Ogni libertà inizia dal mare: le polemiche sulla 50esima Barcolana ci toccano tutti

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Tranquilli, non è successo e non succederà niente: la 50esima edizione della Barcolana, la più importante manifestazione velica dell’Adriatico e oltre andrà in porto, e comunque vada sarà un successo, verosimilmente di presenze, visto che il pregio della regata sta nei grandi numeri dei partecipanti. Sono iniziate quindi iniziative e manifestazioni per celebrare l’importante genetliaco, in quel di Trieste capitale della Mitteleuropa o quel che resta del suo ricordo, festeggiamenti che ovviamente comporteranno cibo e bevande, viatico perfetto per la digestione dell’indigeribile e per la tolleranza dell’intollerabile.

Il manifesto incriminato e censurato della regata

Per celebrare degnamente cotanta occasione, gli organizzatori hanno commissionato a suo tempo il manifesto nientepopodimeno che a Marina Abramovich, performer artist che non necessita di presentazioni: e l’artista serba ha prodotto un’immagine che la ritrae in giacca e pantaloni neri, espressione serissima, brandente (un po’ alla Iwo Jima) una bandiera bianca su cui campeggia la scritta We’re all in the same boat, ossia “Siamo tutti nella stessa barca”.

Una bella immagine della scorsa edizione della regata

Tutto qui. Nemmeno questa genialata, a dirla tutta: ma comunque un messaggio di fratellanza universale. Ma se gli organizzatori sono entusiasti, gli amministratori non altrettanto: nella figura dell’artista vedono forse un soldato dell’esercito di Mao, ma cosa più grave ancora nell’allusione all’essere tutti all’interno di un medesimo natante leggono un incontrovertibile richiamo al tema dei migranti. Quindi, divieto all’uso del manifesto, poiché è immorale che si usi la Barcolana per fare propaganda politica.

Su tale presa di posizione è ovviamente infuriato un vento (la metafora si attaglia all’argomento) di polemiche, con conseguente parziale inversione di rotta (vedi sopra): il manifesto si può usare, ma non a Trieste.

A questo punto, la situazione si è fatta grottesca: perché si ha un bel scherzare sul riflesso condizionato che coglie una parte politica al solo sentir accennare a concetti come solidarietà e parità, o sul fatto che gli Amministratori locali non sono avvezzi alle metafore come l’essere nella stessa barca, tanto da non tenere presente che la locuzione idiomatica (ma internazionale) si attaglia a quella che, comunque, risulta essere una regata, e che quindi parlare di barche non è poi così fuori luogo.

Però, tra i tanti commenti, spesso sensati, autorevoli (si è distinto Vittorio Sgarbi, ad esempio, ma non solo) e talora veementi, si è detto da un lato che in questa situazione ci rimettono tutti, dall’altro che con questa vicenda viene falsata la percezione della città di Trieste.

Non è vero.

Indubbiamente, siamo tutti nella stessa barca

O meglio, è la percezione di Trieste ad essere falsata, come mitteleuropea, come città di caffè letterari e Svevo e Joyce. Perché oggi il capoluogo giuliano va inserito nel contesto di un profondo Nord-Est, laddove l’aggettivo non va certamente riferito alla cultura, che dai tempi della Prima Repubblica viene usato come laboratorio di tutte le peggiori nefandezze sociopolitiche. E qui, nel giro di una manciata di settimane, oltre al manifesto della Barcolana, è stato attaccato anche il manifesto di una mostra sulle leggi razziali, abbiamo avuto il saluto romano in occasioni istituzionali, vengono programmati raduni neofascisti. Vediamo comparire le ronde. Vediamo combattere i poveri e non la povertà, da sempre una colpa ignobile nell’operoso Nord-Est. Nella vicina Monfalcone vediamo accadere episodi di esclusione etnica dei bambini dall’istituzione scolastica ed una ridda di altri provvedimenti nella medesima direzione separatista. E del resto, non è forse dal Nord-Est, Trieste compresa, che assistiamo all’assalto alle unioni civili, al divorzio e all’aborto?

Il manifesto inizialmente censurato della mostra sulle leggi razziali

Dando per scontato che i libri sono in attesa di venir bruciati, a costo di apparire profeti di sventura, attendiamo fiduciosi i reati di opinione e successivamente la psicopolizia. Nel frattempo, registriamo che non abbiamo avuto il coraggio di attuare l’unica reazione realmente dignitosa alla censura a Marina Abramovich e del suo manifesto della Barcolana: cancellare la regata, causando un’enorme turbativa a livello mondiale, una clamorosa ricaduta mediatica che bisognava avere il coraggio di perseguire in nome della cultura, della libertà di espressione, dell’arte e (non nascondiamoci, suvvia) e della solidarietà, e subendo danni economici e di immagine – in un certo senso, ma guadagnando, nel senso dell’immagine, il rispetto di coloro i quali pensano che i messaggi a valenza umanitaria non possano venir censurati. A partire dallo sport (con tutte le eccezioni del caso), dalla vela, dal mondo della marineria.

E invece, siamo tutti nella stessa barca, ma quella che ci circonda non è acqua salata.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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