I Grandi Classici – Lamento di Portnoy, uno dei capolavori per i quali (a causa dei) Philip Roth non vinse il Nobel

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Philp Roth, lo hanno definito il Nobel mancato: non a torto, anche se potrebbe condividere l’appellativo con molti, e staremo a vedere se lo vincerà Paul Auster, ad esempio. D’altronde, il Nobel per la Letteratura è destinato a scontentare sempre qualcuno, e se a noi desta assai più perplessità quello a Alice Munro che non a Bob Dylan, siamo anche coscienti che assai difficilmente ne verranno insigniti Bret Easton Ellis e Chuck Palahniuk. E ne siamo coscienti per gli stessi motivi per cui ci diamo ragione anche della mancata assegnazione a Roth: perché, ad esempio, abbiamo letto Lamento di Portnoy.

Un Philp Roth ancora giovane

Per aver saputo estrinsecare il malessere della vita sociale ed intellettuale di stampo ebraico, e nel contempo averlo elevato a paradigma dei malesseri dell’uomo colto e dilaniato della spersonalizzante e castrante società post industriale occidentale: hai visto mai che l’Accademia di Svezia rinsavisca tardivamente e decida di assegnare a Roth un premio postumo, quanto sopra potrebbe essere una più che plausibile motivazione, e ci pregiamo di donarla senz’altro agli accademici svedesi. Lamento di Portnoy non è il primo romanzo di  Roth (in effetti, è il terzo), né il più nazional-popolarmente noto (qui, la palma va verosimilmente a Pastorale Americana, di cui abbiamo goduto recentemente la trasposizione filmica – 2016, ottimo esordio alla regia di Ewan McGregor). È però il primo vero e proprio successo di Roth, che con la storia di Alexander Portnoy si impone all’attenzione del pubblico e della critica, ottiene un notevole successo di vendite, pone le base più concrete della propria poetica e, soprattutto, quelle della mancata vittoria del Nobel.

L’edizione originale del romanzo

Pubblicato nel 1969, Lamento di Portnoy è esattamente quello che il titolo annuncia: una lunga geremiade del protagonista, in forma di monologo, naturalmente, che in teoria colloquia in modo temporalmente non definito col proprio psicanalista. L’escamotage narrativo, anche qui un vero e proprio macguffin, è semplicemente geniale, perché consente a Portnoy, e a Roth, una pressoché totale libertà sintattica, linguistica e argomentativa, come appunto deve accadete sul lettino del proprio psichiatra durante una seduta. Ecco quindi che Portnoy ripercorre tutta la propria vita, che è la storia delle proprie nevrosi, ossessioni, tic e manie, introdotta addirittura da un finto lemma da enciclopedia psichiatrica: perché Alexander Portnoy ha trascorso la vita travolto dal conflitto tra desideri e coscienza, che egli trova in ugual misura, ma diversamente, repellenti. E di entrambi non riesce né a liberarsi né ad avere il controllo.

Un’altra opera di Roth data al cinema, La macchia Umana, con Kidman – Hopkins

Va da sé, il sesso, l’erotismo e l’autoerotismo hanno una parte preponderante nella vita di Portnoy, in maniera prevalentemente compulsiva e psicopatologica. Il sesso assume anche una valenza sociale, poiché Portnoy cerca, in contrasto con il proprio retaggio ebreo, rapporti con ragazze e donne shiksa, alla ricerca di una penetrazione che è anche nella cultura e nello status sociale non-ebraico. Lamento di Portnoy si avvale si una straordinaria varietà e proprietà di linguaggio, di una strabiliante bravura nella costruzione di periodi complessi eppure scorrevoli, del monologo interiore (arriviamo a parlare di flusso di coscienza? Non proprio, ma quasi), dell’invettiva e di quant’altro è tecnicamente possibile per la costruzione di un romanzo estremamente colto, nel senso positivo del termine, anche quando scade nella trivialità più assoluta.

Ma sesso a parte (Lamento di Portnoy ha avuto soltanto una trasposizione cinematografica, nel 1972, e nemmeno questo ci stupisce gran che), l’umorismo yiddish di Roth non sublima sempre la verve polemica, e la satira, le notazioni socio-esistenziali virano facilmente e frequentemente nel caustico. Nella sua sorta di auto-agiografia-porno, Portnoy parte dall’infanzia e dalla famiglia (in fondo, è pur sempre sul lettino dello psichiatra), che in salsa kosher sono assolutamente devastanti per l’equilibrio del personaggio – «Vergogna e vergogna e vergogna e vergona: dovunque mi giri trovo sempre qualcosa di cui vergognarmi». Secondo le coordinate stars n’ stripes, Portnoy è un giovane uomo di successo, alto funzionario dell’amministrazione newyorchese di un Dipartimento contro la Discriminazione, ma il suo sguardo è un raggio laser che incenerisce via via le tradizioni ebraiche, sbeffeggiate senza remore, e successivamente la posizione reciproca di società statunitense e ebraismo («Eravamo ebrei, ed eravamo superiori!»), e infine la struttura sociale americana, con le sue ipocrisie, la sua ignoranza, i suoi clamorosi limiti. Il tutto, condito di antisemitismo da un lato, e variegate forme di razzismo ebraico, limitazioni e restrizioni e castrazioni.

Traduzione atroce per il titolo cineatografico del lamento di Portnoy

In buona sostanza, l’immenso talento di Roth non lo ha preservato, è il caso di dirlo, da un’onestà intellettuale tale da denudare sia il Re made in USA che quello Made in Israele, a partire da questo imprescindibile Lamento di Portnoy e forse precludendosi, complici le facili accuse di oscenità, il Nobel di cui all’incipit. In questo, non aiutato neppure dal fatto, del tutto palese, che i protagonisti di Roth sono stati spesso suoi aperti alter ego: soprattutto il noto Zuckerman, ma verosimilmente anche Portnoy.

Dal che, discende a nostro avviso che Roth non sia stato aiutato neppure, per assurdo, dal vivo e già citato umorismo yiddish, che appunto diviene soda caustica pure e autodiretta, bersagli se stesso ma soprattutto la cultura ebraica: ché diciamolo, il mondo della cultura USA, ebraico ed ebraico-statunitense non può, alla luce di un siffatto impianto critico, leggere positivamente nemmeno una battuta apparentemente autoreferenziale: «Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica».

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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