Edward Hopper, l’artista della solitudine e il profeta dei nostri tempi

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Nighthawks, particolare

La solitudine è una condizione umana affrontata molte volte da svariati artisti, Edward Hopper (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) è stato uno dei maggiori interpreti di questa condizione. Nei suoi ritratti, nei suoi paesaggi e soprattutto nell’atteggiamento dei suoi personaggi è constatabile una sòrta di arrendevolezza, quasi pragmatica. Artista senza ideologia lo definì Argan, artista dotato di un primitivismo senza falsi candori; in ogni singola pennellata c’è la vita e c’è la solitudine, c’è il quotidiano, l’omologazione di una società che si appresta a vivere il boom economico, negli anni fiorenti della tecnologia che paradossalmente viveva uno dei suoi periodi più bui. Il sogno americano era stato indebolito dalla crisi del ’29, la gente non si fidava più: per la prima volta il mercato aveva dimostrato all’uomo che non era invincibile, che le sue scoperte e il suo ottimismo erano in realtà la maschera di una debolezza: la solitudine.

I soggetti di Edward Hopper sono soggetti senza identità, stereotipi della vita quotidiana: in una delle sue tele più celebri, Nighthawks, 1942, all’interno di un bar inserisce con perfetta armonia una donna vestita come una diva del cinema al bancone con un uomo. I due non parlano, sono immersi nei loro pensieri: lei regge qualcosa con la mano e lo fissa, lui forse scambia qualche chiacchiera con il barista ma è percepibile la forzatura di un presunto dialogo. Dall’altro lato del bancone un altro uomo di spalle assiste con assoluta indifferenza alla scena. È la vita ed Edward Hopper lo sa. Non vuole stupire con donne bellissime o con uomini còlti durante imprese titaniche. Vuole evidenziare come l’individuo americano soffra in quella società: lavora in un grande palazzo costruito da Sullivan o da  Van der Rohe, ha comprato una Cadillac, ascolta le partite alla radio e fra non molto acquisterà anche un bellissimo televisore da sfoggiare in salotto per la gioia di mogli e figli. È lui il cittadino medio americano, quello che in una società dove il dinamismo è diventato imperativo passa le serate al bancone di un bar a caccia di donne disinteressate, rigurgitando scotch e chiacchiere con qualche estraneo.

Summer evening, 1947

Tutte le tele di Hopper sono avvolte da un velo di malinconia, di struggente realismo che dimostra chiaramente come la società dei consumi abbia fallito. Che senso ha creare oggetti che migliorano la vita degli uomini se poi questi gli allontanano dai loro simili? In Summer evening, 1947, il non-detto si sposta attraverso i sentimenti: due giovani appoggiati al porticato da di una splendida casa delle campagne americane. L’opera trasmette calore, se si osserva bene si sentono quasi i grilli, le cicale, l’odore dell’erba appena tagliata, il fruscio del vento. Solo le voci sono assenti, non si parla, i due giovani a stento si guardano consapevoli forse di quello che provano ma che tuttavia non vivranno mai.

Il parallelismo tra Edward Hopper e il nostro tempo è d’obbligo, non a caso è uno degli artisti più apprezzati e rivalutati. Ha analizzato la società, ha sottolineato come il benessere materiale ci renda più soli e non porti a nessun dialogo. Così se in un bar degli anni Quaranta i clienti cercano futili distrazioni in una chiacchiera o nel silenzio, oggi in qualche locale vedremmo esattamente le stesse persone. Con abiti diversi, con un taglio di capelli diverso ma con la stessa malinconia negli occhi.

Ritratto della nostra società

Avranno la testa china su una mattonella fatta di vetro ed alluminio e lì con un dito scorrono la vita.

Potremmo dire poi che siamo in contatto con milioni di persone, che siamo aggiornati su tutti i fatti del mondo, che stiamo sentendo amici che non vediamo da una vita e non avremo torto ad affermarlo. Ma mai affermeremo che siamo più soli, che viviamo in una società in cui regna il narcisismo assoluto, dove tutti hanno qualcosa da dire e nessuno ha troppa voglia di ascoltare. Potremmo pensare, infine, che  tra il bancone di Phillies ed un altro, di un qualsiasi locale della nostra quotidianità non v’è proprio differenza alcuna.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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