metamorfosi; evidentemente, una sorta di ambientazione ricorrente, nello scrittore boemo, e non priva di conseguenze, poiché dà immediatamente un taglio onirico alla narrazione, in maniera speculare per così dire, poiché Joseph K., come Gregor Samsa, il protagonista si sveglia (o così pare: ma sarà vero?) si sveglia per precipitare in un incubo. Kafkiano, appunto, ma ne Il Processo il seguito della trama darà conto in altri versi, addirittura migliori, della natura del termine neoconiato. Il tutto, con un periodo, 19 parole, tre proposizioni ed un lessico estremamente semplice, addirittura banale: eppure, da questa apparente banalità scaturisce un dramma colossale, allegorico, esistenzialista, angoscioso.

«No, disse il sacerdote, ma temo che finirà male. Sei ritenuto colpevole. Forse il tuo processo non andrà neppure oltre un tribunale di grado inferiore. Almeno per il momento, la tua colpevolezza si dà per dimostrata». «Ma io non sono colpevole» disse K., «è un errore. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole? E qui siamo pure tutti uomini, gli uni quanto gli altri». «È giusto» disse il sacerdote, «ma è proprio così che parlano i colpevoli».

La prima edizione del romanzo, 1925

Per tutta l’opera, il linguaggio è semplice, quotidiano, e la costruzione sintattica corretta e lineare, che contribuisce all’identificazione e quindi al clima di angoscia costante, che del resto è seguita sia dalla descrizione fisica degli ambienti, sempre soffocanti, sia per contrasto da quella degli iter labirintici ed incomprensibili (uno dei temi sottesi è del resto la burocrazia). Ne Il Processo la dimensione onirica, per contro, serve a giustificare il taglio filosofico delle conversazioni, attraverso il quale Kafka mette in evidenza la tematica sottesa alla sua intera opera, o quantomeno alla parte maggiormente significativa: il rapporto, difficilissimo, conflittuale e di totale arbitrarietà e sottomissione, con l’autorità. Lo vediamo, anche nel capolavoro assoluto del genere racconto breve Davanti alla legge, lo vediamo nel semi-horror Nella colonia penale.

Lo vediamo, purtroppo, anche nell’attualità: Il Processo viene scritto da Franz Kafka a cavallo tra il 1914 ed il ’15, ma l’estremizzazione allegorica ne fa un testo paradigmatico e oseremmo dire archetipico, rispetto all’Autorità. «K. è afflitto… da valanghe di parole confuse, che gli dovrebbero chiarire il suo destino e invece lo frastornano» è una nota che si può leggere nelle edizioni che si avvalgono, fortunati i loro possessori, della traduzione di Primo Levi (sì, in questo caso il traduttore è fondamentale). Levi, che purtroppo sapeva bene di cosa stava parlando, sottolinea come, riguardo a K., «la sua dignità d’uomo è compromessa fin dall’inizio, e poi accanitamente demolita giorno per giorno». Vale per quella tremenda istituzione – non naturale – che è la famiglia, che può essere un luogo infinito di regole severe e contraddittori, il primo dove la personalità individuale viene sistematicamente fatta a pezzi; lo vediamo in tutti gli ambienti lavorativi tossici, dove la dignità umana viene sacrificata sull’altare della produttività, ma questa sull’ara del mobbing: ma ovviamente tutto ciò è tanto più vero nei regimi dittatoriali.

Il romanzo di Kafka, un capolavoro assoluto, è saturo di infelicità (parole del chimico Primo Levi). Nel 1962 Orson Welles ne trarrà un film (con Welles stesso ed Anthony Perkins), e dobbiamo riconoscere un parallelo inquietante tra la storia di Joseph K., che non conosce la sua colpa, e quella del cittadino Kane, che non conosce vera natura della spinta della sua intera esistenza, Rosebud. La sinossi de Il processo è riassunta nell’incipit: tutto il resto è distruzione sistematica, conradiana. Il destino umano (potremmo anche farlo risalire al peccato originale biblico) è che si può essere perseguiti e punti per una colpa non commessa e per di più ignota e che nessuno ci rivelerà mai, ma che ci perseguiterà fino alla morte e oltre.

Quasi come fosse possibile esser lasciati annegare in mare per venir puniti del fatto di essersi lasciati impoverire per secoli. O semplicemente della colpa di esistere.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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