I Grandi Classici – Piccole Donne, dall’800 quacchero uno sguardo sul futuro possibile, quasi d’anticipazione

Piccole Donne

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Fino a non molto tempo fa, non avremmo sinceramente creduto che un romanzo come Piccole donne potesse diventare di stretta attualità (il che, è uno dei nostri affezionati parametri  per la valutazione del valore di un’opera letteraria). Poi sono venuti, a spaglio, Adinolfi e la moglie con relativo Popolo della Famiglia, Pillon e Fontana, leggi su aborto e divorzio rimessi in discussione, femminicidi e relative discussioni semantiche sul sessismo del termine (del termine, si badi bene), Elisa Isoardi che stira cantando e si fa da parte (?), le donne che non sono all’altezza del capire la fisica.

In tempi in cui si rispolvera la stregoneria, tanto che in un prossimo Grande Classico dovremo probabilmente occuparci del Malleus Maleficarum, e stanno maturando le condizioni per avere qualche nuova Ipazia (livello a cui non è assurta nemmeno  Rita Levi Montalcini, che al massimo è stata apostrofata come “vecchia meretrice”, o insomma circa) appare perfetto quindi ridare lustro, e senza il filtro delle prospettiva storica, all’opera della scrittrice statunitense Louisa May Alcott, nata nel 1832 e che pubblicò il suo lavoro più noto nel 1868. La cui trama, stante la moltitudine di trasposizioni cinematografiche, teatrali e fumettistiche (anche sotto forma di manga), è tanto nota quanto in fondo semplice: si tratta di un anno di vita delle quattro sorelle March, Jo, Beth, Meg e Amy, che viene svolto con l’escamotage di una scommessa con la madre circa il riuscire a migliorare caratterialmente e a combattere i propri nemici interiori.

Piccole donne, scritto con la precisione sintattico linguistica del romanzo ottocentesco, viene spacciato per portatore di sani valori familiari, e pertanto spesso attribuito al genere indottrinante dell’opera per ragazzi, zeppo di considerazioni didascalico-moralistiche: «Vorrei non averla affatto la coscienza: è troppo scomoda. Se non mi preoccupassi sempre di agire rettamente e non mi sentissi a disagio quando sbaglio, andrei avanti magnificamente». D’altronde, oltre all’ispirazione autobiografica (la famiglia March rispecchia quella dell’autrice, che a sua volta aveva tre sorelle, e la stessa Louise May viene facilmente e universalmente identificata in Jo, se non altro per la passione per la letteratura), vi è anche quella letteraria, dato che Picocle donne viene comunemente visto dalla critica come una traslazione del romanzo allegorico Il viaggio del pellegrino di John Bunyan: viaggio come crescita, quindi, nel senso però di liberazione del fardello personale costituito dal proprio carattere.

L’imprevedibile Piccole Donne Uccidono

La Alcott, poi, viene (non del tutto a torto) propagandata come una femminista ante litteram a causa della modernità del personaggio di Jo, della quale si apprezza la solidità del carattere. Ma complessivamente, l’impressione è quella, di stampo vittoriano più che romantico, che ad essere oggetto di biasimo pubblico e privato non sia tanto il possedere un carattere tarato da vizi, quanto il fatto di possedere un carattere tout court; e come in molte opere morali, indirizzate all’universo morale del fanciullo, la crescita viene a coincidere con la perdita dell’infanzia, il  miglioramento si sovrappone alla perdita di sogni e innocenza. Una posizione che, in chiave ferocemente ironica e satirica, si ritrova in alcuni passaggi di Bambini nel tempo di McEwan, in cui l’infanzia viene presentata addirittura come uno stato, fortunatamente temporaneo, di malattia.

 

 

Ritratto di Louisa May Alcott

«Gli uomini devono lavorare e le donne si sposano per denaro. È un mondo orribilmente ingiusto». La ribellione formale di Jo – Alcott si ferma sostanzialmente qui, tanto che in Jo possiamo individuare più un desiderio di accettazione più che di rivoluzione. Piccole donne, come noto, ha un seguito in Piccole donne crescono, ma anche in Piccoli Uomini e ne I ragazzi di Jo, in una vera tetralogia. L’opera della Alcott non è comunque tutta qui, poiché la scrittrice produsse molto altro e anche sotto pseudonimo: può essere interessante, però, soprattutto il notare che prima di Piccole donne la figlia di una famiglia quacchera scrisse racconti che oggi sono raccolti sotto il titolo Piccole Donne Uccidono, quattro storie esoteriche, fitti di Male che Viene dall’Oriente, poteri occulti, presenze sataniche, paranormale; lavori dal discutibile valore letterario, che avrebbero assunto un altro spessore e significato se fossero giunti dopo il tradizionalismo religioso-borghese di Piccole donne (senza comunque assurgere al valoroso vigore di una Mary Shelly, ad esempio).

Così non fu, ahinoi: e pertanto rimaniamo sulle edificanti esistenze delle piccole donne di Piccole donne: che, depurato da alcuni voli pindarici eccessivamente progressisti, non dubitiamo potrebbe trovare giusta valorizzazione negli scaffali delle piccole donnine italiche di un futuro non troppo lontano né impossibile.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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