INSIDE MAGRITTE: ceci n’est pas Magritte

Inside Magritte

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INSIDE MAGRITTE. CECI N’EST PAS MAGRITTE.

Spiace doverlo ammettere. Spiace perchè gli esperimenti, anche multimediali, per portare più gente a conoscere e condividere l’arte sono fondamentali per una società che vuole definirsi evoluta, libera, democratica. Ma no, non ci siamo, stavolta. Naturalmente è solo il mio parere, ma stavolta ho l’amaro in bocca di fronte a INSIDE MAGRITTE, ideato e firmato da Crossmedia Group – Hepco insieme a 24 ORE Cultura, da oggi 9 ottobre presente a La Fabbrica del Vapore di Via Procaccini a Milano.

Spiace, ma in fede al mio sincero entusiasmo e amore per l’Arte devo ammettere che sono rimasta un po’ delusa e non mi trovo allineata con pressochè tutti i media che ne hanno parlato, spesso con lo stesso interesse di un comunicato stampa atto a promuovere la mostra, delineandone le caratteristiche appetitose di multisensorialità ma, il più delle volte, poco affini all’ immergersi nella ricerca di senso del genio belga.

René Magritte. 1965 /Duane Michals /sc

Spiace, ma non credo che nel caso di Magritte basti renderlo su maxi schermi con immagini che vanno a comporsi.

Può affascinare lì per lì, ma non rende giustizia alla vera rivoluzione del “saboteur tranquille”.

E non solo perchè Magritte era più che un surrealista, ma anche perchè aveva provato a scavare nell’inconscio di ognuno di noi, rendendo per esempio fondamentale il titolo della propria opera, come non banale suffisso accessorio, ma come complemento semiotico del textus artistico tutto. E agli ingrandimenti digitali nella famosa sala di esperienza multimediale mancano i titoli delle opere, laddove queste vanno fantasiosamente (anche con alcune libertà di-segno tecnologico) a comporsi davanti ai nostri occhi. Ma i titoli, lo ribadisco, non sono un accessorio delle opere di Magritte, anzi.

“I titoli dei quadri non sono spiegazioni e i quadri non sono illustrazioni.”

L’opera artistica il cui valore è in funzione del suo potere di rivelazione liberatrice consiste di parola e rappresentazione.

“Si possono creare nuovi rapporti tra le parole e gli oggetti, e precisare alcune caratteristiche del linguaggio e degli oggetti generalmente ignorate nella vita quotidiana.”

Vanno essi stessi a sottolineare la provocazione di una semiosi che sembra agli antipodi ma che rivela l’afflato copernicano di chi non si era allineato all’arte del tempo ma che aveva cercato. proprio attraverso l’esercizio artistico, non banali risposte ma continue domande sul senso della vita. E non solo dell’esistere, per il quale bastava accontentarsi di rappresentare ciò che più poteva rendere al massimo l’aspirazione artistica di chi dipingeva e voleva fare dell’arte un metro della propria grandezza, ma il significato ontologico del vivere, accingendosi, cioè, a porsi in un continuo dubbio sulla percezione della propria vita e sulla corrispondenza reale della percezione del proprio occhio sul micro e macrocosmo quotidiano.

René Magritte, La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe), 1928

Perché viviamo in un continuo mistero, ciò che vediamo è solo la nostra soggettiva rappresentazione del reale. Magritte nelle sue opere, tra le più conosciute  “La condizione umana” e “Il tradimento delle immagini” ci rivela la precarietà cognitiva dei nostri sensi. Non possiamo delineare la verità, perchè siamo manchevoli noi per primi di parametri fisici e psichici che ce lo consentano, come ben ci suggerisce del resto l’opera “Il falso specchio”. Certo, però, possiamo interrogarci e, nella consapevolezza di questo, essere liberi di delineare il nostro percorso come meglio ci aggrada.  Liberi di vivere il nostro cielo con rondini che ci fanno intravvedere nubi che le penetrano, con porte che delimitano uno spazio al quale possiamo accedere semplicemente passandoci attraverso senza maniglie a mo’ di sovrastrutturale apertura esclusiva. Siamo liberi. Liberi di percepire e delineare il nostro bello nel mondo e quello che ci rende felici.

Ogni uomo ha diritto a 24 ore di libertà al giorno e la libertà è la possibilità d’essere e non l’obbligo d’essere.

 

Il lume caldo di un lampione con la sua luce fioca che illumina soavemente il portone di casa al nostro ritorno, anche quando nel cielo è ancora chiaramente giorno, quasi a volerci suggerire che il ritorno a casa è sempre qualcosa di caldamente rassicurante per chi lo auspica o magari no, per chi lo vive come qualcosa di buio. Ma c’est la vie. E il sublime potere dell’arte è probabilmente questo. Soggettività, empatia, emozione dettata dalla nostra singolare e unica decodifica in quel dato e preciso momento della nostra vita. Decodifica arricchita dal nostro bagaglio esperenziale ed emotivo.

L’arte originale però. Non scambiamo come arte il riprodurre un’idea artistica, per quanto in maniera altamente tecnologica e multisensoriale con tanto di musica in sottofondo che scuota le nostre anime dall’insolenza emotiva moderna, per il reale omaggio all’arte originaria di un artista. Perchè, a mio avviso, nell’esperienza di Inside Magritte, manca il vero Magritte. E non solo perché, come detto, mancano i titoli accanto al comporsi delle opere (titoli fondamentali, che non possono essere specificati solo all’entrata nei cenni biografici, prima dell’esperienza multimediale, perchè è come rendere a metà un’opera, privando lo spettatore dell’intero segno che voleva con quella marcare l’artista nell’universo esperenziale di chi la guarda). Ma manca l’estasi di significato emotivo dettata dal trovarsi di fronte allo svuotamento di senso che ti si oppone con stilistica prepotenza in gran parte dell’attività artistica di René Magritte. Ogni opera singola di Magritte, soprattutto (dopo il primo periodo Cubo-Futurista belga) parla di Magritte. Ogni opera che va guardata singolarmente. Nella sua, appunto autentica singolare profondità, soggettivamente speculare della realtà di chi la sta guardando. Un’opera nella sua individualità che non si somma ad altre composizioni. Ma rimane decodificabile nella sua intera e fiera individualità.

René Magritte, Les amants, 1928

E, in ultimo, ma forse non così poco importante, sembra che alla fine, rese in questa maniera, queste mostre multimediali si assomiglino un po’ tutte. Bellissima quella di Modigliani, peraltro ancora al Mudec fino al 24 novembre, di cui ho parlato con vero entusiasmo, ma credo, mio malgrado, che non basti l’esercizio tecnologico per rendere la complessità e la poesia di un artista. Se, infatti,  in quella di Modigliani ho trovato di estrema raffinatezza catapultare lo spettatore nella Parigi del primo Novecento con suoni, colori e atmosfere di quel tempo, oltre all’arte di Modì, riprodotta su grandi pannelli a livello digitale, qui, in Inside Magritte, manca quella completezza del pensiero magrittiano, che, probabilmente sarebbe stato reso con maggiore facilità proiettando sul grande schermo insieme alle opere ( e non qualche semplice accenno biografico) anche la sua vita, il rapporto con la madre a cui era legatissimo (madre morta suicida, il cui cadavere è stato restituito dalle acque del fiume in cui si è gettata con la vestaglia avvolta sul viso, e i visi coperti da teli o lenzuola – o sudari? visto che si tratta di morte- ritornano prepotenti in tantissime opere di Magritte),

Giorgio De Chirico, Canto d’Amore, 1914

il periodo storico in cui si accingeva a cercare significati esistenziali e il suo rapporto con l’arte di De Chirico (Canto d’amore, in particolare, che è stata la vera rivelazione che ha dato il là alla sua vera, personale, rivoluzione artistica) e, non di poco conto, il suo rapporto con l’amata moglie, Georgette Berger, che ha permesso all’artista di sperimentare in un clima giocoso ogni suo desiderio di scandagliare il reale, cercando e trovando ( e svelando?) l’eterno mistero in ogni variabile sinceramente pregnante.

Non nego che sia sempre apprezzabile la promozione dell’Arte attraverso anche esperimenti multimediali che attraggono più facilmente il grande pubblico (sicuramente di tendenza gli occhiali 3d che ti fanno vivere un’esperienza dentro la digitalizzazione dell’opera, così come la possibilità di selfie all’interno dell’esperienza multimediale) ma credo che, stavolta, si poteva fare di più, in seno al vero sperimentare che del reale ha fatto il geniale René Magritte, le cui immagini, forse, andavano rese nella loro dimensione creativa originaria.

Magritte, Il falso specchio, 1928

“Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.”

René Magritte

 

Con doverosa autenticità,

Valentina Ferrario

Magritte, La riproduzione vietata, 1937

Il linguaggio dell’autenticità dà alle parole significati che non hanno mai avuto prima.

René Magritte

 

 

 

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