La “humanitas” della filosofia: la quinta epistola di Seneca

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La “humanitas” della filosofia: la quinta epistola di Seneca

Hoc primum philosophia promittit, sensum communem, humanitatem et congregationem; a qua professione dissimilitudo nos separabit.

La filosofia promette innanzitutto questo: buonsenso, umanità e socialità; voler a tutti i costi apparire diversi dagli altri ci allontanerà da questi obiettivi.

A volte, tra gli stereotipi legati alla figura del filosofo rientrano personalità misantropa, solitaria, eccentrica, anticonformista; insomma, avulse dalla “normalità” della società civile. Nella quinta epistola a Lucilio, Seneca riflette proprio sul ruolo della filosofia, che, ricordiamo, all’epoca era ben di più che una disciplina scolastica o un vezzo da radical chic, bensì una vera disciplina da applicare nella vita quotidiana e una forma mentis in base alla quale orientare le proprie scelte quotidiane:

Satis ipsum nomen philosophiae, etiam si modeste tractetur, invidiosum est: quid si nos hominum consuetudini coeperimus excerpere?

Il concetto stesso di “filosofia” è già abbastanza inviso alla gente, anche se viene attuata con moderazione: cosa accadrebbe se iniziassimo a sottrarci alle consuetudini degli uomini?

Chi persegue la saggezza filosofica non deve avere come scopo il darlo a vedere esteriormente, come per distinguersi dagli altri. In questo modo, come risultato si avrà solo un progressivo allontanamento di se stessi dai propri simili. Seneca invece incita a perseguire la humanitas, ovvero la comunanza, la condivisione, la socievolezza con gli altri uomini. Questo serviva anche per risolvere un nodo specifico dell’interpretazione della filosofia stoica, ovvero la percezione del saggio come insensibile, una specie di odiatore del genere umano. Ma la serenità interiore, raggiunta al termine del percorso di saggezza, non deve portare alla chiusura in se stessi, anzi: un altro termine chiave di questa riflessione è proprio congregatio, traducibile come apertura alla comunità, socialità. Nel pensiero di Seneca, c’è una forte apertura proprio al coinvolgimento delle altre persone, che, sebbene non avviate alla filosofia, in contatto col saggio possono migliorare la loro concezione del mondo.

Dunque, le consuetudini sociali devono essere mantenute, certamente, anche dal saggio, la cui peculiarità non dev’essere certo la boria o la smania di apparire migliore degli altri. Insomma, lo stoicismo si presenta non tanto come filosofia eversiva quanto come disciplina utile a vivere in armonia in primis con se stessi e, conseguentemente, con gli altri.

Il pensiero di fondo è un invito a diffidare delle apparenze, della ricchezza ostentata come anche della frugalità esibita per farsi notare. Per suscitare ammirazione dobbiamo puntare sulla nostra personalità più che sull’abbigliamento o l’arredamento della nostra casa: la ricchezza interiore va coltivata quotidianamente e deve essere saputa trasmettere all’esterno col comportamento, più che con i vestiti o una acconciatura. Potremmo immaginare che il saggio stoico oggi non sparerebbe a zero su Facebook (quale migliore emblema di socialità al giorno d’oggi?) ma si iscriverebbe tranquillamente al social per rimanere in contatto col mondo, magari senza postare 10 foto al giorno e senza utilizzarlo per spiare ciò che fanno gli altri.

Letta oggi, questa epistola consiglia di non farsi abbindolare dalle mode, che puntando tutto sugli oggetti non ci aiutano a forgiare il nostro animo; al contempo, ci ingiunge di non perseguire esasperatamente l’anticonformismo: si rischierebbe, ancora una volta, di ricadere in una moda; di segno opposto, magari, ma pur sempre tale. Questa tra l’altro non è che la sintesi della triste storia di decine di tendenze “alternative” che nel giro di qualche anno sono diventate “mainstream”, prodotti da discount, perdendo senso e anima.

Per concludere: per essere felici dobbiamo ricercare esperienze e conoscenza, che non sono certo cose che troviamo su uno scaffale al supermercato o appese a una gruccia di una catena d’abbigliamento, nonostante l’obiettivo di qualsiasi media contemporaneo sia quello di convincerci di questa menzogna.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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