#1B1W – La “Fiesta” di Hemingway non è ancora finita: esiste un’altra generazione perduta

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C’è una cosa che mi ha sempre colpito del mestiere dello scrittore: l’opera prima, nonché, l’origine di quella vocazione intima che è la scrittura. Quando un lettore stringe tra le mani un esordio letterario, inizia una sorta di viaggio a sorpresa, in cui aspettative, parole, speranze, sogni, vagano nella mente senza una meta precisa, senza uno scopo definito. Eppure, durante quella confusione, apparentemente asettica, avviene delle volte una sorprendente scoperta che amerei definire, citando una teoria filosofica di Friedrich Nietzsche “l’eterno ritorno dell’uguale”.

Ernest Hemingway con il torero Antonio Ordonez

È quello che mi è capitato leggendo Fiesta (Il sole sorgerà ancora) di Ernest Hemingway, Premio Nobel per la letteratura nel 1954 e vincitore del Pulitzer un anno prima grazie al suo racconto più famoso: Il vecchio e il mare. Pubblicato a New York nel 1926, The Sun also Rises è il primo romanzo dello scrittore di Oak Park; un lavoro autobiografico che racconta con fervore e nostalgia la generazione perduta del primo dopoguerra: anime inquiete che cercavano in fiumi di alcol e notti sfrenate la risposta alle loro insicurezze.

Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era.

La storia è narrata in prima persona da Jake Barnes – alter ego di Hemingway – un giornalista statunitense, reduce di guerra; egli vive a Parigi e insieme alla sua comitiva di espatriati, passa gran parte del tempo a discutere in cafè e night club. Uno dei componenti del gruppo è Robert Cohn, un ex pugile ebreo e scrittore, impelagato in una relazione travagliata con Frances, una donna opprimente e autoritaria. La vita piatta di Robert, subisce una scossa quando entra in scena lady Brett Ashley, una facoltosa inglese dallo spirito libero, fidanzata, almeno formalmente, con Mike Campbell, un veterano di guerra scozzese.    L’ex pugile viene subito attratto dalla sensualità della donna, ma a sua volta, Brett è innamorata di Jake, anche se, quando quest’ultimo le propone di andare a vivere insieme lei rifiuta. La storia, prende una piega diversa, quando Jake progetta un viaggio in Spagna con l’amico Bill Gorton; un viaggio, al quale si uniranno anche Brett, Mike e Robert. Dopo aver trascorso giorni all’insegna della quiete e della tranquillità, il gruppo, arrivato a  Pamplona per assistere all’encierro, il momento più atteso della Festa di San Firmino, sprofonda in un vortice di rabbia, risentimento e solitudine.

Non ha senso che per il solo fatto che faccia buio si debbano vedere le cose in maniera diversa da quando c’è luce. No, accidenti, non ha senso!

Fiesta, oltre a rappresentare la vera e propria consacrazione di Ernest Hemingway, descrive il profondo senso di frustrazione, il disagio esistenziale che caratterizzava gran parte della società degli anni venti. La prima guerra mondiale era alle spalle, eppure la speranza che traspariva da quel confuso spaccato generazionale, risultava effimera, vuota, quasi impotente davanti a quel processo di rinnovamento culturale, sociale, economico. L’atmosfera che si respira fin dalle prime pagine è piena di tensione, dovuta ai dialoghi taglienti che si susseguono e ai protagonisti che ruotano intorno alla propria inadeguatezza. La prosa, priva di convenzionali perbenismi, è spietata, essenziale in ogni sua descrizione emotiva o paesaggistica. Il fascino di Parigi e l’effervescenza di Pamplona, d’altronde, non sono altro che le ferite di guerra che marchiano il tessuto del reale, i flussi di coscienza che, nonostante tutto, continuano a scorrere liberamente nel tempo, nevrotici e zampillanti.

Con una crudezza, a tratti grottesca, Hemingway ci trascina verso il nulla, attraverso un’esperienza che ha vissuto in prima persona, un viaggio di evasione, di conoscenza intima. È impressionante Il parallelismo ravvisabile tra i giorni nostri e questa storia. Dopotutto, le vicende di Jake e company, sono una degna rappresentazione di ciò che stiamo vivendo: precarietà, rabbia, paura, delusione, un concentrato di negatività anestetizzato da una connessione a banda larga e da uno smartphone di ultima generazione. Fiesta è un invito a non sottovalutare la storia, a non restare indifferenti, a porsi delle domande, affinché quella superficialità che spesso ci sembra la miglior medicina per frenare il pericolo, non lasci spazio ad un equilibrio autentico e concreto.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

 

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