L’evoluzione di Darwin e di tutti noi: perché la sua teoria è ancora importante

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Esiste una dimensione tra il caso e le necessità? Tra la contingenza storica e le leggi della natura? Sì, e noi abbiamo imparato il suo nome: evoluzione.

Darwin

Il 20 agosto 1858, Charles Darwin pubblicava alcuni articoli per la Linnean Society di Londra, la più prestigiosa associazione di storia naturale. Era il primo assaggio della teoria evoluzionista, che avrebbe preso forma un anno più tardi, il 1859, all’interno de L’origine della specie. Una teoria che sconvolse la comunità scientifica per i suoi decisi attacchi a certezze millenarie, integrate nel senso comune: l’immutabilità del mondo, nonché la sua relativa giovinezza, l’antropocentrismo e l’idea di un progetto divino.

Le acquisizioni della teoria si possono sintetizzare in:

  1. dinamicità delle specie, ovvero la dimostrazione empirica che non abbiamo a che fare con entità fisse, ma con riserve di variabilità. Il termine “specie” di per sé non ha sostanza, è un’etichetta convenzionale, dal momento che ogni individuo “sfuma” nelle generazioni discendenti;
  2. meccanismi e tempi dell’evoluzione, che includono mutazione e ricombinazione (sorgenti della diversità organica), selezione naturale (ciò che modella la diversità) e migrazione
  3. basi per una scienza storica della natura.

L’elemento di spicco nel nucleo darwiniano è ovviamente la selezione naturale. Ma occorre sgombrare un po’ il campo dalle riduzioni e distorsioni che sono state compiute. Innanzitutto, non si tratta semplicemente di un criterio di eliminazione dei meno adatti. Questa è l’accezione negativa che persino la Chiesa riconosceva, un meccanismo divino per la salvaguardia dei tipi ideali.

A Darwin premeva di più la pars costruens, capire quel motore dell’evoluzione che sollecita gli organismi a un cambiamento graduale, generando nuovi rami nel grande albero della vita. Era in qualche misura una trasposizione biologica dell’economia liberale di Smith: i comportamenti dei singoli avrebbero comunque creato un ordine.

Non volle però dare alcuna connotazione sociale a un fenomeno molto più complesso della sopravvivenza del più forte. Questo lo si deve a Herbert Spencer, padre per l’appunto del darwinismo sociale.

Richard Dawkins

Ci vollero più di 50 anni affinché i biologici aderissero alla teoria. Senza considerare che dalla fine dell’Ottocento i suoi seguaci, come accade per tutti gli -ismi, si divisero sull’interpretazione della selezione naturale. Da un lato, una concezione “forte”, onnipervasiva, della selezione. Dall’altro lato, la scuola “debole”, che riconosceva nella selezione il principale ma non l’unico fattore evolutivo. Controversie dal sapore scientifico e filosofico che si sono protratte fino ai giorni nostri secondo due schieramenti:

 

  1. I neo (o ultra)darwinisti. Dell’evoluzionismo rimarcano la competizione, la lotta. L’autore contemporaneo più importante di questa corrente è senz’altro Richard Dawkins. Etologo e divulgatore brillante, feroce critico della religione, ha conquistato una fama mondiale grazie a opere quali Il gene egoista, L’orologiaio cieco e L’illusione di Dio. «Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni», una frase che riassume la sua visione. Gli individui non sono altro che veicoli pilotati da geni che premono per sopravvivere. Sono loro i veri protagonisti dell’evoluzione, replicandosi e diffondendosi a scapito di geni inferiori, che porterebbero cioè a caratteristiche non ottimali per l’adattamento. L’egoismo (anche come ricerca di vantaggi per il proprio gruppo) è la strategia primordiale migliore in tale contesto, sebbene non precluda la possibilità di sviluppare l’altruismo nella società.
  2. I pluralisti. Uno su tutti Stephen J. Gould, oppositore del riduzionismo genetico. Nel 1972 il suo contributo fu decisivo per la teoria degli equilibri punteggiati, un nuovo paradigma rispetto alla visione dominante: il gradualismo dei cambiamenti evolutivi. In poche parole, si dava per assodato che l’evoluzione fosse un processo lento ma costante. Eppure la documentazione fossile riporta delle discontinuità, assenze cioè di anelli intermedi. Lo stesso Darwin, pur essendone consapevole, non seppe rinunciare allo schema gradualista. Il modello proposto da Gould combina lunghi periodi di stasi, gli equilibri, con accelerazioni, le punteggiature, dovute a speciazione, come quella allopatrica (distacco di un gruppo dalla specie madre verso nuovi habitat).
Stephen J. Gould

La vita, più che un albero, somiglia qui a un grande cespuglio, dove diverse linee evolutive non seguono un’unica direzione di adattamento. Anzi, parlare di adattamento può essere pericoloso dal momento che suggerisce un finalismo implicito. Dedurre la storia di certi arti e organi in base alla loro funzione attuale nasconde un ritorno all’intelligent design. «Come dovremmo chiamare il carattere utile in sè che non è stato selezionato per quell’uso?» si chiede Gould. RIsposta: exaptation, in quanto «utili (aptus) in virtù della (ex) loro forma».

L’evoluzione come crudele operazione di ingegneria in vista dei migliori adattamenti? Oppure come bricolage, un assemblaggio di pezzi che ad un certo punto della storia possono avere un effetto utile ma imprevisto? Competizione e cooperazione sono le anime che ci spingono sin dai nostri scimmieschi antenati. E che volenti o nolenti dovremo conciliare ancora per un lungo cammino.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura 

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