Giornate FAI d’autunno: sulle orme di monaci ed eremiti a Serramonacesca

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Il 13 e il 14 Ottobre tornano le Giornate FAI d’Autunno, l’appuntamento annuale che il Fondo Ambiente Italiano dedica all’arte, alla cultura e alla bellezza di un’Italia tutta da scoprire: un week – end alla riscoperta di luoghi solitamente chiusi e riaperti per l’occasione dai giovani volontari del FAI.
Io stessa faccio parte del gruppo FAI Giovani della mia città, Pescara, e l’itinerario che quest’anno andiamo a proporre è un viaggio sulle orme di monaci ed eremiti, alla scoperta del territorio di Serramonacesca.

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Eremo di Sant’Onofrio a Serramonacesca
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Abbazia di San Liberatore a Majella

Sono poche centinaia di anime a tenere vivo questo paesino che sorge tra boschi ed uliveti alle falde settentrionali della Majella. Il territorio racchiude in sé tesori di inestimabile valore storico – artistico, tra cui l’eremo di Sant’Onofrio e la meravigliosa Abbazia benedettina di San Liberatore a Majella, immersa in uno scenario dall’alto valore naturalistico, alle prossimità delle sorgenti del fiume Alento.
Partendo dalla sommità dell’impervio vallone di Sant’Onofrio, la chiesetta sorge protetta da un enorme masso che la copre quasi come una tettoia. L’impatto visivo non è di grande suggestione poiché la facciata è abbastanza semplice, fatta di pietre regolari e frutto dei restauri realizzati nel 1948. Una volta entrati però, si svela ai visitatori la tipica struttura comune a tutti gli eremi di questa montagna: infatti l’eremo, sfruttando la conformazione della grotta, riesce a creare una chiesa più articolata grazie alla presenza di cunicoli che si inoltrano nella montagna. Due porticine aperte nell’altare fanno accedere a un piccolo antro, il nucleo originario dell’eremo, dove si trova la cosiddetta “Culla di Sant’Onofrio”, un incavo che la credenza popolare vuole fosse il giaciglio del santo. Proprio qui si pratica tutt’oggi l’antico rito della litoterapia: strofinandosi sulla roccia, i fedeli ritengono di poter guarire da varie malattie.

Lasciandosi alle spalle l’eremo e scendendo a valle, si incontra l‘Abbazia di San Liberatore, la cui fondazione è avvolta nella leggenda. Quella più antica, vuole che due patrizi romani donarono allo stesso San Benedetto i beni per la costruzione dell’insediamento, mentre un’altra di età carolingia, la collega alla vittoria di Carlo Magno sui Longobardi nel 781. Quel che è certo è che l’Abbazia costituisce una pregevole testimonianza di architettura romanica in Abruzzo e rappresenta il frutto della ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 990 e dei successivi interventi di restauro che videro la realizzazione degli affreschi, ancora visibili nelle absidi, e del prezioso pavimento cosmatesco della navata centrale. La chiesa, a pianta basilicale, è divisa in tre navate e presenta due delle tre absidi decorate con affreschi riguardanti la storia del monastero e raffiguranti personaggi come San Benedetto che tiene la Regola, l’abate Tebaldo che regge la chiesa e l’imperatore Carlo Magno. Come ogni chiesa medievale che si rispetti, questa maestosa opera, priva ad oggi di tutta l’area del monastero, racchiude una simbologia di impronta tipicamente cristiana. A partire dall’arco trionfale sotto cui passavano gli imperatori vittoriosi che indicava la gloria riservata a Cristo, passando per il suo orientamento verso est, con i primi raggi del sole ad illuminare l’altare, arrivando infine ai 12 pilastri che scandiscono la navata a simboleggiare gli apostoli che indicano il cammino verso la vita eterna: nel Medioevo nulla era lasciato al caso.

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Tombe rupestri

A pochi metri dal monastero, si apre poi l’alveo del fiume Alento caratterizzato da cascate, vegetazione rigogliosa, caprioli, volpi e ricci, ma anche da pioppi, salici, felci, aceri, edera, frassini e carpini. Ed è proprio qui che sulla parete rocciosa sinistra si scorgono cinque piccole caverne – tre tombe – una nicchia e una cappella: ecco il complesso delle Tombe Rupestri di S. Liberatore a Majella.

Una due giorni all’insegna della natura e della storia, camminando a spasso nel tempo, tra eremiti e monaci che amarono il silenzio di questa terra e che ivi vi si stanziarono per secoli, rendendola meta di pellegrini.
Il FAI, con il suo impegno e quello dei volontari, ci ricorda quali sono le nostre radici e cosa dobbiamo e possiamo fare per valorizzare e promuovere un territorio, il nostro, che non va abbandonato, ma custodito e amato perché siamo figli….figli di questa terra meravigliosa.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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