Il fuoco sotto la cenere, la rovente imperturbabilità del genio in Buster Keaton

0 1.020

Sono le persone più tristi a fare del loro meglio per rendere felici le altre persone. Perché sanno cosa significa stare male e non vogliono che nessun altro si senta in quel modo

Robin Williams

Il fuoco sotto la cenere, la rovente imperturbabilità del genio in Buster KeatonPer contro, va detto che, a parte il sadismo connaturato nell’essere umano (questione che meriterebbe ampi discorsi a sé stanti), ciò che fa ridere sono i contrasti, le situazioni assurde e paradossali – sono anche i meccanismi che maggiormente sollecitano l’angoscia ed il terrore, ma qui ci avventuriamo su un minatissimo terreno filosofico in cui gli estremi vanno a toccarsi: diciamo allora che per godere del cinema è necessario il meccanismo della sospensione dell’incredulità, e per ridere al cinema è necessaria una leggera sospensione della sospensione dell’incredulità, in quanto per ridere delle disgrazie fisiche di Laurel & Hardy è necessario rendersi conto che quel pianoforte non schiaccerà davvero i nostri simpatici eroi.

Poi, naturalmente, c’è Buster Keaton.

Se il contrasto (che magnifico argomento per divagazioni filosofiche: a partire dal contrasto in fotografica per discutere del contrasto-conflitto…) è quindi basilare per il cinema comico, allora diciamo che Joseph Frank “Buster” Keaton (Piqua, 4 ottobre 1895 – Woodland Hills, 1° febbraio 1966) è stato l’incarnazione stessa del contrasto e, pertanto, del cinema: perché quella imperturbabilità espressa dal volto di pietra, dall’espressione granitica, rendeva le già assurde (in senso teatrale) comiche assolutamente irresistibili, poiché se una espressione del genere appariva tout court innaturale, nelle situazioni paradossali delle sceneggiature dell’epoca diventava assolutamente impossibile.

Forse oggi, epoca in cui la quasi totalità della comicità cinematografica è assolutamente plateale e soprattutto verbale (impensabile o quasi una comicità all’italiana senza pesanti locuzioni dialettali, borgorigmi e sonorità intestinali assortite), Buster Keaton può difficilmente essere capito da una massa non cinefila. Nondimeno, e ciò ci conforta, l’American Film Insitute considera Keaton al ventunesimo posto tra le star del cinema di tutti i tempi: il tutto, in ragione di oltre 100 film tra muti e sono, cortometraggi e lungometraggi, sia come attore che come regista e sceneggiatore, nei quali dispiega tutte le nuances di un’imperturbabile malinconia, sino a definire quella che senza esagerazione si può definire una vera e propria poetica.

Johnny Depp in “Benny and Joon”

Dopodiché, sulla vita e l’arte di Buster Keaton sarebbe quanto meno opportuno leggere alcune delle numerose biografie, o almeno riuscire a vedere il documentario del 1897 dal titolo Buster Keaton: Un genio difficile da imitare  – per quanto, difficile ma non impossibile, se pensiamo alla performance di un giovanissimo Johnny Depp nel delicato Benny and Joon. Ci sarebbe, in effetti, da immergersi non solo nell’analisi dell’opera – i cortometraggi strutturati come lungometraggi, cosa che gli consentì, come a Charlie Chaplin, di sopravvivere all’avvento dei film sonori e di durata ben maggiore – ma anche in quella della vita privata di Keaton, che si sposò tre volte ad esempio, ed ebbe serissimi problemi con l’alcol  a livello di delirium tremens, ivi compresa una grave emorragia gastrica che rischiò di ucciderlo.

Ma non è facile né veloce districarsi nel dedalo di una mente vulcanica, di una personalità esuberante e di una carriera fulgida: nonostante ovvi periodi di appannamento, Keaton rimase sostanzialmente nel mondo dello star system anche negli anni Sessanta, ricevendo un Oscar alla Carriera e riuscendo a vedere infine rivalutato quello che egli considerava il suo capolavoro, Come vinsi la guerra del 1927. È sufficientemente noto che Keaton fu anche uno stunt-man, e che l’aspetto fisico in senso acrobatico fu estremamente importante nelle sue pellicole: va precisato però che anche tale fisicità era al servizio di una poetica malinconica sì, ma fatta anche «di rovesciamenti di senso, all’insegna di un esercizio continuo della logica: gli oggetti cambiano di senso, le azioni semplici diventano complesse e quelle impossibili diventano facilissime, ciò che sembra innocuo diventa un pericolo e le avversità si rivelano aiuti impensati».

Nel film Una settimana del 1920 Keaton si ritrova comicamente alle prese con una casa quasi escheriana (per altri versi, Keaton è surreale al limite del magrittismo), del tutto improponibile nella sua architettura, che alla fine la storia di questa disciplina renderà attuale: Keaton è anche prometeico, ed il suo non-senso profeticamente sensato nel proporre il disagio, come Chaplin, dell’uomo del nascente secolo breve di fronte ad una realtà sempre più complessa al limite dell’impossibilità della decodifica: disagio al quale si può reagire in tanti modi, dalla nausea fino, appunto, all’imperturbabilità apparente. D’altra parte, se pensiamo al film che Keaton girò coi nostri Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, pellicola dal titolo Due marines e un generale (1965) in cui Keaton recita costantemente muto per pronunciare una singola parola alla fine, «Grazie», potremmo dire che anche la parola o la sua assenza (che è lo stesso) venne usata sapientemente da Keaton per produrre un nonsense che sia espressione di un disagio comunicativo.

Ma un uso centellinato della parola determinò anche la facoltà di venire ascoltato anche quando enunciava posizioni radicali, sul cinema: come in occasione della morte dell’amico di sempre Stan Laurel, quando un affranto Keaton disse che né lui né Chaplin erano stati gli attori più divertenti, ma lo era stato Laurel.

The Cameraman (1928)

Anche qui, ovviamente, contrasti: in una indimenticabile scienza del 1928 in The Cameraman, un Keaton dal volto di sfinge riesce ad esprimere in modo sublime tutta la travolgente passione di un vero e proprio colpo di fulmine rimanendo impassibile; la terza moglie, intenta a sfatare miti e dietrologie (traumi infantili laddove Keaton era estremamente timido, accuse di analfabetismo a fronte di una preparazione scolastica scarsa) sul conto del marito, chiarì (triste che ve ne fosse bisogno) che nel privato Buster sorrideva, scherzava e rideva, e che la sua risata aveva un bel suono.

Ma Keaton, in questa nostra epoca chiassosa e ridondante, ci può insegnare col suo silenzio l’importanza della parola meditata e necessaria, con la sua opera ma anche con la sua vita, anche scegliendo con cura le parole da non dire: Buster Keaton morì di cancro ai polmoni il 1 febbraio 1966, avendo nascosto ai familiari di essere malato terminale, poco dopo aver giocato tranquillamente a bridge con gli amici.

Perché essere difficili quando con un minimo sforzo potete diventare impossibili?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.