#EtinArcadiaEgo – Virgilio, l’uomo che amò la poesia fino alla morte

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Poeta-vate, padre dell’epica origine di Roma, ispirazione per letterati di ogni tempo; per Dante Alighieri, addirittura divin maestro: Publio Virgilio Marone è da sempre una delle stelle più rilucenti della storia della letteratura mondiale, non soltanto latina. Filologo, sopraffino stilista ed esperto conoscitore di ogni anfratto letterario greco e latino, Virgilio è un personaggio con il quale, ovunque si navighi nel mare della letteratura, si è inevitabilmente portati a scontrarsi.

Mantua me genuit,

calabri rapuere,

tenet nunc Parthenope

cecini pascua, rura, duces.

Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.)

Nell’epitaffio posto sulla sua tomba, dopo la morte avvenuta a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C., è riassunta tutta la sua vita: il suo personaggio informa Dante nella Commedia di essere nato sub Iulio, al tempo di Giulio Cesare, vicino Mantova. Infatti, le fonti più affidabili lo danno nato nel 70 a.C nel villaggio mantovano di Andes. Il padre era una classica figura del proprietario terriero abile e laborioso, e si era arricchito sposando la figlia di un mercante di buona condizione. Desideroso di dare al figlio la migliore istruzione, lo manda prima alla scuola di grammatica di Cremona, poi alla scuola filosofica di Napoli e infine a Roma, per studiare retorica e diventare avvocato. Tuttavia, la tempra del giovane non è adatta al foro: alla prima causa, Virgilio non riuscirà nemmeno ad aprire bocca. Timido, riservato e di salute molto cagionevole, Virgilio preferirà gli studi di filosofia alla carriera politica: poco dopo il fallimento al foro, tornerà a Napoli, per ascoltare le lezioni dei filosofi epicurei Filodemo e Sirone

Purtroppo, non erano anni semplici per uomini come lui: le guerre civili tormentavano l’Italia da nord a sud, e il caos infuriava nelle città, fra scontri di bande e liste di proscrizione. Queste bande e gli eserciti al seguito dei personaggi politici di spicco lottavano con una promessa: terre, che sarebbero loro state donate in caso di vittoria. Terre ottenute tramite confisca, ai danni non solo degli avversari, ma anche di semplici proprietari. A lungo Virgilio rischiò di perdere tutto. Fortunatamente la sua passione per la poesia gli aveva già procurato alcuni amici, e i suoi beni furono salvi.

Non erano amici qualunque, quelli che Virgilio aveva conosciuto: Cornelio Gallo, che prese le sue parti molte volte in ambiente politico, sarà per Ovidio e Quintiliano il primo, grande poeta elegiaco di Roma. Oggi di lui non rimangono che cenni storici e qualche titolo, ma doveva essere un eccellente poeta e un buon amico se Virgilio gli dedicherà l’ultima ecloga della sua prima grande opera poetica: le Bucoliche.

Composta fra il 42 e il 39 a.C, le Bucoliche attirarono le attenzioni del secondo uomo più potente di Roma: Mecenate. Ministro della cultura, assessore della propaganda, comunque lo si voglia considerare, Mecenate era il braccio armato di Augusto, senza toccare la spada: in quel tempo di pace, la penna e la pergamena erano ben più efficaci. E quel giovane mantovano, che racconta in versi di un’arcadica vita agreste, in cui i pastori cantano dolci canzoni solitarie e malinconiche, piace tantissimo a Mecenate. Virgilio infatti aveva avuto il coraggio di guardare a un genere assolutamente nuovo per il latino: l’idillio. Genere adattissimo alla scorrevole lingua ellenica, difficilissimo da rendere in esametri latini. Virgilio crea qualcosa di unico, e una volta conosciuto Mecenate la sua carriera è in discesa.

Verso il 29 a.C arrivano le Georgiche, un inno alla vita laboriosa dei campi tanto cara al progetto di ritorno all’ordine del princeps, ma il vero progetto che passerà alla storia è in cantiere: finalmente regina di mari e terre, a Roma serve un ultimo passo, l’ultimo. La Grecia può vantare Omero, cantore dell’età degli eroi, ma Virgilio deve segnare la riscossa romana. A Roma manca un’opera epica nazionale: gli Annales di Ennio lo erano, un tempo, ma ora quei rozzi versi sono quasi una vergogna. Virgilio si imbarca, e nasce l’Eneide. La storia di un esule sconfitto, Enea, che vaga per il mare alla ricerca di una nuova patria, che abbandona l’amore di Didone e vede morire il padre solo perché gli dei gli impongono un destino, e assolverlo è il suo dovere. Il messaggio di Virgilio è esattamente questo: Roma è nata da un troiano sconfitto, da dolore e da sofferenze, ma ha dalla sua gli dei, e la sua grandezza è inevitabile. L’Eneide assorbirà Virgilio così tanto da ucciderlo: muore a Brindisi, sfinito dal peso che gli era stato assegnato.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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