Come fare per… dubbi di una generazione digitale

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Come fare per…

Vorremmo tanto approcciare quella bella ragazza, o bel ragazzo, ma non sappiamo come fare. E comunque ci sarebbero fasi preliminari su cui lavorare.

Dovremmo prima sapere come portare avanti una conversazione, poiché si tratta di una chiave importante per risultare attraenti. Ovvero per guadagnarsi accettazione e desiderabilità sociale.

Dovremmo anche sapere come aumentare la nostra autostima, perché senza questa base tutto il resto non funzionerà mai.

Intanto la persona che avevamo puntato se ne è andata. Ma noi siamo ancora persi nello smartphone in cerca di risposte.

Un esempio forse un po’ drastico, ma che coglie la realtà di una generazione che ben si presta a tante etichette sociologiche. Millennials, nativi digitali, choosy (i bamboccioni senza voglia di lavorare coniati dalla Fornero) oppure Neet (quei giovani non impegnati nella ricerca di lavoro e nemmeno in percorsi di studio). Se proprio volessimo inventarne un’altra, potremmo parlare di  How to generation: in altre parole, i giovani curiosi di sapere come fare per riuscire nella vita.

Di per sé non è qualcosa di negativo ma attenzione a due aspetti:

  1. questa curiosità è mossa più dall’ansia di dover aver tutto sotto controllo, unita alla percezione che non sia affatto così nella realtà quotidiana, che non da una genuina voglia di conoscere. Non lo stupore del fanciullo o del filosofo, bensì la paura di sbagliare mossa;
  2. il nostro primo vero consigliere, a cui confidiamo dubbi e timori, è Google. Se abbiamo una searchbox a portata di dita, ci sentiamo già un po’ meglio, sicuri del fatto che gli algoritmi ormai non solo conoscono i nostri gusti e le nostre preferenze ma che sapranno indicarci la giusta direzione.

Così ci ritroviamo sballottolati tra Wikihow e articoli psicologici cercando di capire qualcosa di più su quello che non va in noi e su ciò che stiamo sbagliando. Sfiorando il limite del paranoico.

Per esempio, siamo talmente insicuri che sentiamo il bisogno di sapere da un browser come decifrare i segnali di quella ragazza/quel ragazzo che ci piace.

Ci ascolta con la braccia conserte = semaforo rosso. Ha il busto rivolto verso di noi = semaforo giallo. Sorriso = semaforo verde.

Inoltre, pretendiamo consigli per decifrare punteggiature ed emoticon nei messaggi. Se ci manda il cuore rosso significa interesse? Dipende. La frequenza è direttamente proporzionale all’interesse? Un punto esclamativo, un occhiolino 😉 o un ahahah in più segna il confine tra amicizia e amore? E la scimmietta che non vede, che cavolo significa?

I consigli che cerchiamo così ossessivamente non si limitano alla sfera affettiva, sebbene resti il campo su cui investiamo le maggiori energie (e paure). Abbiamo anche bisogno di metodi e tecniche per studiare velocemente quel tomo di Diritto Pubblico che non apriamo da mesi ma l’appello è tra una settimana. Sul fronte lavoro, al di là di tutti gli annunci di trader o santoni finanziari che ci propinano l’idea sempreverde del fare soldi in fretta, ormai ci siamo abituati ad affrontare con disagio anche solo la compilazione di un curriculum vitae. Come trascrivere una certa esperienza, cosa inserire alla voce “capacità relazionali” considerando che sei socievole quanto un grizzly, come decorare le nostre soft skills (cioè abilità non specifiche assimilate dalla “strada”, per dire) e così via.

Grazie a tutti questi frammenti nel web e alla nostra visione del futuro non proprio ottimistica, ci accontentiamo di passare il tempo nella sovra-interpretazione, cercando di capire come capire. Una sorta di rete di sicurezza per quando saremo pronti a saltare. Il che è comprensibile: perché rischiare di fallire e di farsi male? Da piccoli ci hanno insegnato, per lo più senza accorgersene, l’idea di un fallimento totalitario: l’errore, in qualsiasi ambito, si traduce in una svalutazione della persona. Se abbiamo preso 4 in verifica allora valiamo 4. Invece dovremmo riscoprire la componente positiva del fallire, che pone l’accento sul tentativo più che sul risultato.

 

Scoraggiati e privati della possibilità di connetterci con la saggezza della Rete, un momento di tristezza passeggera preannuncia lo spettro della depressione. Uno spazio solitario diventa il baratro incolmabile dal quale una creatura angelica dovrà salvarci. Magari proprio quella creatura che avremmo tanto voluto approcciare, se solo avessimo trovato le istruzioni.

 

Luca Volpi per MifacciodiCultura

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