Ferragni-Evian: cronache da Water-Game senz’etica né futuro

Ferragni-Evian: cronache da Water-Game senz’etica né futuro

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Ha trovato anche dei difensori, l’operazione commerciale dell’acqua minerale firmata da Chiara Ferragni, la modella famosa per il fatto di essere famosa e per aver sposato dei tatuaggi con sotto Fedez, qualche piazzista d’accatto accecato dall’operazione di marketing che spacca, qualche economista laureato all’Università della strada e qualche pubblicitario diplomato al Liceo del Marciapiede: non è il problema principale legato a questo tristissimo affaire, che battezziamo Ferragni WaterGame, un po’ per celia e un po’ per amor di sintesi.

Bere nel Burkina Faso
Bere nel Burkina Faso

In realtà, il Ferragni WaterGame prende il tratto da molto lontano e presenta numerose sfaccettature, a vari livelli di tristezza e squallore. La cosa meno grave è appunto l’operazione di marketing in sé, che non è niente di eccezionale perché si basa sempre sullo stesso assunto, incontrovertibile, del desiderio di imitazione e di identificazione entry level, che è il principio di ogni merchandising, con buona pace di ogni considerazione sui parametri/personaggi che soddisfano tale bisogno, indotto, di identificazione. Del resto, tutto il sistema dei brand è basata sulla vacuità interiore e sul bisogno di definizione dall’esterno del sè.

Dal punto di vista del marketing, insomma, tra la maglietta di Ronaldo, il portachiavi di Rossi e l’acqua del Ferragni WaterGame non c’è sostanzialmente differenza. Da un punto di vista etico, la faccenda cambia aspetto. Che l’acqua sia un bene primario, in teoria chiunque è disposto ad ammetterlo; all’atto pratico, proprio la sua assoluta necessità

Chiara Ferragni e l'acqua Evian Limited edition da lei firmata, costo a bottiglia per il pubblico 8 euro
Chiara Ferragni e l’acqua Evian Limited edition da lei firmata, costo a bottiglia per il pubblico 8 euro

alla vita la rende un’arma. Nel 2001, Vandana Shiva pubblica Le guerre dell’acqua, dove si può leggere «Nel 1995 il vicepresidente della Banca mondiale espresse una previsione inquietante: “Se le guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. Molti segni fanno pensare che avesse ragione».

Successivamente, il CEO di Nestlé Peter Brabeck fa sapere che il considerare l’acqua un bene primario è a suo giudizio un’affermazione “troppo radicale” (!); e ancora dopo, iniziano le grandi manovre politiche, mai realmente sopite, che mirano alla privatizzazione totale dell’accesso all’acqua, anche in Italia, che quanto a negazione dei diritti non vuole evidentemente essere seconda a nessuno. La posizione di Peter Brabeck aprirebbe un altro fronte di ragionamento, sulla scia degli studi che individuano la psicopatia come presupposto per le posizioni di potere assoluto, ma questo è un altro discorso.

Gli esseri umani non hanno diritto all’acqua

Poco importa se un’organizzazione, palesemente buonista, come l’OMS continua a produrre dati che legano le malattie infettive nei paesi “in via di sviluppo” alla mancanza di acqua pulita, e altre fonti parlano di 700 bambini morti al giorno per affezioni legate all’assenza di acqua potabile. Non si tratta di moralismo, né di accanimento contro la povera Chiara Ferragni che, beninteso, del meccanismo è solo una fruitrice, consapevole ed indifferente. Pochi giorni fa, è stata battuta all’asta in Gran Bretagna una bottiglia di whisky per la modica cifra di 960.000 euro, rientrando così a pieno titolo tra le spese immorali. Ha ragione Natalino Balasso, quando fa notare che la fortuna dei ricchi non è costituita dagli oggetti in sé, ma dall’invidia dei poveri per quegli oggetti. Poco importa la tristezza che coglie a visitare un sito come acquedilusso.com, cugina della malinconia del pensiero che esistano gli influencer e coloro che ne hanno bisogno: assieme al senso etico, abbiamo assolutamente smarrito quello del ridicolo. Almeno, finora è stato così: si intravvede però, per noi attaccati all’etica ma contrari allo Stato Etico, un innalzamento del livello dello scontro, portato su un’invidia per un tipologia di bene primario che viene reso elitario al solo scopo di veicolare il messaggio del disvalore tra vip e plebe (termine pronto a tornare di moda).

Guerre per l’acqua, già una realtà

In confronto, la differenza percepita tra la borsetta da mercato rionale e quella da boutique di via Veneto ha quasi un fondamento logico. Il messaggio, very Maria Antonietta style, è che la vita dei non-vip non vale nemmeno un sorso d’acqua, il quale sorso tende e tenderà sempre più a diventare un privilegio oligarchico, in attesa di tornare ad essere nobiliare o divino. La sola acqua che sembra destinata in futuro, per diritto, ai poveri, è quella in cui annegare, vuoi per le alluvioni, spesso figlie della devastazione umana, vuoi in qualche viaggio della dis-speranza.

Acqua di lusso, versione Kenya

Cari vip dell’happy hour, sociologi da social network e rampanti da last minute, questo però non è marketing, come vi piacerebbe credere, né questa è etica di mercato, e neppure vi è in tutto ciò alcuna ideologia: al massimo, è morale da bisiniss.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

https://www.acquedilusso.it/it

2 Commenti
  1. Mattia dice

    Parlo da lettore e da persona interessata (per quanto possibile) alla cultura e la sua divulgazione, e no…non sono un accantio seguace di ferragni e compagnia bella! Partendo dal presupposto che un articolo, bello o brutto che sia, dovrebbe avere saldi almeno tre punti: un’idea da voler condividere, uno studio critico e puntuale dietro e una esposizione chiara; bene, questo si appoggia su neanche mezzo di questi capisaldi. Traspre fin dalle prime righe il tentativo di parlare alla pancia del popolo (l’utilizzo dei giochi di parole per attirare l’attenzione è un’arma a doppio taglio). Non è cultura, e non mi rifiersico all’argomento ma al tentativo intrapreso con questo articolo. Non è coerente, non ha studi saldi e soprattutto molto spesso sfocia nel ridicolo.
    P.S. Il fondo viene toccato con le foto “acqua di lusso, versione Kenya”. Prossima volta un bell’articolo sulle Lamborghini, accompagnato dalle foto dei flintstones

    1. Vieri Peroncini dice

      Carissimo, di idee da voler condividere ce ne sono (che l’acqua è un diritto umano inalienabile, ad esempio, e che l’operazioni di marketing di cui parliamo ha aspetti etici ai quali siamo avversi), ma ho troppo rispetto per coloro i quali le hanno capite per fare un elenco puntato a suo uso personale; idem dicasi per quanto riguarda l’esposizione non chiara: prendiamo atto della sua opinione, non motivata peraltro (non capisco, quindi non è chiaro, non è un sillogismo perfetto), ma la prego di tenere conto che Schopenhauer biasimava gli individui che identificano i confini del mondo con quelli del proprio sguardo. O della propria preparazione. Quanto allo studio critico e puntuale, lei deve essersi confuso: questo è un articolo, con un taglio particolare peraltro quali sono gli editoriali, e non un saggio o una tesi di laurea. Quanto al “parlare alla pancia”, devo essermi adeguato al clima culturale dell’Italia contemporanea: ma ammettendo che ciò sia vero, alle volte ciò si rende necessario per veicolare concetti che altrimenti verrebbero sistematicamente sottovalutati. Trova che la foto delle acque di lusso versione Kenya sia parlare alla pancia? Sicuramente parla a pance piene, che possono permettersi lussi impensabili per la maggioranza della popolazione mondiale e che sono, a nostro giudizio, al di fuori di qualsiasi concetto di decenza (idea che vogliamo condividere).

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