Perché il cinema di Gus Van Sant indaga sul romanticismo della sconfitta

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Il fascino della beat generation ha influenzato numerosi registi tra i quali Gus Van Sant, il precursore del cinema indipendente USA; il regista scomodo che non teme il confronto con il reale, anzi, ci sguazza dentro con coraggio e affronta l’analisi narrativa con una spudoratezza stilistica che varca ogni confine creativo. La sua filmografia è un parco giochi in continuo allestimento, non è facile attribuirgli aggettivi, definizioni inequivocabili; lo spettatore paga il biglietto e si sottopone a un processo metamorfico che non ammette regole.

Mala Noche (1985)

I suoi primi lavori sono dei cortometraggi in 16mm, ma il vero esordio arriva nel 1985 con Mala Noche, una pellicola che ripercorre l’icona della controcultura hippy. Un esordio minimalista, ma necessario per capire la poetica folgorante del regista. Van Sant racconta con delicatezza l’omosessualità e l’emarginazione, l’America disillusa di quegli anni e il tessuto sociale che la caratterizzava. La fotografia in bianco e nero di John J. Campbell riesce a sedurre ogni singolo squarcio di strada, e riesce ad ottimizzare persino le desolanti vite di tre ragazzacci incazzati con il mondo.

Quello che descrive Mala Noche è un filo conduttore che unisce i successivi film: Drugstore Cowboy (1989), My Own Private Idaho (1991) e Even Cowgirls Get the Blues (1993).

Nel primo, un giovanissimo Matt Dillon interpreta Bob, un tossicodipendente che rapina drugstore con la complicità della moglie Dianne, dell’amico Rick e di Nadine, fidanzata di quest’ultimo. Rispetto alla prima opera sperimentale, Van Sant sembra avere una maturità espressiva più compatta, non a caso, ci regala una buona analisi narrativa che ruota attorno a un tema complesso: la dipendenza dalla droga. Drugstore Cowboy sarà il punto di partenza che porterà alla realizzazione di My Own Private Idaho, in cui River Phoenix e Keanu Reeves vestono i panni di Mike e Scott, due giovani tossicomani che si prostituiscono per vivere. In questo ritratto in chiave moderna dell’Enrico IV di Shakespeare, GVS ripropone gente che macina chilometri, sguardi singolari gettati alla rinfusa nella semplicità di una routine abbruttente.

In Even Cowgirls Get the Blues troviamo una protagonista femminile; Uma Thurman è Sissy Hankshaw, una vagabonda che vaga per gli States facendo l’autostop. Nonostante un cast importante, il ritmo della storia risulta sterile e la scarsa qualità narrativa impoverisce il racconto, oscurando del tutto i temi tanto cari al regista.

Due anni dopo è la volta di To Die For, una commedia tanto kafkiana, quanto drammatica. Il tema in questione è ancora la dipendenza; Suzanne Stone (Nicole Kidman) sogna di diventare una star della televisione, ma quando capisce che il matrimonio è di intralcio per la sua consacrazione, i suoi scrupoli morali crollano come un castello di carte. Una piccola rivelazione, non un capolavoro annunciato, ma un’opera che presenta un atteggiamento canzonatorio, mai pedante e accessibile a tutti.

Good Will Hunting (1997)

Nel 1997 arriva Good Will Hunting, il film che ha fatto conoscere il regista statunitense in tutto il mondo. La storia è quella di Will (Matt Damon), giovane bidello dal passato difficile, dotato di una geniale mente matematica. La sua vita cambia quando si imbatte nello psicologo Sean Maguire, interpretato da un eccellente Robin Williams, ruolo che gli valse il Premio Oscar come Miglior attore non protagonista. Van Sant abbandona il suo stile politically incorrect, e si affida alla prevedibilità della delicatezza. Maguire e Will rappresentano la complessità psicologica che indaga su un altro tema cardine del cinema di GVS: la famiglia come espressione delle mancanze umane più profonde.

Dopo essersi imbattuto follemente in Psycho (1998), remake del capolavoro di Hitchcock, Van Sant realizza Finding Forrester (2000), nel quale ripercorre il tema dell’emarginazione sociale. Nel 2002 dà vita alla cosiddetta trilogia della morte, costituita da Gerry, una storia sconclusionata che narra le vicende di due amici che si perdono nel deserto, Elephant (2003), forse il film più politico della sua carriera, che approfondisce l’allarmante problema del mercato delle armi da fuoco negli Stati Uniti e Last Days (2005), in cui Michael Pitt veste i panni di Kurt Cobain, leader dei Nirvana.

Paranoid Park (2007) è uno spartiacque stilistico, una sorta di Delitto e Castigo in versione moderna; GVS ci riporta nella spaventosa apatia che caratterizza il mondo adolescenziale. Il film non vuole giungere a nessuna conclusione, ma vuole mostrare la coscienza, non del tutto rassicurante, di Alex, un sedicenne di Portland con la passione per lo skateboard.

Don’t worry (2018)

Nel 2008 dirige Milk, film biografico sulla vita di Harvey Milk (Sean Penn), primo componente delle istituzioni statunitensi apertamente gay e nel 2011 gira a Portland Restless, una storia commovente, ma a tratti scontata. Chiudono il cerchio Promised Land (2012) un film di denuncia contro la lobby dei petrolieri, poco convincente, ma ciò nonostante dotato di una sufficiente onestà intellettuale, The Sea of Trees (2015), fischiatissimo a Cannes e Don’t Worry (2018), un toccante spaccato della vita di John Callahan (interpretato da un irriconoscibile Joaquin Phoenix), arrivato in Italia lo scorso 29 agosto.

Il cinema di Van Sant è un inno agli sconfitti, e malgrado la sua carriera altalenante, ha il merito di raccontare la realtà senza troppi fronzoli. Quindi, qualunque siano le vostre aspettative, sedetevi in sala e aspettate. Aspettate, perché persino la sofferenza sarà trasformata in un’opera d’arte.

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