Nessuno ha il diritto di non sapere: Murad e Mukwege, il Nobel per la Pace 2018 parla degli stupri di guerra

0 486

Avete mai litigato sui social network, siete mai stati insultati e minacciati per aver pubblicato foto indecenti? No, non pornografiche, ma di migranti morti, bimbi annegati, persone tra le macerie dei bombardamenti: perché già si sa, non serve mostrare, le coscienze (cosa nota) sono ben sveglie e pronte a battersi contro le ingiustizie. No? E certe immagini invece servono, per scuotere: la gente, le coscienze affette da encefalite letargica. Cos’è realmente un bambino affogato su una spiaggia lo si deve vedere, tutti. I calci nello stomaco, metaforicamente parlando, sono più che mai necessari. Il Comitato di Norvegia, con il Nobel per la Pace 2018 a Nadia Murad e Denis Mukwege, ha mollato un calcio nello stomaco. Al mondo.

Nadia Murad e Denis Mukwege, Nobel per la Pace 2018

Denis Mukwege è un medico 63enne che ha prestato assistenza fisica e psicologica a oltre 50 mila, finora, ragazze e donne congolesi vittime di violenza sessuali. Cinquantamila. Mukwege è stato «il simbolo più importante e unificante a livello nazionale e internazionale della lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati», ha scritto il Comitato norvegese nella motivazione del premio.  Nadia Murad, invece, è una vittima: a 21 anni è stata usata come schiava sessuale dall’Isis; dopo essere riuscita a fuggire è diventata il primo Ambasciatore di buona volontà delle Nazioni Unite per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Sono state premiate le due facce della stessa medaglia che si battono contro una delle pratiche più ripugnanti e antiche di quella malattia mentale che è la guerra: l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di annientamento fisico, ma soprattutto emotivo e morale, del nemico.

Lo stupro è una vera e propria strategia bellica, viene perpetrato spesso in pubblico, distrugge fisicamente e psicologicamente la donna che lo subisce e anche la comunità, poiché chi sopravvive quasi sempre fugge per la vergogna. Ma non è certo una novità: lo ritroviamo in Omero, lo praticavano i bravi legionari romani, il Soldato Blu che prima di esportare la democrazia importò il genocidio, fino ai giorni nostri. Nessun esercito nella storia del mondo si è mai tirato indietro dell’usare l’arma dello stupro, nemmeno nella guerra dell’ex Jugoslavia. D’altronde, che la violenza sessuale sia un’arma che non viene usata soltanto in guerra è qualcosa che ormai dovremmo avere imparato, visto che tra prostituzione e femminicidi si tratta di un’esperienza quotidiana, e i principi sono gli stessi: annientamento totale di un nemico del tutto spersonalizzato fino alla disumanizzazione.

Stupri di guerra, Congo

 

Nadia Murad ha descritto la sua sconvolgente esperienza nell’autobiografia L’ultima ragazza, ovviamente da leggere assieme a tutto quello che possa sollevare le nostre teste. Per un doveroso calcio nello stomaco da autoinfliggervi, potete vedere La donna che canta, bellissimo e sconvolgente film del 2010 firmato da Denis Villeneuve. Ma non si è parlato, non si parla molto di quello che l’ex Segretario dell’ONU Ban Ki-Moon definì “genocidio sessuale”, riferendosi al Congo: oggi, Denis Mukwege è rimasto l’unico a denunciare un crimine orrendo e infinito ad una comunità internazionale che preferirebbe rimanere sorda. E non dubitiamo affatto che anche questa assegnazione a Mukwege e Murad non mancherà di suscitare polemiche, soprattutto da noi, la capitale mondiale del turismo pedofilo sessuale: resta da vedere se qualcuno della massa di stolti riuscirà ad applicare il triste “in fondo se l’è cercata” anche al genocidio sessuale congolese, ma non dubitiamo che a molti questo premio risulterà sgradito, pornografico, esibizionistico.

Quella del Comitato di Oslo, invece, è una scelta che deve suscitare soltanto unanime consenso e ammirazione, posto che spesso le assegnazioni del Nobel per la Pace sono state foriere di polemiche. Questa volte si tratta di una scelta coraggiosa, che va nel senso del guardare in faccia le realtà sgradevoli, inammissibili, inconcepibili ed imperdonabili, come finora l’arte si è spesso incaricata di compiere, da Hubert Selby Jr. a Gaspar Noè, ad esempio, o nei reportage dal Ruanda di Salgado. Michel Houllebecq ha scritto che il coraggio più estremo consiste nel salire in cima ad una torre per dichiarare alla folla riunita che due più due fa quattro: non ci vuole un coraggio minore per mostrare ad eserciti di idioti che cos’è la violenza reale, ben diversa da un manga o da una canzoncina che accompagni la conquista dell’Abissinia.

Sebastaio Salgado, Rwanda

 

In questo preciso momento, il Comitato di Oslo non poteva fare una scelta migliore, non solo in riferimento alle persone di Nadia Murad e Denis Mukwege, ma al loro essere e al loro agire. Un momento in cui non solo nessuno ha il diritto di obbedire (Hannah Arendt):  oggi, nessuno ha il diritto di non sapere.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.